segunda-feira, 29 de abril de 2013
Surpresas emocionadas e surpresas deploráveis - por Nuno Serras Pereira
segunda-feira, 10 de setembro de 2012
Clergy Sexual Abuse: The Unaddressed Question of Same-Sex Attraction - by Fr. Regis Scanlon, O.F.M. Cap
sábado, 25 de agosto de 2012
Grande descaridade de Deus Nosso Senhor? - por Nuno Serras Pereira
quarta-feira, 15 de fevereiro de 2012
Preti omosessuali. Oggi più di ieri? - di Massimo Introvigne
Il convegno organizzato dalla Pontificia Università Gregoriana sulla pedofilia ha tra l’altro - con la discrezione che s’imponeva - aperto una finestra su un tema di cui si parla poco spesso, e con reticenza. Se la tragica piaga della pedofilia dev’essere denunciata - alla scuola di Benedetto XVI - con la massima durezza, e senza atteggiamenti impropriamente difensivi - da non confondersi con la giusta reazione a dati errati talora diffusi dai media -, le statistiche fanno pure notare che ben più numerosi dei pedofili sono i sacerdoti che hanno relazioni non con bambini ma con ragazzi che hanno superato la pubertà, nella maggioranza dei casi di sesso maschile. Non si tratta dunque di pedofilia ma di "efebofobia", cioè di omosessualità con una predilezione per i minorenni.
Molti media sono così tornati sulla questione più ampia della diffusione dell’omosessualità nel clero cattolico, compresa quella che si rivolge ai maggiorenni, spesso attaccando il celibato sacerdotale e la Chiesa in genere. Ma è vero che oggi i sacerdoti omosessuali sono più numerosi che in passato? Le percentuali molto alte che si leggono qua e là hanno qualche fondamento? La sociologia ha qualche cosa da dire su questo tema?
Chi va alla ricerca di cifre cita quasi sempre il vecchio volume del 1989 di James G. Wolf Gay Priests (Harper Collins, New York 1989), secondo cui nel 1986 negli Stati Uniti il 48,5% dei sacerdoti e il 55,1% dei seminaristi aveva un orientamento omosessuale. A differenza di altri autori che propongono cifre simili, Wolf è un sociologo con solide credenziali accademiche. Egli tentò per la sua tesi di dottorato all’Università di Chicago, da cui è nato il volume, di costruire un campione casuale nazionale dei sacerdoti americani. La riluttanza dei preti intervistati a rispondere a domande sull’omosessualità lo indusse poi a rivolgersi a cinque sacerdoti, tutti omosessuali, i quali trovarono 101 presbiteri disposti a rispondere a un questionario: un campione, come si vede, troppo piccolo per essere attendibile e per di più auto-selezionato e piuttosto sospetto. È prudente concludere che nessuno studio sociologico risponde veramente alla domanda «quale percentuale dei sacerdoti cattolici è omosessuale?». Le difficoltà di rilevazione sono evidenti, i campioni rischiano di essere poco rappresentativi, e gli studi sulle percentuali di omosessuali nella popolazione in genere sono già di per sé molto controversi.
Il sociologo, con l’ausilio anche di altre scienze come la storia e la psicologia, può tuttavia dire qualcosa su tre questioni diverse, da non confondere tra loro. Le questioni riguardano rispettivamente (a) la presenza di un rischio omosessualità nel clero cattolico almeno dal XVII secolo; (b) la diffusione di questo rischio in forme accresciute ed epidemiche a partire dagli anni 1960; e (c) la spettacolarizzazione mediatica dell’omosessualità di sacerdoti, che risale ad anni più recenti. Si tratta di tre stadi che non si succedono ma si sovrappongono, e che oggi appaiono come contemporaneamente presenti.
Cominciamo dal primo stadio, il rischio. Com’è evidente il comportamento omosessuale, in quanto «disordine oggettivo» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2357), è antico quanto il peccato. «Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile» (ibid.). Con l’opera del 1980 «Christianity, Social Tolerance, and Homosexuality» (University of Chicago Press, Chicago 1980), lo storico dell’Università di Yale John Boswell (1947-1994) ha reso popolare un’interpretazione «revisionista» secondo cui una tolleranza dell’omosessualità sia in generale sia tra i sacerdoti cattolici sarebbe esistita nell’Alto Medioevo, e la repressione sistematica del comportamento omosessuale sarebbe iniziata solo nel XII secolo. Nonostante il suo notevole impatto, a distanza di trent’anni l’opera di Boswell non ha resistito alle critiche. Secondo il riassunto del dibattito accademico proposto da un sociologo britannico particolarmente interessato alla questione, e tutt’altro che ostile agli omosessuali, Stephen Hunt, «nonostante un’ermeneutica e un’apologetica sofisticate, e senza tener conto del fatto che i cristiani progressisti in alcuni Paesi beneficiano oggi di leggi che proteggono la loro visione dell’omosessualità, la verità è che non hanno il peso della storia della Chiesa dalla loro parte. La Chiesa primitiva, la Chiesa Cattolica, le Chiese Ortodosse e più tardi le Chiese protestanti hanno sempre condannato le relazioni sessuali tra persone dello stesso sesso».
L’omosessualità come fenomeno organizzato e tollerato fa parte di quei legati del mondo pagano antico che la vittoria del cristianesimo aveva, per così dire, incatenato. Le catene si sciolgono con la crisi della cristianità medioevale e il Rinascimento il quale, rivalutando anche gli aspetti più discussi della cultura classica, riscopre pure le giustificazioni dell’omosessualità. Anche nel clero cattolico, almeno secondo alcuni storici e non senza paralleli nel mondo protestante, si formerebbero, in particolare a Firenze e in ambienti interessati pure alla magia, circoli di sacerdoti omosessuali ignoti ai secoli precedenti.
