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terça-feira, 29 de janeiro de 2013

Bravissime parole del Cardinale Bagnasco sulla política

In CCI

... È certamente riconosciuto dalla coscienza in generale l’esigenza di esprimere il proprio voto liberamente, cioè svincolato da suggestioni e da pressioni spesso veicolate da minoranze che hanno l’abilità di non apparire tali. La biopolitica è oramai una frontiera immancabile di qualsiasi programma. Francia, Spagna, Inghilterra, Stati Uniti…, per limitarci a questi soli Paesi, ci dicono che non si può far finta di accantonare i problemi quando sono semplicemente nodali nelle società post-moderne. Parlare di vita, salute, malattia, stati cosiddetti vegetativi, dolore, previsione infausta, medicina palliativa, invasività delle diagnosi, disabilità, rapporto medico-ammalato, ma anche di medicina e bilancio dello Stato, obiezione di coscienza, politica dei trapianti… significa affrontare temi cruciali che tali saranno sempre di più. Insieme a quello scandaloso – per le evidenze che vorrebbe ignorare – dell’aborto, della maternità surrogata, dell’eutanasia attiva o passiva. Andando sul concreto, quanti aborti e quanti tentazioni eutanasiche si verificano a motivo del primato economicista? Non ha senso nascondere gli argomenti, riconoscendo invece cittadinanza elettorale solo all’economia, in quanto fenomeno che obiettivamente brucia. Si parla ovunque di biopolitica e di biodiritto; perché non concepire anche l’economia come bioeconomia? Linee di compromesso, o peggio di baratto tra economia ed etica della vita, a scapito della seconda, sarebbero gravi. Senza il primato antropologico non solo la finanza e l’economia sarebbero oppressive perché ridurrebbero la persona in termini di costi e ricavi, ma anche lo stato sociale nascerebbe su basi anguste e riduttive.

Né ci si può illudere di neutralizzare in partenza il dibattito, acquisendo all’interno delle varie formazioni orientamenti così diversi da annullare potenzialmente le posizioni, o prevedere al massimo il ricorso pur apprezzabile all’obiezione di coscienza. Viene qui spontanea una analogia con la famiglia: come questa ha un volto, un’identità fatta dal suo modo di ragionare, di amare e di agire, così è della società e dello Stato se vogliono essere una comunità, e non solo un agglomerato di interessi o istanze particolari. In questa seconda ipotesi, lo Stato potrà solo cercare di “tenere a bada” gli appetiti contrastanti dei singoli soggetti o parti, allergici ad un progetto di bene comune. Il suo massimo merito sarebbe in questo caso di bilanciare non di costruire. Ma la famiglia – riferimento principale dell’analogia – non è questo! La famiglia è una scelta d’amore che – in un progetto comune – diventa patto tra un uomo e una donna nel matrimonio.

Similmente, anche la società deve avere alla base un progetto di bene comune, altrimenti cadrà fatalmente in balia di pressioni o interessi contrastanti, dove sarà ascoltato ed esaudito chi fa la voce più forte e insistente. Ora, alla radice del bene comune troviamo le realtà primarie della vita, della famiglia e della libertà, che si intrecciano e si richiamano universalmente perché sono valori fondativi e quindi irrinunciabili dell’umano. Si potrebbe dire che l’inviolabilità della vita è il principio, la famiglia ne è il grembo sorgivo, la libertà la condizione prima di sviluppo. Tutto il resto viene di conseguenza. Quando la Chiesa si interessa dell’inizio e della fine della vita, lo fa anche per salvaguardare il “durante”, perché ciò che le sta a cuore è tutto l’uomo, la cui dignità non è a corrente alternata. Sviluppando la precedente metafora, nella famiglia nasce la vita, viene accudita con amore e dedizione, fedeltà e gioia, tanto più quanto essa si presenta fragile e indifesa. La piccola vita – come la vita malata o anziana – è sentita parte viva e cara del corpo familiare poiché ognuno è importante, e sta a cuore agli altri per quello che è, non per ciò che fa o produce. Così deve essere nel corpo sociale e nello Stato. Lasciar andare alla deriva la vita fragile, che non ha neppure la voce o il volto da opporre per affermare se stessa, rivela un’autocomprensione efficientista e arrogante dello Stato, una sua inquietante carta d’identità, pur se il tutto è spesso motivato con ragioni alte. È qui in questione non la sofferenza e il dramma di persone concrete, ma il porsi – e prima ancora il concepirsi – di uno Stato verso i suoi membri. La fotografia realista di una società è determinata anzitutto dal suo rapportarsi virtuoso non verso i soggetti efficienti, produttivi e gagliardi, ma verso i più bisognosi e indifesi. Sta qui la sua prima e incancellabile verità. E non in termini di assistenza, ma di giustizia poiché questo è lo scopo della buona politica. La vita fragile interpella non solo la famiglia, che già se ne fa carico, ma la società intera. Chiede alla comunità e ai suoi apparati istituzionali di non essere abbandonata ma di essere presa “a cuore”. È evidente che ciò rappresenta un impegno per la collettività in termini di risorse economiche e assistenziali; come è evidente che tali vite spesso non avranno da ricambiare con compensi o consenso. Ma la vera risposta sta nel fatto che la società avrà fatto il proprio dovere, paga di essere umana. Ecco perché quando si giunge di fronte alla grande porta dei fondamentali dell’umano, non è possibile il silenzio da parte di alcuno, persone e istituzioni: si è arrivati al “dunque”. Reticenze o scorciatoie non sono possibili: bisogna dire il volto che si vuole dare allo Stato, se è una famiglia di persone o un groviglio di interessi; se un agglomerato di individui o una rete di relazioni su cui ciascuno sa di poter contare, specialmente nelle fasi di maggiore fragilità.



