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sexta-feira, 15 de fevereiro de 2013

Il senso dell'economia nell'insegnamento del Papa - di Ettore Gotti Tedeschi

In NBQ 

Il nostro grande Pontefice Benedetto XVI, di cui sentiremo una mancanza indicibile, non ha fatto lezioni di economia, ma lezioni sulla volontà di Dio che necessariamente considera l’economia. O meglio considera l’uso dello strumento economico secondo i fini per cui è stato adottato, o il senso che gli è stato dato. Il magistero del papa in economia è assimilabile al consiglio di un medico speciale per una malattia dell’anima e conseguentemente del corpo.

Il magistero economico di Benedetto XVI è scritto nell’Enciclica della globalizzazione economica e sociale, Caritas in Veritate. Che esce circa due anni dopo la data prevista (2007) dovendo tener conto dell’impatto della crisi economica incombente. Il Pontefice decide di iniziare a parlare di economia contemporanea ricordando il messaggio della Populorum Progressio di Paolo VI: la promozione dello sviluppo dell’uomo. Promozione integrale, non solo materiale! Il che significa che l’uomo ha bisogno di tre nutrimenti: corporali-materiali, intellettuali e spirituali.

Ecco cosa è il bisogno dell’uomo e conseguentemente la sua “economia”. Successivamente il Papa si domanda se lo sviluppo economico auspicato da Paolo VI nella Populorum Progressio sia stato realizzato. E la risposta che si da è no. E il perchè no è a sua volta spiegato dal fatto che tale sviluppo economico è stato, e continua a esser, “gravato da distorsioni e drammatici problemi” soprattutto nella crisi economica in corso di esplosione. Quali sono queste distorsioni? Sono uno sviluppo economico egoistico, mal pianificato che prescinde dalle nascite o addirittura che le scoraggia. Uno sviluppo economico drogato per compensare la insufficiente crescita economica conseguente, la crescita dei costi fissi conseguente, la crescita delle tasse e la diminuzione della crescita del risparmio conseguente. Uno sviluppo economico fondato sull’indebitamento delle famiglie per imporre regimi di consumismo utili a far crescere il PIL. Riducendo così gli individui ad esser “sussidiari” ai bisogni di crescita economica di Governi che la pretendono per coprire i propri errori e assicurarsi la continuità di potere in un mondo globale dove il potere economico si stava trasferendo da occidente a oriente grazie al numero di popolazione, forza e ricchezza di questi paesi.

E tutto ciò con indifferenza invece verso altri paesi poveri che attendevano da decenni di esser coinvolti nel processo di crescita economica, ma non assicuravano sufficienti ritorni sull’investimento o evidenziavano troppo rischi. Benedetto XVI ci ricorda che i principi economici sono nella dinamica della natura. Ciò per una considerazione semplice, la natura è stata creata da Dio con un ordine da seguire per valorizzarla, se si prescinde da questo ordine invece di economia si fa diseconomia, invece di creare ricchezza, si distrugge ricchezza. E non si realizza nulla di buono e vero.

Di seguito Papa Benedetto spiega ancora una legge fondamentale: l’economia non può avere una sua autonomia morale, se la pretende fallisce con danni elevati. Se l’economia riconosce di esser strumento, necessita un fine, e solo allora produce il bene comune, l’unico sostenibile. Affinchè ciò avvenga l’uomo deve avere responsabilità personale delle sua azioni, dalla creazione di ricchezza attraverso una equilibrata natalità, fino alla valorizzazione di cosa è etica applicata, al problema dell’ambiente. Ecco un altro richiamo alle cose importanti da cui l’economia non può prescindere.

Successivamente il Papa pone l’uomo nel mezzo del consorzio umano e lo invita a pensare alle relazioni per impegnarsi alla collaborazione, alla solidarietà, alla sussidiarietà degli stati verso gli individui e alla solidarietà verso i paesi poveri. Infine il Papa considera che l’uomo ha saputo, e sa, far crescere lo strumento scientifico e tecnologico, ma obietta che se non cresce lui stesso in “maturità” di conoscenza rischia di non saperlo usare. Anzi di usarlo male. Con questa riflessione Benedetto XVI fa riflettere sul fatto chiave che il problema socio economico è più che mai oggi legato al problema antropologico. Cosa è l’uomo? Cosa è il suo bene ? E’, grazie alle ricerche scientifiche, vivere mille anni? E’ riprogrammarsi per non soffrire? Per cancellare vecchiaia, dolore, infermità? E’ considerarsi alla fine solo un animale intelligente, con una certa maggior dignità, ma sempre animale da soddisfare materialmente e perfezionare scientificamente?

