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segunda-feira, 30 de maio de 2011

Unità dei cattolici in politica? - Arcivescovo di Trieste

di Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste

ROMA, giovedì, 26 maggio 2011 (ZENIT.org).- L’espressione politica dei cattolici in un solo (o prevalente) partito dipende da un giudizio prudenziale di convenienza, non è una necessità assoluta, ma non deve nemmeno essere demonizzata come sbagliata. Le forme della presenza politica diretta sono oggetto di deliberazione, tenuto conto delle esigenze del tempo. Perfino nel caso del Partito popolare italiano e della democrazia cristiana c’erano visioni diverse, non solo tra i politici cattolici ma anche nelle gerarchie ecclesiastiche.

Ci sono due estremi opposti da evitare: da un lato l’appartenenza obbligata ad un solo partito come se si trattasse di un dogma di fede e come se questo partito non portasse avanti un programma politico ma un programma religioso; dall’altro la diaspora, ossia l’altrettanto dogmatica tesi della negatività di qualsiasi forma di unità e raccordo politico dei cattolici. Il primo atteggiamento non tiene conto della legittima discrezionalità del giudizio sull’appartenenza politica e stabilisce un nesso diretto ed obbligato tra appartenenza ecclesiale ed appartenenza partitica.

Il rischio è che si faccia coincidere partito e Chiesa, che si delegittimino automaticamente pensieri politici diversi espressi comunque da cattolici, che si trasferiscano dentro la comunità ecclesiale contrasti di tipo politico. La seconda separa nettamente l’appartenenza ecclesiale con le forme della presenza politica, tra le quali invece c’è un profondo nesso dato che anche nelle scelte politiche si giocano significati assoluti. Uno degli aspetti più negativi della diaspora politica dei cattolici è proprio questo: si perde nella coscienza comune la consapevolezza del fatto che nelle scelte politiche si giocano significati assoluti e quindi che la religione cristiana è indispensabile anche per l’instaurazione dell’ordine temporale. In gioco c’è il rapporto tra l’ordine naturale e l’ordine soprannaturale. La diaspora politica, che non può non essere anche una diaspora etica, sottintende che l’ordine naturale si può organizzare da sé in totale autonomia rispetto a quello soprannaturale. La diaspora, quindi, esclude Dio dall’ambito pubblico.

Il criterio più convincente potrebbe essere quello della “unità possibile”, laddove l’aggettivo possibile ha due significati: affermare che l’unità è fattibile, e che la si attuerà secondo il responsabile giudizio prudenziale relativo ai tempi, alle situazioni e alle scelte in gioco, ossia per quanto possibile, ma comunque cercando di volta in volta il massimo grado. L’unità possibile, come ho appena detto, è anche importante come segno visibile della dimensione storica e pubblica della religione cristiana, elemento che andrebbe dimenticato se nessuno nella politica effettiva vi si rifacesse esplicitamente non solo a titolo personale ma anche di gruppo. Si potrebbe forse adoperare qui il motto: in essentialibus unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas. Sulle questioni fondamentali ci vuole unità, nelle questioni dubbie è lecito adoperare il libero giudizio personale, in tutto ci vuole la carità.

Se ci sono in gioco valori umani fondamentali – i principi non negoziabili di cui abbiamo già parlato – i cattolici in politica dovrebbero essere uniti e collaborare insieme non tanto per difendere una opinione cattolica o interessi confessionali quanto per difendere una verità e un bene dell’uomo. Si badi però che non c’è modo migliore di difendere la verità e il bene dell’uomo se non anche difendendo la proposta cristiana e non si deve denunciare di confessionalismo con troppa facilità la richiesta di riconoscimento pubblico per la religione. Nella Rerum novarum, per esempio, Leone III difendeva il diritto al riposo domenicale fondandolo sul diritto a partecipare alle funzioni religiose. Si trattava di una richiesta confessionale? di fatto, come disse poi Giovanni Paolo II, in quella richiesta erano impliciti anche molti diritti umani. Bisogna riconoscere che in tante richieste di riconoscimento pubblico del cattolicesimo ci sono implicite rivendicazioni di autentici diritti umani.