1.               Certo la difesa dei diritti ha fatto grandi progressi, e dunque in qualche modo può ritenersi un dato basilare unificante le diverse formazioni e diversi gruppi. Ma come non riconoscere una singolare tendenza arbitrariamente selettiva di quanto viene proposto come irrinunciabile e innegoziabile? Ecco perché la già evocata «questione sociale è diventata radicalmente questione antropologica» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 75). Dobbiamo stare attenti che una certa cultura nebulosa non ci annebbi la vista, inducendoci a non riconoscere più, tra i principi che mandano avanti la società, i fondamenti che non sono confessionali, come si insiste a dire, ma semplicemente di ordine razionale. Anzi, è necessario che in un momento elettorale si certifichi dove essi trovano dimora. Si tratta della vita, come ho detto, dal suo concepimento alla morte naturale, dunque la rinuncia all’eutanasia comunque si presenti, la libertà di coscienza e di educazione, la famiglia basata sul vincolo del matrimonio tra l’uomo e la donna, la giustizia uguale per tutti, la pace. Sono le determinazioni storico-pratiche o principi basilari, dunque non negoziabili, per i quali c’è un fondamento, oltre che nella ragione, nella nostra stessa Costituzione, e ai quali tutti gli uomini di buona volontà debbono attenersi. Chiunque si rifà al bene comune immediato non può non considerarli per ciò che sono, ossia valori non derogabili sul piano della civiltà politica, pena un arretramento antropologico e sociale. Perché la Chiesa insiste tanto? Perché ha a cuore l’uomo! Perché è chiamata a rappresentare «la memoria dell’essere uomini di fronte a una civiltà dell’oblio, che ormai conosce soltanto se stessa e il proprio criterio di misura. […] La Chiesa certamente non ha soluzioni pronte per le singole questioni. Insieme alle altre forze sociali, essa lotterà per le risposte che maggiormente corrispondano alla giusta misura dell’essere umano. Ciò che essa ha individuato come valori fondamentali, costitutivi e non negoziabili dell’esistenza umana, lo deve difendere con la massima chiarezza. Deve fare tutto il possibile per creare una convinzione che poi possa tradursi in azione politica» (Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2012). Su questi principi i cattolici sanno che non esiste compromesso o mediazione comunque si voglia chiamare, poiché ne va dell’umano nella sua radice. Per questo la Chiesa è “avanguardia”. Si sente ripetere che questi sono valori “divisivi” mentre quelli sociali sarebbero “unitivi”: in realtà, i valori sociali dei quali abbiamo parlato sopra e che la Chiesa conosce e pratica fin dal suo nascere (cfr At 2) stanno in piedi se a monte c’è il rispetto della dignità inviolabile della persona. Fa specie che taluno consideri tali principi come retaggio clericale quando sono le garanzie ultime per gli indifesi e i senza diritto di parola. In questa cornice, ci pare senza dubbio importante la campagna «Uno di noi» che partirà prossimamente e vuole portare nelle sedi comunitarie l’istanza della vita, senza più selezioni. Così come stupisce che si programmi fin d’ora di discostarsi da essi, quale passaggio necessario per “entrare” a pieno titolo nell’Europa evoluta. Ma l’evoluzione e il progresso consistono nel negare i valori umani? E perché dovremmo noi inseguire e copiare qualcuno che, abdicando ad essi, si è allontanato dal circuito valoriale ed è entrato in un assolutismo del relativo, del precario, del soggettivo, rischiando di congedarsi dalla storia? Gli esiti sociali riscontrabili di quella impostazione ci legittimano a tanto? Perché si dovrebbe «contenere» l’Europa – per altro necessaria – quando avanza pretese esigenti sul fronte – ad esempio – delle regole sul lavoro, ed assecondarla invece quando vorrebbe decidere dell’equilibrio esistenziale della nostra umana esperienza? Fa pensare la Caritas in veritate quando avverte: «Come ci si potrà stupire dell’indifferenza per le situazioni umane di degrado, se l’indifferenza caratterizza persino il nostro atteggiamento verso ciò che è umano e ciò che non lo è?» (ib). Come Vescovi, sentiamo di dover far nostro l’invito proveniente oggi anche da soggetti insospettabile, di non lasciarci dividere dal secolarismo piegato in versione nichilista. La crisi in atto – che in ultima istanza può essere vinta solo con la cultura della vita (cfr Messaggio CEI per la Giornata della vita 2013), ci ricorda che senza un’apertura al trascendente l’uomo diventa incapace alla lunga di agire per la giustizia (cfr. Benedetto XVI, Discorso a Justitia et Pax cit.). Dunque, il bene comune immanente che tenacemente va perseguito, deve mantenere i cieli aperti perché questo procura perentorietà e dedizione all’iniziativa dei singoli.



2.               La madre di tutte le crisi è l’individualismo. E questo è figlio della cultura nichilista per cui tutto è moralmente equivalente, nulla vi sarebbe di oggettivo e di universale valido e obbligante. È questo il tarlo più o meno mascherato che sta modificando dal di dentro gli assetti dell’orientamento comune e delle prassi sociali. Nel suo congenito utilitarismo, l’ideologia individualistica concepisce «la persona come un essere fluido, senza consistenza permanente», per la quale non c’è una natura precostituita, è il soggetto a crearsela (cfr. Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana cit.). In realtà, è la cultura del limite quella che viene rimossa, in quanto ritenuta negazione della libertà individuale e dello slancio vitale. Dunque,  non conveniente e ingiusta. Si tratta – a ben vedere – di una sorta di moderno delirio di onnipotenza che nella storia umana è già stato più volte sperimentato. Una distorsione radicale del desiderio di libertà e di autorealizzazione, una sorta di fuga dal realismo fattuale e dalla ragione stessa. Di qui l’incapacità di legami veri, in cui l’altro sia non solo la proiezione o lo specchio di sé, ma il terminale di una relazione a misura intera dell’essere. Si annida qui un’idea bugiarda e infondata di un’autonomia personale che accetta di entrare in comunicazione con l’altro solo potendola – la comunicazione – interrompere in ogni momento (cfr ib). Ovvio che tutto questo abbia una ricaduta pesante sull’esperienza familiare e le sue possibilità di tenuta, ma prima ancora sulla prospettiva di potervi tener fede. Ed è uno dei motivi del calo dei matrimoni, di cui pure si è parlato negli ultimi mesi, ma anche della grave situazione demografica. Peccato che, nei giorni successivi, l’argomento sia rapidamente scomparso dal dibattito pubblico, quasi fosse un tema tra mille altri, e non ci si sia interrogati adeguatamente sulle proiezioni in termini di futuro di questa sottovalutazione. Ed ecco anche uno dei motivi per cui si continua a riproporre il tema dei matrimoni omosessuali, quasi si trattasse di un approdo inevitabile. La famiglia precede lo Stato, in quanto è un istituto dotato di una sua naturalità per nulla convenzionale, perché iscritta nel codice addirittura fisico della persona: le differenze sessuali, infatti, si richiamano vicendevolmente in vista di un mutuo completamento nel segno dell’amore che è accoglienza e dono, grembo di nuove vite da generare e educare. Il diritto del bambino – non al bambino – viene prima di ogni desiderio individuale.