L’uomo non si soddisfa solo materialmente e scientificamente, gli atei-agnostici più intelligenti hanno cominciato a comprendere che la soddisfazione dell’uomo non è solo materiale, ma anche, in qualche modo, spirituale. Magari tra poco scopriranno che oltre il corpo c’è un’Anima, e allora arriveranno alla vera conclusione: “senza Dio l’uomo non sa dove andare… e l’Umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. ”Rileggendo il magistero di Benedetto XVI in materia economica si ha il gran conforto di comprendere l’insegnamento di un Papa che pensa a noi, che si preoccupa di noi. Ma di noi, quali creature di Dio, bisognose di consolazione, ma anche di educazione. E vorrei aggiungere, bisognose di amore. Tutte cose che Sua Santità Benedetto XVI ha saputo darci in modo esemplare.

segunda-feira, 28 de janeiro de 2013

Desconfiança radical, Insegurança total - por Nuno Serras Pereira



Não há duvidar que a condição essencial da possibilidade da perfeição, ou plenitude, pessoal, familiar, social, financeira, económica e política é o Amor, a Amizade. É a Verdade daquele e desta que geram o abandono confiante da criança no colo da mãe, da introdução que esta lhe faz ao pai, aos irmãos, aos demais, ao mundo. Confiantes no chamamento e no amparo da mãe se dão os primeiros passos, se aprende a falar, se come sossegadamente os alimentos por ela providenciados; se aprendem limites, regras; se acredita que há um bem a fazer, um mal a evitar; se crê que a sua vida, a da mãe, a do pai, a dos irmãos e a de todos os demais com quem foi ensinado a socializar é sempre um bem. Deus que é Amor, Amor/Amigo, vai assim modelando-nos à Sua semelhança para que toda a nossa vida alicerçada na rocha firme do Amor/Confiança se desenvolva na doação, no acolhimento, na complementaridade recíproca. Tudo isto é essencial para a construção do Bem Comum, isto é, aquele conjunto de condições solidárias e subsidiárias, alicerçadas na igual transcendente dignidade de cada ser humano, que permitem e promovem o bem integral, material e Espiritual, de cada ser humano, coadjuvando-o na prossecução do seu último fim, na possibilidade de gozar do Sumo Bem. 

Em Portugal em virtude da cobiça de multidões, nutrida por bandos de vigaristas totalitários e mafiosos tiranos, alçados aos mais altos cargos do estado, encontramo-nos numa calamitosa situação de rigoroso inverno (ou Inferno?) demográfico, de tragédia familiar por tantos divórcios por dá cá aquela palha, pela queda vertiginosa de matrimónios, por violência doméstica inaudita, por traumatismos inomináveis de filhos que crescem sem pai, ou em ambientes de permanente guerra "familiar", crescimento dramático do desemprego e enorme alastramento da pobreza, tudo tribulações intoleráveis.

A enorme e monstruosa desconfiança incutida no âmago das mentalidades pela contracepção, pelo divórcio expresso/sem culpa e pela legalização do aborto provocado corroeu os fundamentos da confiança e rompeu os vínculos base da sociabilidade, da justiça, da política e da economia. Se esposo e esposa não podem confiar um no outro, se os pais não têm escrúpulos em abandonar seus filhos, se as mães, com ou sem o consentimento do pai da criança, recorrem à violência extrema de matar seus filhos, se o estado se organiza para proteger e promover estes destrambelhos e desconcertos quem pode confiar em quem? Introduzida a desconfiança radical nas relações básicas da pessoa humana é impossível que isso não se repercuta a todos os níveis minando os fundamentos da convivência social, económica e política. A superação desejável, mesmo imperiosa, desta suspeição universal, desta insegurança total, desta duvidança existencial, requer uma mudança urgente, uma conversão incondicional, só possível com o concurso de Deus, nas mentalidades e na acção dos partidos, dos políticos, das instituições, dos agentes da justiça, dos médicos, do estado, e, enfim, da população em geral.

Tenhamos Esperança, sem medo de diagnósticos realistas por mais impiedosos que nos pareçam, pois eles são uma condição indispensável para a cura, exigindo verdade e seriedade. Dêem-nos provas de que podemos confiar neles, de que respeitam, amam e promovem a vida, dignidade e direitos de cada ser humano, de que são verdadeiros, pois, como diz o povo, gato escaldado por água a ferver até da água fria desconfia e tem medo.

28. 01. 2013

quinta-feira, 17 de janeiro de 2013

Social Justice and the Radical Left - by Christopher White

In CWR


Donald T. Critchlow is the Barry Goldwater Chair of American Institutions at Arizona State University, editor of the Journal of Policy History and general editor for Cambridge Essential Histories (CUP). His new book, Takeover: How the Left Corrupted Liberalism in the Pursuit of Social Justice (co-authored with William Rorabaugh, published by the Intercollegiate Studies Institute, 2012), is an indictment of the leftist radicalism that persists in American politics today. For Critchlow, this radicalism has led to unprecedented attacks on religious liberties, a looming financial crisis, abortion on demand, and a redefining of freedom. Recently, in late 2012, CWR contributor Christopher White spoke with Critchlow about the political and cultural challenges that will significantly shape the future of the United States—and why Catholics should be both aware and concerned. 


CWR: In Takeover, you refer frequently to the "New Progressives." Who are the New Progressives and how did they emerge? 


Donald T. Critchlow: Takeover: How the Left Corrupted Liberalism in the Pursuit of Social Justice answers an important question that many Americans began asking with the ascent of Barack Obama to the White House:  How did the Democratic Party become so radical? Takeover shows that liberalism underwent a profound transformation with the rise in the late 1960s and the early 1970s of a radical political formation the authors describe as the New Progressives. 