Se invece si tratta di problemi aperti a più soluzioni o perché il bene lo si può fare in molti modi o perché riguardano situazioni in evoluzione o infine perché la conoscenza della realtà è complessa ed è impossibile poter scegliere senza incertezza, allora è legittimo il pluralismo delle opinioni. In tutto, comunque, il cattolico in politica non deve mai dimenticare di esercitare la carità, intesa non solo come un atteggiamento morale e spirituale che si aggiunge all’agire politico, ma che anche lo rischiara e lo anima dall’interno.

La carità fa capire meglio i doveri politici, ci aiuta a chiarire la distinzione tra le cose fondamentali e secondarie. La carità fa amare, ma con ciò fa anche vedere, perché l’amore ci fa conoscere meglio la realtà amata. La carità è sempre connessa con la verità. È logico che una unità politica sulle questioni fondamentali – i principi non negoziabili – ha bisogno di essere costruita a livello prepolitico, e che ci deve essere una unità culturale prima ancora che politica. dal problema dell’unità politica si passa quindi a quello dell’unità culturale, che viene prima anche se tra le due dimensioni si dà una certa circolarità perché la politica non solo si nutre di cultura, ma anche la produce.

quinta-feira, 12 de maio de 2011

La fede giudica anche il voto - Arcivescovo Giampaolo Crepaldi


In La Bussola Quotidiana


Le elezioni, siano esse politiche che amministrative, sono sempre un momento importante per una comunità. Sono infatti l’occasione per pensare a se stessa e al proprio futuro e per indicare programmi e nomi che possano interpretare questa idea di se stessa e del proprio futuro. E’ vero che nella nostra società i momenti decisionali della politica si sono moltiplicati e, si potrebbe dire, sono usciti dai tradizionali palazzi. C’è oggi una politica “diffusa” nella società e nel territorio. Ciononostante, il momento elettorale conserva una sua indubbia importanza perché in esso il cittadino riflette non solo sui propri bisogni e interessi, ma sul “nostro” bene, il bene di tutti, il bene della comunità percepita come un tutto. ...

Il mio compito, come vescovo di questa Chiesa, è di confermare che la comunità cristiana e la fede cristiana non sono estranee a questi momenti importanti della vita della comunità, anzi, dato che esse hanno a cuore l’uomo “via della Chiesa”, come scriveva nella sua prima enciclica, la Redemptor hominis, il Beato Giovanni Paolo II, non possono ritenersi estranee ai momenti in cui l’uomo decide di se stesso e del proprio futuro. Non perché la fede cristiana fornisca ricette politiche o amministrative, ma perché ritiene di aver qualcosa da dire – e di fondamentale importanza – sul senso comunitario della vita umana e sul nostro destino. E’ propriamente qui, sul tema dell’uomo e del suo destino – il suo “cos’è” e il suo “cosa deve essere” – che la fede cristiana scende nella pubblica piazza e fa la sua proposta a tutti gli uomini che cercano la verità.

Credo che non sia corretto interpretare la frase evangelica “date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” come se la politica avesse da provvedere ai bisogni “materiali” della persona e la fede a quelli “spirituali”. Sia la politica, sia la fede cristiana guardano alla persona tutta intera. La persona non ha due chiamate diverse: una materiale e una spirituale; non persegue due destini diversi: uno terreno e l’altro eterno; non risponde a due bisogni diversi: il benessere qui e la salvezza di là. La persona è un tutt’uno e cerca semplicemente di essere, di crescere, di maturare in tutte le sue dimensioni; sente che qualsiasi singola dimensione le sta stretta e cerca di respirare al massimo, con i polmoni e con l’anima. La politica, compresa quella amministrativa, non riguarda solo un aspetto della persona, perché nella persona nessun aspetto è pienamente comprensibile se viene staccato dagli altri. La politica riguarda, quindi, tutta la persona, come pure la fede riguarda tutta la persona: la vedono da angolature diverse ma non contrapposte.