La famiglia si è mostrata ancora una volta come l’elemento fondamentale per la coesione sociale delle diverse generazioni, la cellula primordiale e il patrimonio incomparabile su cui poggia la società. Per queste ragioni nulla può esserle equiparata, né tanto né poco. Né può essere indebolita da ideologie antifamiliari o simil-familiari, che vorrebbero ridefinire la famiglia e il matrimonio mutando l’alfabeto naturale e istituendo modelli alternativi che la umilierebbero alimentando il disorientamento educativo. Si sente dire che “dove c’è amore c’è famiglia”. Mi sembra un’affermazione suggestiva ma qualunquista, perché la coppia – per fare famiglia – oltre l’amore richiede anche altri elementi costitutivi: capacità, doveri e diritti, su cui la società conta e per i quali s'impegna. Tutto ciò appartiene a quel senso comune in grado di sfidare qualunque sollecitazione: semmai ha solo bisogno di essere confortato e consolidato. Dispiace, a dire il vero, che tutto questo non si voglia comprendere, come se la Chiesa nutrisse degli ostinati pregiudizi.  Ma se esistono lucidità intellettuale e onestà morale, perché non è dichiarato apertamente ciò che ad arte viene taciuto, seppur faccia qua e là capolino? E cioè, se la natura dell’uomo non esiste, allora si può fare tutto, non solo ipotizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La recente sentenza della Cassazione sull’adottabilità da parte delle coppie omosessuali, oltre ad essere stata immotivatamente ampliata nella propria valenza, non può certo mutare la domanda innata di ogni bambino: quella di crescere con un papà e una mamma nella ricca armonia delle differenze. C’è in giro una notevole confusione, perché si pensa che la realtà sia superata, che nessuna verità esista, ma se ciò è vero – avverte Spaemann – allora tutto diventa questione di potere. Ed è ciò che sta sotto i nostri occhi, ma è anche ciò che la Chiesa, «esperta in umanità» (Paolo VI, Discorso all’Assemblea dell’Onu, 4 ottobre 1965), non potrà mai accettare: «La verità per noi è più importante della derisione del mondo» (Benedetto XVI, Omelia all’Epifania cit.). E questo non per opporsi al mondo moderno con le sue luci e conquiste, i suoi aneliti giusti e nobili, ma per lo stesso amore che ha spinto il Samaritano del Vangelo a farsi umilmente prossimo. Così come il venerabile Paolo VI disse al termine del Concilio Vaticano II: «L’antica storia del Samaritano è stato il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso […]. Questo Concilio tutto si risolve nel suo conclusivo significato religioso, altro non essendo che un potente e amichevole invito all’umanità d’oggi a ritrovare […] quel Dio “dal Quale allontanarsi è cadere, al Quale rivolgersi è risorgere, nel Quale rimanere è stare saldi, al Quale ritornare è rinascere, nel Quale abitare è vivere” (Sant’Agostino, Soliloqui, I,1 3)» (7 dicembre1965). ...

sexta-feira, 10 de agosto de 2012

Archbishop William E. Lori : Catholic Voters Can’t Vote for a Candidate Who Stands for an Intrinsic Evil

In NRO

“This is a big moment for Catholic voters to step back from their party affiliation,” Baltimore archbishop William E. Lori tells me from the Knights of Columbus annual convention in Anaheim, Calif.
For Catholic voters in November, Lori advises, “The question to ask is this: Are any of the candidates of either party, or independents, standing for something that is intrinsically evil, evil no matter what the circumstances? If that’s the case, a Catholic, regardless of his party affiliation, shouldn’t be voting for such a person.”

At the convention this week, the message wasn’t just coming from Lori, the chairman of the U.S. Conference of Catholic Bishops’ new committee on religious liberty, but also from a letter conveying greetings from Pope Benedict XVI, commending the Knights and their work, specifically in defense of religious liberty. The Knights have been known to get papal encouragement, but this implicit comment on a contentious political issue is not part of the routine, reflecting what the letter calls the “unprecedented gravity” of the current situation.

“At a time when concerted efforts are being made to redefine and restrict the exercise of the right to religious freedom, the Knights of Columbus have worked tirelessly to help the Catholic community recognize and respond to the unprecedented gravity of these new threats to the Church’s liberty and public moral witness,” Vatican secretary of state Cardinal Tarcisio Bertone wrote in the letter to the Knights, the largest lay Catholic organization in the United States, no doubt referring to the fight over the HHS contraception, sterilization, and abortion-inducing-drug mandate that has Catholic diocese, universities, and even businessmen suing the federal government to protect their religious-liberty rights. Cardinal Bertone continued: “By defending the right of all religious believers, as individual citizens and in their institutions, to work responsibly in shaping a democratic society inspired by their deepest beliefs, values and aspirations, your Order has proudly lived up to the high religious and patriotic principles which inspired its founding.”

“The challenges of the present moment are in fact yet another reminder of the decisive importance of the Catholic laity for the advancement of the Church’s mission in today’s rapidly changing social context,” the letter continues.

Citing papal comments to the bishops from the United States in Rome in January, the letter went on: “As he stated to the Bishops of the United States earlier this year, the demands of the new evangelization and the defense of the Church’s freedom in our day call for ‘an engaged, articulate and well-formed Catholic laity endowed with a strong critical sense vis-a-vis the dominant culture and with the courage to counter a reductive secularism which would delegitimize the Church’s participation in public debate about the issues which are determining the future of American society’ (Ad Limina Address, 19 January 2012).”

“Of particular concern are certain attempts being made to limit that most cherished of American freedoms, the freedom of religion,” the pope also said in that January address. “Many of you have pointed out that concerted efforts have been made to deny the right of conscientious objection on the part of Catholic individuals and institutions with regard to cooperation in intrinsically evil practices. Others have spoken to me of a worrying tendency to reduce religious freedom to mere freedom of worship without guarantees of respect for freedom of conscience.”

“Is it consistent to profess our beliefs in church on Sunday, and then during the week to promote business practices or medical procedures contrary to those beliefs?” the pope, perhaps prophetically, asked during his 2008 visit to Washington, D.C.

That this papal message would be sent this month to a lay organization, in particular, is “very significant,” Archbishop Lori emphasizes. “If we are going to transform the culture from within, which we are called to do, and defend our basic freedoms,” it will be primarily the role of the laity, Lori tells me.