By the early 1970s, the New Left’s anti-Vietnam War protests and other street activism had faded away. But the radicalism remained. The activists simply changed their tactics for remaking American society. After fighting against the establishment, radical leaders discovered that they could achieve much more by working within the system. They learned to harness politics and the courts to pursue what they thought of as social justice. Becoming lawyers, professors, journalists, consumer advocates, union leaders, community organizers, and even politicians, left-wing activists morphed into a new movement—the “New Progressives.” Takeover examines how the New Progressives colonized many areas of American life in creative and powerful ways. 


CWR: You note that the civil rights revolution introduced “moral politics.” What do you mean by moral politics—and do you consider this a positive or negative development? 


Critchlow: The struggle for black civil rights and opposition to the Vietnam War inspired the generation of radicals who came out of the 1960s. Yet while the civil rights movement of Martin Luther King, Jr. sought racial integration and equal opportunity for all Americans, radicals sought a revolutionary transformation of society. At first these radicals were hostile to electoral politics.  Liberalism and the Democratic Party were seen as enemies.  


Left-wing activists wanted to radically transform American society—by pursuing militant environmentalism; tearing down corporate power; crusading for population control, abortion, and euthanasia; pushing for nationalized health insurance; and more. They brought to these movements a moral fervor of the earlier civil rights movement, but their moral passion was translated into a vision—often based more on sentiment than a coherent philosophy—to remake American society through the expansion of the federal government to control, through sheer political power, and through the courts. 


CWR: Social justice is a frequently used phrase—what do you interpret it to mean?  


Critchlow: New Progressives seek to control American consumption from health care, energy use, the cars we drive, the light bulbs we use, to what we eat and drink.  All in the name of social justice. Their vision of social justice is not based on a systematic ideology; or a well-developed doctrine of social justice found in the Judeo-Christian tradition. It based on sentiment and rhetoric. Their use of the term social justice is ill-defined intellectually.  It is no less radical and transformative—and illusive politically. At issue is an understanding that Americans are confronting something never witnessed before in our history—a direct challenge that seeks to transform the political and economic order.  This is an unprecedented threat to the free-market economy and to those who believe in constitutional government, a balance between federal and state power, individual rights, and freedom itself. 


Radicals have never defined the exact meaning of “social justice.” The concept appeals to the heart and to good intentions. It has allowed New Progressives to form alliances, at various times, with concerned Americans who would resist being called radicals. Even some activists drawn to the New Progressive banner have been well-intentioned reformers who sought answers to legitimate problems related to poverty, environmental pollution, health care, and corporate abuse. 


The reliance on governmental power, the faith in elites to be able to determine the collective good, and the suspicion of free markets are all the New Progressives. Takeover does not dismiss the importance of moral passion, either in religion or politics. What we—my co-author William Rorabaugh and I—criticize is moral passion based on a single goal of gaining political power to serve elite and special interests. 


CWR: Can you describe the origins of the “rights” movement, and specifically, the “right to choose”? 


Critchlow: The “rights” movement came out of the earlier (and justified) civil rights movement. Coinciding with the black civil rights movement there emerged movements for women’s, Native American, Asian, and gay rights. Identity politics emerged full-blown by the early 1970s, reinforced by the implementation of federal affirmative action under the Nixon administration. 


The feminist and pro-abortion movement seized upon the term “right to choose” as essential to their call for abortion on demand. Actually, Roe v. Wade limited constitutionally the absolute “right to choose” by women by declaring that in the last two trimesters of pregnancy that physicians and the government had a say in when a pregnancy could be terminated. 


CWR: How did the new progressives use the language of individual freedom to promote their involvement in family planning and international population control? 


Critchlow: The origins of family planning, as your readers know, had historical roots in the eugenics and population control movement. The Nazis gave eugenics a bad name, but even after the Second World War when John D. Rockefeller III established the Population Council, with the goal of controlling global population growth, he wanted to include in its mission a eugenics statement. He was talked out of this by his advisers. The rise of the feminist movement in the 1960s and the environmental movement in the late 1960s advanced the language of individual freedom related to family planning. Sarah Weddington, who argued Roe v Wade before the Supreme Court in 1971, was closely associated with the women’s liberation movement in Austin, Texas. These feminists were strong advocates of population control. Her then husband, Ron, was a fervent advocate of population control. He was not alone. Many of the leading advocates of abortion saw this as an instrument to control population growth. Harriet Pilpel, a skilled lawyer who worked for Planned Parenthood, saw abortion as a women’s right and as a means of population control. She declared that to cut down on population growth abortion should be made easy and safe, while developing other methods of family limitation. She was joined by many others who feared an approaching population crisis. 


The euthanasia movement also took up the rhetoric of rights. This language of rights was used in the passage of assisted suicide in Oregon in 1994. Advocates of euthanasia, such as Derek Humphrey, the founder of the Hemlock Society, used the rhetoric of individual freedom to promote assisted suicide. The forces behind the Oregon law effectively used the language of individual choice, contrasting it with the “unique” theology of the Roman Catholic Church, to win public approval for the passage of the first state assisted suicide act in American history. The appeal to individual rights argument ultimately functioned, in effect, to advance elite goals of controlling demographic outcomes. In this way individuals are offered apparent choice, while elite-controlled government extends its powers to manage individual lives.