Può risultare strana questa mia affermazione. La politica nelle amministrazioni locali – si dice talvolta – riguarda l’organizzazione pratica della vita della comunità: il lavoro, il traffico, l’occupazione, il tempo libero … ; la fede, invece, riguarda altre cose: la preghiera, i sacramenti, lo spirito … Certamente questa visione ha molti aspetti di verità, però se nella persona si vede – come insegna la fede cristiana – la creatura del Padre, l’immagine di Dio, un fratello in Gesù Cristo, una realtà unica ed eminente che non ha eguali nel creato, anche l’organizzazione del lavoro, del traffico, dell’occupazione, del tempo libero … troverà altre e superiori motivazioni e indicazioni operative. Non pensiamo che ci siano da un lato le questioni operative e materiali e dall’altro quelle morali e spirituali. L’uomo è un tutt’uno e la vita è sempre una sintesi. Quando noi compiamo una qualsiasi azione ci mettiamo tutta la nostra realtà di persone umane.

E’ per questo che le elezioni amministrative non devono essere considerate come estranee ai grandi valori umani, che la fede cristiana ci ha insegnato e continua ad insegnarci. L’amministrazione di una città è senz’altro indipendente dal piano ecclesiastico della religione, ma non lo è dall’etica, ossia dai principi morali legati al bene della persona e della comunità e che la fede cristiana ha contribuito a far scoprire e contribuisce oggi a conservare, a difendere e a far respirare.. I grandi valori umani della persona sono per esempio il diritto alla vita, l’integrità della famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, la libertà per le famiglie di educare i propri figli secondo la propria responsabilità, l’aiuto solidale ai poveri condotto in modo sussidiario, ossia evitando sprechi ed assistenzialismo e favorendo, invece, la creatività e l’assunzione di responsabilità di persone e corpi intermedi.

Davanti alla scheda elettorale, l’elettore sa bene che dovrà decidere non solo del piano urbanistico o della viabilità, ma anche di questi grandi valori. Ed è per questo che la Chiesa ha sempre insegnato che non è lecito al cristiano appoggiare partiti che «su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa» (Nota della Congregazione della Dottrina della Fede del 2002). Questo sia per un dovere di coerenza, sia perché, facendo diversamente, si farebbe un danno alla persona e alla società. Ci sono, infatti, questioni che possono essere affrontate e risolte in molti modi, ed altre che, invece, sono sicuramente sbagliate e contrarie al bene umano.

Oggi gli enti territoriali hanno sempre maggiori competenze anche su queste questioni di fondamentale importanza. Essi possono danneggiare o aiutare la famiglia, possono o meno aprire il riconoscimento pubblico a “nuove forme di famiglia”, possono o meno mettere in atto aiuti concreti contro l’aborto, possono o meno promuovere forme di pubblicità offensive del diritto alla vita, possono soffocare la libertà di educazione delle famiglie oppure fare passi concreti per permettere il suo esercizio, possono sistematicamente combattere la presenza pubblica del cristianesimo o aprirsi ad una collaborazione nel reciproco rispetto. E tutto questo si amplierà ulteriormente in futuro, perché le autonomie si stanno diffondendo e le stesse competenze legislative degli enti locali aumentano.

Anche in occasione di elezioni amministrative, il cristiano che voglia essere fedele agli insegnamenti della Chiesa distinguerà nei programmi le questioni su cui sono lecite molte opinioni da quelle che invece obbligano la sua coscienza. E non darà il suo appoggio a partiti che le prevedano. Cercherà l’onestà personale dei candidati, ma non solo. Cercherà anche l’accettabilità dei loro programmi dal punto di vista dei valori fondamentali che ho elencato sopra e valuterà la storia e il retroterra culturale dei partiti dentro cui i candidati operano.