“The bishops are teachers,” he said, but political leadership “really needs to come from the laity as citizens and mothers and fathers and voters.”

When it comes to election advice for Catholics: “The reality is we are defending something that transcends party. The defense of religious liberty,” he said, “should not be a Democratic or Republican issue.” For a Catholic voter, this should be “fundamental, as people of faith.”

And not just for Catholics: “Many in the media have portrayed the HHS-mandate fight as a fight about contraception — as well as sterilization and abortion-inducing drugs . . . but this really is a fight about religious liberty,” Archbishop Lori says. “And you can see that as Evangelicals, Mormons, and Orthodox Jews have joined us in defense. They realize if the government can do this to the Catholic Church, they could be forced to violate their consciences too. The Evangelicals include those at Wheaton College, which recently joined a lawsuit that the Catholic University of America had filed in opposition to the mandate, over [its] abortion-inducing drug aspect.”

In an interview last month, Philip Ryken, the president of Wheaton College, told me that “even if the HHS mandate had no effect on Evangelical institutions, it would still be important to me to be supportive of Roman Catholic institutions if there were invitations and opportunities to be supportive.” He echoed the immediate reaction of New York’s archbishop and president of the U.S. bishops’ conference, Timothy Cardinal Dolan, to the so-called accommodation that the president misleadingly touted this Wednesday afternoon in Denver, after being introduced by feminist superstar Sandra Fluke. “The most disturbing thing to me,” explains Ryken, who was a Presbyterian pastor in Philadelphia before becoming president of Wheaton, “was the government’s provision of a ‘safe harbor’ that would defer for one year the implementation of the mandate — and presenting that as somehow being a reasonable accommodation of religious liberty. I found that offensive — the hope that we would change our religious convictions over the course of the intervening year, or that religious convictions had somehow been honored if you violated them later rather than sooner.” “It was clear to me,” Ryken adds, “that there was no understanding of the true nature of religious liberty in the administration.”

“Never before has the federal government forced individuals and organizations to go out into the marketplace and buy a product that violates their conscience. This shouldn’t happen in a land where free exercise of religion ranks first in the Bill of Rights,” now Cardinal Dolan said.

Cardinal Dolan joined the papal greeting in Anaheim, encouraging the continued witness of laity in the defense of religious liberty. Alongside him was the president of the Canadian Conference of Catholic Bishops, Archbishop Richard Smith of Edmonton, who said: “Our call at this moment is to affirm the right of religion to be active in the public square . . . to defend the freedom of people of faith and of religious institutions to act in accordance with their beliefs and nature; to maintain healthy church state relations; to understand conscience correctly and to form it according to objective truth; and to protect the right to conscientious objection. Believers are summoned now to stand up for their faith, even if they must suffer for doing so.”

Asked about the controversy brewing over an invitation extended by Cardinal Dolan to President Obama to speak, alongside Governor Mitt Romney, at the annual Alfred E. Smith Foundation dinner, a fundraiser for charities in New York, Archbishop Lori urged Catholics and other concerned citizens to “keep our eyes on the ball.” The invitation, and his presence, “do not constitute an endorsement,” Archbishop Lori tells me. But he was ready to make an endorsement himself: “I don’t think there is a clearer voice in the United States about the sanctity of life and religious liberty than Cardinal Dolan . . . [he's] a very clear, clarion voice. . . . Don’t get distracted.”

sexta-feira, 30 de dezembro de 2011

Magdi Allam lascia il Partito Popolare europeo favorevole all’ ingresso della Turchia in europa e d’ accordo con la libera scelta in tema di aborto

di Magdi Cristiano Allam

Caro Direttore,

ti scrivo nel nome della libertà d'espressione che ci accomuna e che per me s'ispira e trova forza nell'esortazione di Gesù «Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno» (Matteo 5,37).

È con sofferenza che ti comunico che ho deciso, pur di continuare a essere coerente con la mia fede cristiana e con i valori non negoziabili in cui laicamente credo, di abbandonare il Partito Popolare Europeo (Ppe) per aderire da indipendente al Gruppo «Europa della Libertà e della Democrazia» (Efd) in seno al Parlamento Europeo.


La mia sofferenza è innanzitutto per il rapporto fraterno che mi lega a Mario Mauro, presidente della Delegazione del Pdl, a Carlo Casini, presidente della Delegazione dell'Udc, e all'insieme degli europarlamentari italiani che aderiscono al Ppe. Con tutti loro l'amicizia resterà per sempre. Ma non potevo continuare oltre nella frustrazione per il contrasto sempre più accentuato tra ciò che mi sento dentro e che corrisponde a una scelta di vita e tra le posizioni pubbliche del Ppe a favore della libertà di voto sui temi eticamente sensibili, a sostegno della centralità dell'euro con la prospettiva di un'Europa dei banchieri, legittimante prima dei regimi militari e poi degli integralisti islamici sull'altra sponda del Mediterraneo, fino a far aderire nel Ppe il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan diventando di fatto il suo principale alleato per l'ingresso della Turchia nell'Ue.

Ho contemporaneamente preso atto che sul tema dell'aborto anche all'interno del Ppe si contempla la libertà di scelta, per la sostanziale perdita dell'identità cristiana del Gruppo al punto che la denominazione «Democratico Cristiano» non compare più, neppure tra parentesi, né nel sito né nel logo ufficiale. Più recentemente la decisione del Ppe di sostenere la prospettiva di un super-Stato che decide centralmente la politica finanziaria, di bilancio ed economica dei Paesi che aderiscono all'euro,di fatto asservito ai poteri finanziari forti, mi ha fatto toccare con mano la scelta di privilegiare la moneta rispetto alla persona, il profitto rispetto al bene comune. Il colpo di grazia è stato l'alleanza del Ppe con gli islamici, dimostrando totale ignoranza della realtà di chi strumentalizza le elezioni per imporre la sharia, la legge coranica.

Io amo l'Europa così come amo l'Italia,ma amo l'Europa dei popoli, che non si vergogna delle sue radici giudaico-cristiane, che non svende i valori non negoziabili, che non baratta la nostra dignità con i petrodollari, che mette al centro la persona e persegue il bene comune. D'ora in avanti la mia missione sarà di contribuire a dare un'anima all'Europa.