 CWR: How did Planned Parenthood acquire its untouchable status that is has today? 


Critchlow: Planned Parenthood’s “untouchable” status became apparent in this last presidential election.  Any answer to this involved question needs to begin with the vast cultural changes we have seen since the 1960s’ sexual revolution. That many women believe the right to contraception means a right to have the federal government fund contraceptives, without distinction to income or ability to pay, is an extraordinary extension of the rights argument. It comes at a time when the nation is in debt to the tune of $16 trillion and the government is running an annual deficit of $1 trillion. It’s another entitlement at a time when Medicare and Social Security are going broke. Yet any attack on Planned Parenthood, a major proponent of free conception on demand, or Obama’s executive order extending free contraception, was seen as part of a “war on women.” In a secular age, calls to protect religious freedom, however justified, simply did not persuade many unmarried women. It might be added that the contraception revolution has coincided with an out-of-wedlock birth rate today of over 40 percent. This is hardly healthy for a nation. 


CWR: What are the historical origins of Obama's Affordable Healthcare Act?  


Critchlow: The New Progressive agenda to control American consumption finds its fullest expression in national health insurance. When Barack Obama signed the Patient Protection and Affordable Care Act of March 23, 2010, he fulfilled the long-term dream of progressives to move the nation away from private insurance into a government-regulated and government-controlled national health care system. The dream was not fully realized—it was not socialized medicine per se—but a major advance toward it. Obama and the Democratic-controlled Congress enacted a national health insurance system mandating that all Americans carry insurance through their employers, state-run health insurance exchanges, or Medicaid. 


Takeover reiterates the costs and fiscal damage ObamaCare will cause the nation once fully implemented. We explore exactly how the New Progressives mobilized unions, hospital associations, and big health insurance to support ObamaCare. Unions such as the United Automobile Workers Union and the Service Employees International Union proved critical in this mobilization. By 2007, the SEIU had formed an alliance with the Kaiser Foundation, Kaiser Hospitals, and Catholic Health Care West to promote health care entitlements. 


While labor was organizing its troops, other activists were rallying the base in support of nationalized health care. Especially important was the Association of Community Organizations for Reform Now (ACORN), a grassroots radical group closely aligned with SEIU. In Chicago, SEIU Local 880 was ACORN. They shared the same office and same staff. Although ACORN received national notoriety after Obama’s election—and ultimately would be forced into bankruptcy—the importance of this organization in the New Progressive agenda should not be underestimated. Formed in 1970, by former New Leftist and welfare rights organizer Wade Rathke, ACORN grew into a major activist organization. It became a major advocate of national health insurance.  


Following Obama’s election in 2008, ACORN launched a vigorous campaign on behalf of national health insurance. Tamecka Pierce, a member of ACORN’s national board, was the leader in the national Health Care for America. This 46-state coalition was supported by more than a thousand organizations. Included in this coalition were progressive unions, community activists, civil rights groups, feminists, pro-choice groups, health activists, church groups, and physician and nursing organizations. Following the election, this alliance rallied to fulfill the long-sought dream of progressives: national health insurance—that is, the federal government’s takeover of the nation’s health. 


CWR: What is likely to be on the progressive second term agenda for the Obama administration?  


Critchlow: Obama Democrats have proclaimed the results of the 2012 election a mandate to go forward with their agenda.  Two things stand in the way of fulfilling this agenda. No, not the 48 percent of Americans who voted for Romney or the Republican-controlled House. The two things are a financial crisis and the potential of a foreign affairs crisis. The financial crisis this country confronts means, whatever else, that federal spending is going to have to be cut. This means addressing entitlement programs—including Medicare, Social Security, Obamacare, welfare costs, student loans—and many, many other programs. 


Already “stakeholders” in these entitlement programs are demanding that cuts not be made. SEIU and AARP have been running television commercials not to cut entitlements until a full national conversation can be held. Cuts in spending threaten to divide congressional Democrats, special interests such as Democratic-aligned unions, and constituent groups from the administration. The Obama coalition is loose and fragile. 


Obama began his 2008 campaign as an anti-Iraq War candidate. In his reelection, he claimed to have ended Bush’s wars. The United States is still keeping 10,000 troops in Afghanistan after 2014. Obama might wish a world of peace—but given the world financial crisis, the rise of our enemies, this next four years won’t be tranquil. We should pray for peace and world understanding between peoples, leaders, and nations, while preparing for the worst.  


CWR: For advocates of religious freedom, what do you predict will be the future of the now infamous HHS mandate?


Critchlow: This is a tough question, especially knowing that the majority of Roman Catholics voted for Obama. We can dismiss these voters as not regular church-goers, but their votes reveal the weakness of Catholic vote. In the end, the Church needs to stand on principle, not just political expediency. In an age of growing secularism, religious arguments have less power. In the end, however, the Church is answerable to God, not public opinion. We can only hope that in the meantime standing on principle will maintain the respect of the faithful and ultimately win over those repulsed by the language of religious belief. 