Fonte: Il Giornale,15/12/2011





quinta-feira, 6 de outubro de 2011

I numeri dimostrano in modo inequivocabile che i princìpi non negoziabili (vita, famiglia, educazione) sono la base di una politica per il bene comune

di Riccardo Cascioli

In La Bussola Quotidiana


Il Rapporto sulla demografia presentato dal Progetto culturale della Cei ci dice una cosa molto importante, oltre ai numeri allarmanti sulle conseguenze del crollo della natalità (potete leggere i contenuti del Rapporto nel Focus che presentiamo oggi). Ci dice il profondo nesso tra stabilità della famiglia e natalità e delle perverse conseguenze che il calo demografico ha sull’economia e sulla società nel suo insieme. E quindi quanto l’una o l’altra politica sociale possa influenzare sia la solidità della famiglia sia la natalità.

Il fatto che nel 2050, a questi ritmi, avremo un crollo della popolazione in età lavorativa unico al mondo, ad esempio, avrà ripercussioni negative sull’innovazione e sulla competitività della nostra economia e quindi sulla capacità di generare ricchezza (per approfondire le conseguenze economiche del crollo della fertilità vedi anche R. Cascioli – A. Gaspari, I padroni del pianeta, Piemme 2009). Allo stesso modo quanto si investe sulla famiglia dice anche l’evoluzione dei tassi di fertilità.

L’Italia è infatti uno dei paesi industrializzati dove è più bassa la quota di spesa sociale dedicata alla famiglia, e in effetti anche il tasso di fertilità è tra i più bassi. Inoltre il rapporto individua nella legge Dini sulle pensioni (1995) la mazzata decisiva ai tassi di fertilità nel nostro paese. “La percentuale dei contributi a carico delle imprese e dei dipendenti è rimasta complessivamente immutata, ma allora cambiò in modo radicale e definitivo la capacità di finanziamento per una politica a favore della famiglia”. E dal 1995 al 2010 ben 120 miliardi di euro sono stati tolti dalle risorse per la famiglia e le donne lavoratrici per andare a finanziare il sistema pensionistico.

Una politica per la famiglia, dunque, non significa occuparsi di un settore particolare della società, che ha una valenza prettamente morale. Un affare per esperti e fissati, insomma. Al contrario, significa decidere il futuro economico e sociale di un paese, di un popolo. La stessa cosa si può dire per una politica che accolga la vita, è fondamentale per invertire la tendenza dei tassi di fertilità che, a loro volta, saranno decisivi per l’andamento dell’economia.

Vale a dire che i numeri dimostrano in modo inequivocabile che i princìpi non negoziabili (vita, famiglia, educazione) sono la base di una politica per il bene comune, sono il fondamento di una visione globale della società, sono la piattaforma da cui partono tutte le politiche di settore (economia, immigrazione, energia e via dicendo). Il che smentisce chi pensa che invece aborto, eutanasia, fecondazione artificiale, divorzio, scuole paritarie, siano questioni accanto ad altre su cui non vale neanche la pena puntare troppo in un momento in cui la crisi economica impone ben altre priorità.

La verità è che non si creeranno mai sviluppo e posti di lavoro se non si interviene sulle cause strutturali che sono all’origine della crisi, come appunto il crollo demografico.

E’ per questo motivo che l’unità politica dei cattolici si fonda proprio sui princìpi non negoziabili: non per limitare l’impegno politico a singoli temi, ma per affrontare nella prospettiva giusta tutti i problemi di una società complessa.

E’ ciò che dovranno tenere bene a mente anche le organizzazioni cattoliche della società civile e del mondo del lavoro che il 17 ottobre si ritroveranno a Todi, sotto l’egida della Conferenza episcopale, per rilanciare il ruolo (pre) politico dei cattolici in questo momento di transizione. Il rischio di cercare l’unità sulle conseguenze (il lavoro e l’economia) dando per scontato ciò che viene prima (i princìpi non negoziabili) non è così remoto. Se si vuole dare un contributo originale alla società italiana è necessario partire con il piede giusto.



segunda-feira, 8 de agosto de 2011

Perché Benedetto XVI insiste tanto sui cosiddetti principi non negoziabili?


by Arcivescovo Giampaolo Crepaldi

In La Bussola Quotidiana

Perché Benedetto XVI insiste tanto sui cosiddetti principi non negoziabili? E la Chiesa italiana sta facendo quanto è possibile su questo fronte? Mi sembra importante spingere per la riflessione e il confronto su questo grande tema. Sono convinto che da esso dipenda sia una corretta visione della Chiesa sia una giusta visione dei rapporti della Chiesa con il mondo. Se invece l’argomento viene eluso, ossequiato formalmente ma non attraversato in pieno, non si guadagnerà granché in chiarezza, né il popolo cristiano troverà un proprio percorso comune nella società di oggi.

I principi non negoziabili sono stati enunciati in più occasioni da Benedetto XVI. Sia l’espressione sia l’elenco erano però già presenti nella Nota dottrinale su alcune questioni riguardanti l’impegno sociale e politico dei cattolici che la Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicò nel 2002, a firma dell’allora Prefetto Cardinale Joseph Ratzinger. Pur trattandosi di un elenco di tematiche – la vita, la famiglia, la libertà di educazione soprattutto – essi non vanno intesi solo come degli argomenti di una agenda politica, ma come un orizzonte strategico dentro cui muoversi affinché la disgregazione della modernità venga frenata e con essa la riduzione della fede cristiana ad “utile cagnolino da salotto” o a “hobby personale”.

Essi non vanno intesi nemmeno come l’ultima resistenza del cattolicesimo, la ridotta in cui ci si è asserragliati e in cui si combatte la battaglia decisiva contro il relativismo. I principi non negoziabili sono invece l’indicazione della speranza che nasce dalla verità. Verità che la Chiesa enuncia, basandosi sulla rivelazione e sul deposito che essa conserva e tramanda con cui ridestare anche le verità della ragione, quando questa risulti sopita o addirittura avvilita. L’enunciazione dei principi non negoziabili, assieme al dovere assoluto di rispettarli, è un annuncio, una luce della fede e della ragione. Essi sono importanti e “strategici”, prima di tutto, proprio perché salvano il mondo dalla disperazione e ridanno fiducia alla ragione in virtù di una illuminazione della fede. Così facendo corroborano anche la fede perché la riscoprono come conoscenza e non come illusione.