Opponents of HHS faced immense media hostility in this last election. Nonetheless, the Catholic vote went up for Romney in the last election from 2008. It was not enough to win the election, but it’s a positive sign. The US Supreme Court recently ordered the Fourth Circuit Court to review arguments for the exclusion of religious organizations from the ObamaCare mandate in a case involving Liberty University. The fate of this mandate and other federal mandates remains uncertain at this point. 


CWR: What is the likely future of the New Progressives? How can conservatives compete with them? 


Critchlow: We are historians, so it’s easier for us to predict that past than the future. We can say that our study of American political history shows that one party cannot maintain power forever. Republicans and conservatives need to develop a language of freedom and liberty that appeals to a larger electorate. This is especially true for young voters and ethnic voters. Yet political rhetoric and public policy can only go so far. In the end, many political issues are cultural issues, and it is here that we are most concerned. We need a spiritual reformation at this point in our history. It has occurred in our nation’s past, so it’s not wishful thinking to believe that it can occur again. 


There is room for optimism in these difficult financial and political times. We are experiencing an unprecedented threat to our constitutional government, a balance between federal and state power, individual rights, and freedom itself. It is a challenge to preserve what our founders created and our forbearers fought and died to protect.  We must be no less heroic and equally determined to ensure our experiment in democracy is continued for our generation and for future generations of Americans to come.

segunda-feira, 7 de janeiro de 2013

Ficção e realidade - João César das Neves

In DN

Nas últimas semanas o País viveu o interlúdio cómico de um suposto especialista da ONU divulgando um relatório alegadamente produzido por "uma equipe de sete economistas, que trabalhou no tema durante mais de um ano" (Expresso Economia, 15/Dez, p.12). Com alguns corados de vergonha e outros vermelhos de tanto rir, poucos se debruçaram sobre o aspecto interessante do episódio: como pode acontecer uma coisa destas? Como foi possível pessoas inteligentes, cultas e informadas serem enganadas desta maneira, aceitando como boa a análise de um ignorante? Há aqui um mistério que merece investigação.

Uma possibilidade é o economista, mesmo falso, ter dito coisas certas e sensatas. Assim não admiraria que até observadores atentos e informados fossem enganados. Mas se esta solução resolve o primeiro enigma, levanta outro pior. Será que um qualquer "chico-esperto", sem estudos ou diplomas, consegue nesta situação tão complexa dizer coisas equivalentes aos grandes especialistas internacionais? Afinal todas aquelas teorias, estatísticas, equações e modelos não servem para nada? Sendo assim, para quê perder tempo e dinheiro a escrever e ler esses relatórios? Bastaria perguntar ao taxista ou ao avô surdo para ouvir o mesmo.

Mas terá o homem dito mesmo coisas acertadas? De facto as suas afirmações foram disparates monstruosos: "Desemprego de 24% em 2014" (p.1), "41% do total da dívida soberana ... advém da obrigatoriedade do cofinanciamento pelo Orçamento de Estado português" (p.12); "340% do PIB de endividamento global" (p.13), etc., etc. São atoardas tão absurdas e dislates tão exagerados que facilmente seriam desmascarados numa consideração ponderada. Se o suposto especialista tivesse usado os relatórios verdadei- ros de instituições internacionais, diria coisas opostas às que disse. Banco Mundial, FMI e OCDE (o PNUD não é conhecido pela qualidade das suas análises conjunturais de países desenvolvidos, por não ser essa a sua função) apresentam cenários muito diferentes.

As previsões da taxa de desemprego para 2014 andam entre 15,9% e 16,6%, ainda muito elevadas, mas já a descer. A economia portuguesa estará a crescer nesse ano, mesmo que muito pouco (0,8%-0,9%) e a enorme dívida bruta total do País ao exterior não deve atingir sequer os 250% do PIB, quanto mais 350%. Nenhuma organização séria sugeriria a Portugal repudiar ou renegociar a sua dívida externa, o que lhe destruiria a credibilidade junto dos credores e agravaria os financiamentos externos por muitos anos.

Assim a resposta simples não colhe: o relatório fictício nunca poderia ter passado por verdadeiro. Voltamos então ao problema inicial: como conseguiu ele aldrabar tanta gente boa? A resposta é fácil. Aquilo que constava nas suas conferências e entrevistas (porque parece não haver relatório) era uma asneira pegada, mas que não destoa das asneiras que andam a dizer-se por aí em comícios, jornais e conversas de café. O burlão da ONU foi recebido de braços abertos simplesmente por trazer credibilidade institucional às convicções exageradas que hoje dominam a opinião pública.

Assim, involuntariamente, o caso mostra como o rei vai nu. De repente vemos que o que discursos, notícias e comentários afirmam está ao nível das tolices de um falsário. Na raiva, ninguém quer uma análise séria e ponderada da situação. Ninguém lê os verdadeiros relatórios das organizações reputadas, e as reportagens sobre eles incluem frases soltas, enviezadas e fora do contexto apenas das secções mais negativas, porque é isso que o público quer ler. Todas as antevisões positivas são descartadas como ilusórias, empolando-se qualquer contorno mau. Os catastrofistas são aplaudidos, enquanto se troça e insulta de quem tentar estimular, confortar e serenar os ânimos.

Todos anseiam por ser confirmados na sua certeza macabra de que isto vai de mal a pior. A esperteza do impostor, como dos discursos, foi dizer aquilo que as pessoas querem ouvir. Preferem a ficção à realidade, mesmo que seja pior que a realidade.

segunda-feira, 31 de dezembro de 2012

O desafio da geração - por João César das Neves

In DN 

Esta crise é um grande teste. Perante a desgraça, todos somos postos à prova. Para a maior parte de nós, esta situação é mesmo o desafio da nossa vida. Um dia perguntarão o que fizemos na grande recessão, como hoje dizemos da Guerra Colonial ou do 25 de Abril. Muitos terão de responder sinceramente que foram parte do problema, não da solução. Terão de dizer que protegeram benesses, sabotaram reformas, resistiram à mudança, incitaram ao ódio.

A tentação da revolta e desânimo é bem compreensível. O pior da conjuntura, o verdadeiro mal que cria no tecido social é a surpresa, a desilusão, a indignação. Confiávamos no sistema que faliu e surgiu o oposto do prometido. Muitos sofrem muito, mas o que mais ocupa os nossos protestos é o desalento, a queixa, a fúria. Este país deixou-nos outra vez ficar mal. Ouvimos muitas histórias degradantes de injustiças, mentiras, direitos violados, inocentes sofrendo, corruptos e burlões. Grande parte é falsa, pois a fúria cria o exagero, mas muitas são verdade. Assim, multidões de argumentos justificam a atitude negativa. O efeito de todas é sempre promover propostas repulsivas, nunca construtivas. A receita é denúncia, revolta, violência, nunca compreensão, solidariedade, perdão.

Perante a indignação é fácil esquecer os valores que sempre guiaram a nossa vida, ou que dizíamos que guiavam em tempos mais serenos. Vemos pessoas honestas dizer e fazer coisas brutais. Quantos cidadãos pacatos não repudiam agora a lei e a autoridade, rejeitam a democracia, desprezam o País, recomendam violência e revolução, agridem o próximo? Todas estas atitudes justificam-se como luta pela justiça, mas apenas produzem vingança. Foi assim que surgiram as maiores barbaridades da história: Hitler e Ben Laden diziam responder a ataques. Invoca-se a dor e a iniquidade, mas isso apenas revela a fragilidade das antigas convicções, renegadas logo que testadas.

Perante o embate é possível subir ou descer. Podemos enfrentar ou criticar, inovar ou gemer, criar ou agredir. É agora que o nosso carácter, a fibra, as raízes, as convicções profundas mostram o seu valor. O embate é brutal e muitos cedem. É fácil desanimar, desistir, acusar, insultar, agredir, odiar, mas o problema fica na mesma. Um pouco pior. Difícil é subir ao nível da dificuldade e enfrentá-la. Vencer ou perder, mas encará-la. Como o fizeram as gerações antigas em encruzilhadas bem mais duras.

O pior da crise não é o desemprego, as falências, a pobreza, o desânimo. O mais negativo não é o peso financeiro, a recessão económica, o choque social, a desorientação política, a paralisia cultural, o bloqueio institucional. O pior da crise é o ódio. Só o ódio poderia realizar as irresponsáveis previsões catastrofistas que dominam a imprensa. O ódio é a única força que pode perpetuar o mal, deixando cicatrizes na economia, na sociedade, na política e na cultura. A situação justifica repulsa, angústia, desânimo, até mesmo desespero ou revolta. Mas não pode justificar o ódio, porque nada o justifica. O ódio nunca nasce das circunstâncias, mas da atitude face às circunstâncias. O ódio, mesmo mascarado de justiceiro, nunca tem razão. É sempre um mal arbitrário, abusivo, inaceitável.

Portugal vencerá o teste, como venceu outros muito maiores. Da crise nascerá um país mais justo, dinâmico e equilibrado. A única dúvida é como cada um de nós se coloca neste processo. Como em épocas passadas, podemos estar do lado do futuro ou da reacção. Podemos desistir, protestar, exigir, gemer, insultar ou, pelo contrário, encarar as dificuldades, procurar resposta, construir a solução. Destes, apenas destes sairá o novo Portugal. Não é do Governo, política, troika, Europa, FMI, que ajudam ou complicam, e geralmente complicam mais do que ajudam. A saída da crise depende de milhões de cidadãos anónimos tentando melhorar a sua vida e encontrando a resposta. Se a percentagem dos que vencem o ódio for superior à dos seus promotores, Portugal passa o teste. Só o nosso carácter, a fibra, as raízes e as convicções profundas nos permitirão vencer o desafio desta geração.

sexta-feira, 28 de dezembro de 2012

Il piano segreto per fare diventare l’ Europa come l’ Unione Sovietica - Intervista a Vladimir Bukovskij: ''La prima fase è già in atto''


di Alessandra Nucci

In BB 
Vladimir Bukovskij, 70, è uno dei più noti ex-prigionieri politici dell'ex-Unione Sovietica. In totale trascorse dodici anni di internamento, tra prigioni, campi di lavoro e ospedali psichiatrici, prima di essere espulso e scambiato con il prigioniero cileno Luis Corvalan nel 1976. Da allora vive a Cambridge e ha preso la cittadinanza britannica.