La grande questione dell’epoca moderna è la pretesa del piano naturale di staccarsi da quello soprannaturale e di rendersi autonomo. La pretesa, in altri termini, di essere in grado da solo di darsi la propria salvezza e di conseguire il proprio significato. Ciò è pienamente possibile quando la cultura viene completamente sostituita alla natura, fino al punto da poterla riplasmare. E’ così che l’assolutizzazione della natura conclude con la rinuncia ad essa come criterio normativo, finendo l’uomo per perdere il gusto stesso del significato e lo stesso bisogno di una salvezza. Eliminando l’indisponibile – si pensi per esempio alla disponibilità della vita e del nostro corpo – l’assolutizzazione del piano naturale rischia di perdere il gusto per la stessa libertà, come ha ben visto Jürgen Habermas. Questa, infatti, è possibile solo nella contingenza e la contingenza è tale quando ammette un “oltre”, un cominciamento non prodotto da noi. Il recupero del concetto di “natura” è quindi all’ordine del giorno anche del pensiero laico. L’appello ai principi non negoziabili favorisce questo recupero e nello stesso tempo evita di ridurre la natura al suo significato naturalistico, che è un altro modo per soffocarla: la natura umana ridotta a fisicità diventa un prodotto tecnologico di laboratorio.

Come si vede, il rispetto dei principi non negoziabili non è a difesa della “corporazione ecclesiastica”, ma sprigiona delle verità che interpellano sia la ragione che la fede e ridanno ad ambedue il senso della propria dignità.

C’è però un altro motivo per cui i principi non negoziabili sono così importanti. E’ un motivo interno alla fede cristiana ma che, senza tradire questa origine, può rappresentare un motivo di respiro anche per il mondo. La natura umana e gli stessi principi della legge naturale – di cui i principi non negoziabili sono espressione – sarebbero stati conosciuti fino in fondo senza la rivelazione cristiana? E, una volta conosciuti, si sarebbe trovata la forza morale per mantenervisi fedeli? In altre parole: la legge naturale è solo questione di natura o anche di grazia? Si va dalla ragione alla fede o dalla fede alla ragione? Solo per fare qualche esempio, ricordo che per Augusto Del Noce si parte sempre dalla fede e i principi non negoziabili sono richiesti dalla fede cristiana, essi riguardano la dimensione metafisica della fede cristiana. Dello stesso parere sono Romano Guardini ed Henri de Lubac ed anche, credo di poterlo dire, il teologo Joseph Ratzinger. Se ho capito bene la posizione di Maritain su questo punto, egli pensava che la vecchia cristianità partisse dalla fede per arrivare alla ragione e che la nuova cristianità avesse dovuto invece partire dalla ragione per arrivare alla fede. Questo sembra non essere accaduto. L’ottimismo di Maritain, insieme con altri ottimismi che hanno contraddistinto la sua epoca, si è incrinato davanti alla constatazione che la ragione da sola non solo si allontanava sempre di più dalla fede, ma anche da se stessa. Il che comprovava la tesi opposta, che del resto anche Maritain ha riproposto nel Contadino della Garonna. Difficile se non impossibile riproporre oggi lo stesso schema.

Siamo qui davanti ad un punto molto delicato. La religione cristiana ritiene che la natura umana sia stata indebolita dal peccato e, pur avendone un’alta considerazione fondata sulla bontà della creazione, sull’essere l’uomo creato ad immagine di Dio e sull’aver assunto il Logos carne umana, ritiene anche che non possa trovare solo in se stessa le forze per il pieno risveglio. Ecco perché i principi non negoziabili sono in sé un fatto di ragione, ma hanno bisogno della religione per essere pienamente considerati anche dal punto di vista razionale. Giovanni Paolo II ha molto lavorato per mostrare che la Chiesa è l’avvocata dei diritti della persona, come del resto essa era sempre stata, e per indicare che l’uomo è la via della Chiesa perché Cristo è la via della Chiesa. Ci sono oggi molti non credenti che accettano su questi punti il messaggio religioso del cristianesimo, riconoscendo a quest’ultimo di essere fermento di civiltà proprio perché fatto religioso. Se il cristianesimo viene inteso come fermento di civiltà a patto che si tralasci la sua dimensione religiosa viene trasformato in religione civile, in consuetudine o in etica e ucciso come fede religiosa.

L’appello ai principi non negoziabili è quindi molto importante per ridare alla religione cristiana la convinzione della sua necessità anche per la costruzione dell’ordine civile, il senso della sua dignità pubblica. Dopo molti anni in cui questo è stato negato, soprattutto dentro il mondo cattolico, in quanto considerato fonte della trasformazione della fede in ideologia, si tratta ora di un punto di svolta di grande importanza. Se la natura umana si potesse autonomamente salvare con le sole sue forze, la dimensione pubblica della religione non potrebbe più essere legittimamente sostenuta. La Caritas in veritate però dice che il cristianesimo non è solo utile ma anche indispensabile per lo sviluppo umano. La Chiesa non può rinunciare al principio che la redenzione non abbia elevato, o purificato come dice Benedetto XVI, tutta la dimensione umana e l’intera storia.

Ora, una simile pretesa non rischia di soffocare la legittima autonomia del piano naturale? Affermando i principi non negoziabili dal punto di vista religioso, Benedetto XVI non soffoca irrimediabilmente il loro significato autonomo sul piano razionale? Dal punto di vista cristiano il problema non si pone perché l’annuncio di Cristo non può non essere rispettoso dell’uomo. Ma dal punto di vista del non cristiano, del “laico” come si dice oggi? Può egli accogliere un messaggio religioso, che per di più pretende di essere una luce vera ed originaria, senza sentirsi soffocato? Non nasce proprio da qui la difficoltà nel cosiddetto dialogo tra laici e cattolici?

Cristo ci ha detto che il suo gioco è leggero e che Lui è umile di cuore. La pretesa cristiana non è pretenziosa e arrogante. Essa consiste nel suggerire alla ragione: vieni e vedi!, come Gesù disse ai suoi primi discepoli. I principi non negoziabili nascono dalla natura dell’uomo ma illuminata dalla vita della “nuova creatura”. Questa non soffoca la prima, la sollecita, la illumina, la spinge ad approfondire se stessa, a non perdere fiducia in sé. Non le toglie niente nel mentre la trasforma in tutto. La forza della pretesa va di pari passo con l’umiltà della proposta: la fede invita la ragione solo ad essere se stessa. Il cristianesimo ha fatto così con la ragione platonica e con quella aristotelica, perché dovrebbe cessare di farlo oggi? Forse perché la ragione è talmente indebolita da non sentire più, come dicevo sopra, il bisogno stesso di guardarsi dentro? Forse nemmeno il bisogno di essere ragione? Benedetto XVI ha ben chiaro questo problema. Lo capiamo quando dice che il relativismo di oggi è assertorio e immotivato, frutto di una ragione che ha rinunciato a motivare le proprie affermazioni. Il relativismo, infatti, è immotivabile se non usando una ragionamento che lo contraddirebbe. Ma proprio qui si chiarisce il valore dell’appello ai principi non negoziabili come servizio che la fede fa alla ragione e fa quindi anche a se stessa perché la ragione è anche dentro il perimetro della fede e non solo fuori.