Nel 2007, assieme a Pavel Stroilov, ha scritto URSS-EURSS ovvero il complotto dei rossi e Eurss. Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (Ed. Spirali) in cui ricostruisce, sulla base di documenti copiati dagli archivi sovietici nel 1992, i piani per trasformare la Comunità Europea in un'Unione di repubbliche socialiste in tutto identiche all'ex-Unione Sovietica.

Radici Cristiane lo ha interpellato per conoscere il suo parere sugli sviluppi attuali.



MISTER BUKOVSKIJY, È ALMENO DAL 2000 CHE LEI SOSTIENE CHE L'UNIONE EUROPEA È LA COPIA CONFORME DELL'UNIONE SOVIETICA. GLI ASPETTI IN COMUNE DA LEI EVIDENZIATI PARTONO DALL'IMPALCATURA STESSA DELLA NUOVA EUROPA: UN'UNIONE DI REPUBBLICHE DALL'IMPIANTO SOCIALISTA, RETTA DA UNA MANCIATA DI PERSONE NON ELETTE, CHE FANNO PROMESSE TIPICAMENTE BOLSCEVICHE - UGUAGLIANZA, EQUITÀ E GIUSTIZIA - E NON RICONOSCONO LE NAZIONI MA SOLO I CITTADINI DI UN POPOLO NUOVO, CON "EUROPEO" AL POSTO DI "SOVIETICO". IN COMUNE, INOLTRE, LE DUE UNIONI AVREBBERO LA CORRUZIONE TIPICA DI UNA REPUBBLICA SOCIALISTA, UNA CORRUZIONE ORGANIZZATA DALL'ALTO, L'AGGRESSIVITÀ VERSO L'ESTERNO E ADDIRITTURA I GULAG ALL'INTERNO. A TANTI ANNI DI DISTANZA, GLI EVENTI LE STANNO DANDO RAGIONE?


Ha dimenticato la somiglianza nel modo di iniziare. Come fu creata l'URSS? Certo, con la forza militare, ma anche costringendo le repubbliche a unirsi con la minaccia finanziaria, facendo loro paura economicamente. Quindi ci siamo.

Ma siamo ancora agli inizi, alla prima fase. La meta finale di tutte le unioni che si sono costruite finora non si esaurisce con la sottomissione al controllo di Bruxelles, ma va oltre. Quello a cui si punta è l'edificazione di un unico Stato, sotto un unico governo mondiale, con un'unica legge, un'unica pensione.... Le crisi finanziarie servono a spingere in questa direzione.



L'IMPOVERIMENTO GENERALE DUNQUE SAREBBE VOLUTO?


È il concetto stesso di "unione" a togliere flessibilità all'economia. Un'unica economia rende impossibile i continui aggiustamenti necessari per favorire gli scambi.


Non dimentichiamo che anche l'Unione Sovietica andò in bancarotta. Certo, eravamo molto più avanti sulla strada dell'integrazione verso un unico Stato: non solo la moneta unica, ma anche un unico popolo. E l'URSS, a differenza dell'Europa, aveva risorse enormi, per cui ogni volta che si trovava sull'orlo del fallimento, scopriva nuove risorse: petrolio, diamanti, oro... È questo che li ha fatti andai Altrimenti sarebbero falliti non negli anni Ottanta ma già degli anni Trenta.


HA DETTO CHE LA CRISI È STATA LA PRIMA FASE. E LA SECONDA?


Col tempo si passa alla sfiducia che può portare all'ostilità è la prossima fase. Gli esempi abbondano, basti pensare alla Yugoslavia, all'URSS... Paesi costretti a convivere sotto lo stesso tetto. Io stesso sono cresciuto sotto una bandiera federale. Ma è una pentola a pressione che prima o poi scoppia.


È PER QUESTO CHE STANNO PIANO PIANO UNIFICANDO LE FORZE MILITARI?


Si tratta sempre della costruzione dello Stato unico. Unico governo, unico presidente, unica politica. Le difficoltà economiche aiutano a ridurre la sovranità, perché la gente è più disposta ad accettare e obbedire. Voi in Italia non a caso avete un Primo Ministro non eletto


USANO L'ECONOMIA PER SCHIACCIARE LO STATO NAZIONALE? A ME PARE CHE LA USINO PER SCHIACCIARE LA GENTE.


La gente la manipolano per evitare che si opponga alle novità politiche, che devono, al contrario, apparire loro come l'unica speranza.


DUNQUE A BRUXELLES SONO TUTTI SOCIALISTI?