Mi rendo conto che sto chiedendo ai “laici” un grande sforzo. In fondo, il noto appello di Ratzinger a vivere come se Dio esistesse, interpretato spesso come provocatorio, aveva dentro di sé una proposta costruttiva: vedete se l’ipotesi di Dio toglie qualcosa al buon uso della ragione. Vieni e vedi!

Ma mi rendo conto di chiedere qualcosa di molto impegnativo anche ai credenti di questa nostra chiesa italiana. Mi sono chiesto spesso se la Chiesa italiana stia facendo il proprio dovere in ordine ai principi non negoziabili e se stia corrispondendo alle attese del Papa su questo punto. Noto un significativo cammino condotto avanti almeno dal Convegno ecclesiale di Loreto in poi e diretto alla formazione di un popolo cristiano convinto che dalla signoria di Cristo nei cuori rinnovati debba derivare anche una signoria di Cristo sulla verità dei rapporti umani e sociali. Un popolo cristiano che non accetta la riduzione del cristianesimo a fatto devozionale privato, a sétta quindi. Un popolo consapevole che ciò significherebbe permettere la creazione di un mondo ove la salvezza delle anime sarebbe strutturalmente ostacolata e per ciò invivibile anche dal punto di vista umano. La lotta per la libertà cristiana va di pari passo con la lotta per la presenza pubblica della religione cristiana e questo a vantaggio della libertà di tutti.

Noto però anche dei ritardi. I principi non negoziabili vengono spesso posti sullo stesso piano di altri valori e finiscono così per essere stemperati in una astratta genericità. In occasione degli ultimi referendum sull’acqua e sul nucleare, il mondo cattolico si è mobilitato in modo straordinario come con ogni probabilità non avrebbe fatto per la vita o, meno ancora, per la libertà di educazione. Noto una disponibilità a battersi per le stesse battaglie per cui si batte il mondo e una voglia senz’altro minore di battersi per ciò che il mondo oggi osteggia anche in forme autoritarie. L’importanza dei principi non negoziabili per il popolo cattolico non è sempre presente nella consapevolezza dei singoli Vescovi. Ci vorrebbe più coraggio. Sul piano del pensiero i principi non negoziabili pongono il problema della verità e della metafisica, oggi sostituita dall’ermeneutica, ma mi sembra che se istituzioni culturali cattoliche si sono messe sulla strada di un recupero di un pensiero sul reale altre fatichino a staccarsi da un ossequio eccessivo alle mode accademiche dominanti. Sappiamo bene che il discorso di Benedetto XVI sulla verità non è stato contestato solo alla all’Università La Sapienza di Roma, ma lo è anche in molti Studi teologici dei nostri Seminari.

Eppure penso che solo rilanciando la riflessione sui principi non negoziabili, in modo aperto e franco si possano affrontare in modo degno molte questioni irrisolte.

Una di queste è rappresentata dal problema educativo. Benedetto XVI, nel suo iniziale discorso sulla “questione educativa” aveva chiaramente posto il problema del rapporto tra la crisi educativa e la crisi della verità. I vescovi italiani, molto opportunamente, hanno proposto questo argomento per il decennio pastorale in corso. Ritengo che un più chiaro inserimento della prospettiva richiamata dai principi non negoziabili in questo sforzo educativo o rieducativo sia da ritenersi indispensabile. Le scuole in genere, e le scuole cattoliche in particolare, sono in crisi, dice il Papa, perché non sanno più che uomo educare. I principi non negoziabili fanno riemergere la verità della persona umana e richiedono per loro conto una prospettiva teologica e filosofica diversa da tante impostazioni odierne.

Una seconda è quella dell’impegno politico dei cattolici. Il riferimento ai principi non negoziabili richiede che la Dottrina sociale della Chiesa sia sistematicamente adoperata e intesa non come una generica espressione di solidarietà sociale che cavalchi acriticamente ogni proposta ideologica del momento purché che abbia l’aggettivo di “etica”, ma come ceppo da cui nasce una nuova cultura, originale perché fondata sulla originalità della fede. I principi non negoziabili richiedono che la fede venga concepita anche come conoscenza e questo comporterebbe nella mentalità dei cattolici italiani un notevole cambiamento di prospettiva, senza contare che, proprio per questo, essa è abilitata a dialogare con la ragione e quindi con il mondo laico. In questo modo i principi non negoziabili e la cultura che li sostiene e che ne deriva nutrirebbero l’impegno politico dei cattolici di criteri e orientamenti in modo da correggere la loro subalternità.

La mia idea è che l’appello ai principi non negoziabili risvegli energie sopite, sia dentro la Chiesa che nel mondo. Sono passaggi che toccano da vicino la verità del rapporto tra la Chiesa e il mondo e la comprensione corretta del mondo stesso.


quinta-feira, 5 de maio de 2011

Tempo de coversações para não se abster

As circunstâncias actuais parecem ser propícias para se alcançarem algumas vitórias em favor dos princípios e valores inegociáveis. No entanto, será impossível, para já, conseguir que qualquer partido político com possibilidade real de vencer nos represente na inteireza daquilo que é justo, concorde com a lei moral natural e com os direitos fundamentais e inalienáveis de cada pessoa humana em todas as fases da sua existência, desde a concepção até à morte natural. Por isso importa fazer tudo para limitar o mal existente no que se refere à vida, à família, à liberdade religiosa, à liberdade de aprender e de ensinar. Daí que os movimentos da sociedade civil, os movimentos e comunidades eclesiais, e os pequenos partidos políticos se unam para exigir a um ou mais partidos existentes, do “arco governativo” (se é que esta “adição” existe), caso ganhe as eleições ou, pelo menos, tenha uma votação suficiente para poder influenciar decisivamente as deliberações legislativas e executivas, o compromisso solene de tomar medidas concretas que limitem substancialmente o mal existente: aborto, pseudo-casamento entre sujeitos do mesmo sexo, divórcio expresso/sem culpa, ensino estatizante, estorvamento da sociedade civil e das iniciativas culturais e sociais públicas da Igreja e demais comunidades eclesiais.