È socialista il progetto. Non conosco personalmente queste persone, ma la maggior parte di loro è di sinistra, più o meno estrema. Favoriscono cioè soluzioni stataliste e la regolamentazione di tutto. E parlano tutti come nel libro di Lenin Lo Stato e la rivoluzione, che spiega come morirà lo Stato nazionale. Le sue parole sono che «appassirà fino a sparire». Dal canto loro, i conservatori mantengono la curiosa idea che il progetto si possa cambiare dall'interno. Il PPE non oppone resistenza, e cercare di influenzarlo dall'interno diventa una buona scusa per non fare nulla.


ALLORA SI TROVA IN LENIN LA MATRICE DI QUELLO CHE STIAMO VIVENDO?


Il sogno dei socialisti, il Program Maximum, è sempre stato di eliminare la proprietà privata, la famiglia e lo Stato nazionale. Con la proprietà privata non ci sono riusciti, ma continuano sulla via della distruzione della famiglia e della nazione. Il piano fallito all'Est è stato trasferito ad Ovest; gli europei e Mosca hanno lavorato insieme per attuare la "convergenza" della "casa comune europea" Prima del 1985 la sinistra si opponeva alla Comunità Europea perché diceva che aiutava i padroni, gli industriali, i capitalisti, e lasciava soli i lavoratori. Dopo hanno fatto dietrofront.


DA NOI SOCIALISTA È UN TERMINE ASSAI DIVERSO DA COMUNISTA. LEI SEMBRA APPLICARLO AL PARADIGMA SOVIETICO COME SINONIMO DI COMUNISTA.


No, il socialismo è la forma meno violenta e graduale del comunismo, ed è socialista il progetto di Unione Europea, che nasce a Maastricht nel 1992. L'intento era quello di salvare il socialismo in Europa dopo il crollo del Muro di Berlino e la prevedibile bancarotta dello stato sociale anche in Occidente. Le spese sociali stavano crescendo e non c'era modo di contrastarle o fermarle.

Si possono dare benefit alla gente ma non si possono togliere senza alienarsi una parte enorme della popolazione, perché non ti rieleggeranno. Così quando i leader di sinistra si sono resi conto che stavano andando in rosso e che le loro innovazioni socialiste in Europa sarebbero andate gambe all'aria, decisero di creare questa amministrazione di non eletti, che non potesse essere mandato a casa.



UN'AMMINISTRAZIONE CHE PERÒ ESISTEVA GIÀ!


Prima di Maastricht non c'era nessuna Unione Europea. C'era un mercato comune, creato per facilitare i commerci, il movimento di capitale. È per questo che nessuno ha avuto da ridire per tanto tempo. Ma a metà anni Ottanta, invece di una comunità economica decisero di mettere su uno Stato. Prima di Maastricht non hanno mai detto Unione, dicevano comunità. E pubblicamente non ne parlavano.


FRA LE SUE PREVISIONI PER L'UE-URSS C'ERA ANCHE IL GULAG. CONFERMA?


Purtroppo sì. L'UE li sta creando lentamente. Il politicamente corretto che viene imposto non con la persuasione ma con la repressione. In Gran Bretagna appena il mese scorso hanno incarcerato per linguaggio di odio, "hate speech", un diciannovenne che aveva scritto qualcosa di offensivo su Twitter riguardo a un calciatore dalla pelle nera. È stato condannato a un mese e mezzo di prigione.

Siccome non protesta nessuno, gradualmente allargheranno la rete e alla fine ci ritroveremo il gulag. E ricordiamoci che alla polizia europea è concessa l'immunità, una cosa che non era garantita neanche al Kgb!



BARACK OBAMA NON FA PARTE DI TUTTO QUESTO ?


Per adesso gli americani non percepiscono l'Unione Europea, non vedono dove è diretta. Ma in America c'è un apposito progetto parallelo, quello dell'Unione americana. Se il processo includerà gli Stati Uniti d'America, che speranza ci rimane di fermare questo governo mondiale? Fallirà, perché è troppo grosso da gestire. È impossibile governare un'entità così enorme. E guardate che la resistenza più diffusa non è aperta, è passiva. Sabotaggio.


SULL'ALTRA SPONDA RIMANE PUTIN. SO CHE LEI NE HA UN'OPINIONE DEL TUTTO NEGATIVA, MA I TEMPI CAMBIANO E I SUOI FORTI LEGAMI CON LA CHIESA ORTODOSSA HANNO FATTO SÌ CHE QUALCHE SETTIMANA FA LA RUSSIA SI SIA UNITA ALLA MAGGIORANZA DELLE ALTRE NAZIONI PER CONTRAPPORSI AGLI STATI UNITI E ALLE NAZIONI DELL'EUROPA OCCIDENTALI IN TEMA DI ABORTO. COSÌ, E NON DA ADESSO, LA RUSSIA È UN PUNTO DI RIFERIMENTO PER LE CHIESE ORTODOSSE E ANCHE PER LA CHIESA CATTOLICA.


Se è per questo, lo stesso vale per i musulmani, che su questi temi fanno fronte comune in sede ONU con la Chiesa, ma in obbedienza alla loro stessa religione. Ciò non fa di loro dei "buoni" perché al di fuori di questo argomento, si contrappongono a noi come dei nemici. È uno dei paradossi di questo mondo.



Fonte: Radici cristiane, dicembre 2012 (n.80)