Nas conversações a haver terá de ficar muito claro, preto no branco, que se as propostas forem aceites se comprometerão a uma mobilização em favor do partido que se comprometa solenemente a levá-las à prática e que, no caso contrário, se empenharão, com todas as veras, no apelo ao voto em branco ou à abstenção.

Os pequenos partidos poderão coligar-se com esse partido/s com possibilidades reais de influir ou então, concorrendo embora às eleições para fazer passar a sua mensagem, deverão depois desistir em favor desse partido/s do “arco governativo”.

O óptimo pode ser um inimigo do bom. Por isso, quando não é possível alcançar o bem maior será imperativo procurar o bem possível.


Nuno Serras Pereira

05. 02. 2011

quarta-feira, 26 de janeiro de 2011

Estas e as próximas eleições

1. Segundo noticia a comunicação social Cavaco Silva foi eleito com menos meio milhão de votos (números redondos, de facto são mais) do que no primeiro mandato. Esta diminuição muito significativa do seu eleitorado mostrou claramente a vontade de uma punição ao seu comportamento ético irresponsável ao promulgar leis iníquas e injustas. Esta multidão de pessoas, ao que sabemos em virtude de múltiplos contactos, ou votaram nulo, ou em branco ou em candidatos que sabiam que não seriam eleitos (assim se explicam as percentagens de votos de Fernando Nobre e de José Manuel Coelho) ou pura e simplesmente abstiveram-se.

Era da maior importância que este sinal de indignação e descontentamento fosse dado – só é pena que não fosse ainda mais extenso. Ele constitui uma força que, se bem aproveitada, poderá servir de freio para o mal e de incentivo para o bem àqueles dois partidos políticos que ainda têm uns resquícios de respeito pela vida nascitura, pela família natural, pela liberdade de ensino e de educação, pela liberdade religiosa, pela salvaguarda da inocência de crianças e jovens.

Por isso, proponho que, desde já, se elabore uma Declaração, para ser assinada pelo maior número possível de pessoas, na qual se diga com toda a firmeza que o respeito e a defesa dos absolutos morais, isto é, dos princípios e valores inegociáveis será a condição essencial para votar nesses partidos. De facto, nenhum destes estará em condições de desprezar algumas centenas de milhares de votos.

Todos os cidadãos, crentes ou não crentes, fiéis leigos ou membros da hierarquia deverão participar e ajudar neste esforço que não é somente educativo e evangelizador mas do qual dependerá, em grandíssima parte, o futuro do país e do cristianismo em Portugal.

2. Desde o 25 de Abril que me tenho preocupado com uma coisa a que muitos parecem alheios. Em todas as eleições os partidos de matriz anticristã são sempre muito mais numerosos do que aqueles que se podem, ou podiam!?, reclamar-se de inspiração cristã. Um dos funestos resultados deste estado de coisas - em virtude de uma maior presença na comunicação social, tempos de antena, comícios, etc. -, é o de ter influído “catequeticamente”, o de ter permeado, uma mentalidade avessa à Lei Moral Natural e ao Cristianismo na generalidade dos fiéis e crentes e do povo em geral, mesmo quando pertencem a outros partidos.

Nuno Serras Pereira

26. 01. 2011

segunda-feira, 4 de outubro de 2010

Assassinar para prolongar a vida


Tem existido ao longo dos anos uma complacência incompreensível do episcopado português com aquele bando de maçónicos mentirosos e sanguinários que tem governado o país, praticamente, nos últimos quinze anos. As explicações para este aparente compadrio, desde as tolas às suspeitosas ou mesmo conspirativas, surgem inesperadas muitas vezes sem uma origem definida. Assim no tempo de Guterres, por exemplo, dizia-se que este tinha o Patriarca “açaimado” por que lhe tinha resolvido a grande embrulhada da TVI. Mais recentemente fala-se de Bispos que se venderiam pela construção de uma Igreja, ou de membros do episcopado que pertenceriam à maçonaria ou que, pelo menos, seriam filo-maçónicos. Há poucos dias, um membro do clero religioso garantia-me que em reuniões onde estivera presente ouvira dos próprios Bispos a resolução de manterem um baixo-perfil nas questões relativas ao aborto, à procriação artificial, à deseducação sexual obrigatória nas escolas, ao pseudo-casamento entre homossexuais e demais valores inegociáveis de modo a evitarem uma nova questão religiosa. A ser verdade isto significaria que o episcopado teria negociado os valores e princípios inegociáveis para alcançar uma paz religiosa que, como está à vista de todos, é de uma podridão contagiosa e pestífera. Talvez nunca nos venha a ser possível confirmar se de facto foi assim, mas a verdade é que o cenário se afigura plausível e concorde com as tremendas omissões, tibiezas, indiferenças e mesmo cumplicidades, que se verificaram ao longo destes anos e que, infelizmente, têm permanecido.

Alguém ouviu alguma palavra, por exemplo, da parte dos Senhores Bispos a propósito da legislação iníqua sobre a “mudança de sexo”?

Hoje o Público[1] anuncia que em Portugal se vai passar a extrair o coração de pessoas vivas (na expressão deles: antes da morte cerebral) com o propósito de os transplantar para doentes cardíacos. A “lógica” tenebrosa desta sanha sanguinária é a seguinte: como vão morrer podem-se matar; ou melhor, como vão morrer devem-se matar. Mengele, o médico experimentador dos campos de concentração nazi, não diria melhor.

Mas que admira isto num país onde já se liberalizou o aborto e se prepara para liberalizar a eutanásia, com um primeiro-ministro que em nome da crise se recusa a cortar os subsídios estatais para matar crianças nascituras mas resolutamente os elimina nos abonos de família, nas pensões, nos medicamentos para doentes crónicos e idosos, etc. A lógica demoníaca é sempre a mesma: mentira e morte. Jesus avisou-nos há dois mil anos: o diabo é mentiroso e homicida (desde o princípio). Quem é escravo dele também o é igualmente. À honra de Cristo. Ámen


Nuno Serras Pereira

04. 10. 2010