All’interno del protestantesimo la dura reazione puritana si traduce in una politica repressiva nei confronti non solo dell’omosessualità ma della sessualità in genere. L’atteggiamento nei confronti dei rapporti sessuali e delle donne come occasioni prossime di peccato assume profili di una durezza senza precedenti, che penetrano anche all’interno del mondo cattolico attraverso il rapporto tra puritanesimo e giansenismo, che è storicamente complesso ma tutt’altro che irrilevante. Paradossalmente - ma non troppo - l’atteggiamento che mira a preservare i ministri di culto, i sacerdoti e i seminaristi da ogni contatto non strettamente necessario con le donne e la visione negativa della sessualità hanno come conseguenza la formazione di nuovi circoli di pastori e preti omosessuali, rilevati e denunciati un po’ dovunque, dal New England puritano negli Stati Uniti alla Francia giansenista.
L’eco del rigorismo giansenista - nonostante il successo internazionale della teologia morale di sant’Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787), che riporta il rapporto con la sessualità nell’alveo di un sano equilibrio - continua a farsi sentire nei seminari e tra i sacerdoti per tutto il secolo XIX e fino al XX, insieme con le sue non volute ma da un certo punto di vista fatali conseguenze in ordine al formarsi di subculture omosessuali. Queste subculture non hanno un rapporto necessario con il celibato - tanto che esistono anche tra i pastori protestanti e anglicani sposati - ma derivano da una visione distorta della sessualità, che non è a sua volta "tradizionale" o "medievale", ma è un frutto tipico del mondo moderno.
Veniamo al secondo stadio: l’aggravamento della situazione a partire dagli anni 1960. Sulla situazione pregressa che ho cercato di descrivere, la quale spiega perché subculture omosessuali esistano anche in ambienti sacerdotali non «progressisti» e non partecipi della contestazione teologica postconciliare, fa irruzione la rivoluzione degli anni 1960. Quelli che gli inglesi e gli americani chiamano "the Sixties" (gli anni Sessanta) e gli italiani, concentrandosi sull’anno emblematico, "il Sessantotto" appaiono sempre di più come gli anni di un profondo sconvolgimento dei costumi, con effetti cruciali e duraturi sulla sessualità e sulla religione. C’è stato del resto un Sessantotto nella società e anche un Sessantotto nella Chiesa. Proprio il 1968 è l’anno in cui quella che Benedetto XVI chiama l’«esegesi della discontinuità e della rottura» applicata al Concilio Ecumenico Vaticano II matura in dissenso pubblico contro l’enciclica «Humanae Vitae» di Paolo VI (1897-1978), una contestazione che secondo un pregevole e influente studio del filosofo americano Ralph McInerny (1929-2010) - Vaticano II. Che cosa è andato storto? (trad. it. Fede & Cultura, Verona 2009) - rappresenta un punto di non ritorno nella crisi del principio di autorità nella Chiesa Cattolica.
Sulle origini di questa rivoluzione due tesi si sono contrapposte: quella di Alan Gilbert secondo cui determinante è stato il boom economico, che ha diffuso il consumismo, e quella di Callum Brown secondo cui il fattore decisivo è stata invece l’emancipazione delle donne dopo la diffusione dell’ideologia femminista, del divorzio, della pillola anticoncezionale e dell’aborto legale. In un’opera molto influente sul tema, The Religious Crisis of the 1960s, lo storico sociale britannico Hugh McLeod conclude che un solo fattore non può spiegare una rivoluzione di questa portata. C’entrano il boom economico e il femminismo, ma anche aspetti più strettamente culturali sia all’esterno delle Chiese e comunità cristiane (l’incontro fra psicanalisi e marxismo) sia all’interno (alcune "nuove teologie").
In ogni caso, ci fu negli anni 1960 un’autentica rivoluzione, non meno importante della Riforma protestante o della Rivoluzione francese, che - per riprendere termini della Lettera ai cattolici d’Irlanda, del 19 marzo 2010, del regnante Pontefice - fu «rapidissima» e assestò un colpo durissimo alla «tradizionale adesione del popolo all’insegnamento e ai valori cattolici». Questa rivoluzione contagiò - aggiunge Benedetto XVI - «anche sacerdoti e religiosi», determinò fraintendimenti nell’interpretazione del Concilio, causò «insufficiente formazione, umana, morale e spirituale nei seminari e nei noviziati», con conseguenze morali devastanti - anche, possiamo aggiungere, se non soprattutto, in tema di diffusione, pratica aperta e giustificazione dell’omosessualità.
Un’ampia letteratura psicologica mette in relazione l’omosessualità maschile con problemi irrisolti rispetto alla relazione con il proprio padre. Questa letteratura comprende studi specifici relativi a seminaristi omosessuali. Anche un’altra relazione di paternità dovrebbe però essere studiata: quella con il vescovo, vero padre dei seminaristi e dei sacerdoti, la cui autorità è messa in discussione ed entra in crisi con la rivoluzione degli anni 1960.
In questo secondo stadio della crisi le subculture omosessuali, che come si è visto già esistevano da secoli, acquistano dimensioni maggiori - in alcuni Paesi e ambienti, davvero epidemiche - e soprattutto trovano apologie e giustificazioni nell’ambito di una contestazione globale sia del principio di autorità e del Magistero nella Chiesa sia della morale tradizionale. Quelle che sono nuove nel secondo stadio non sono le subculture omosessuali ma la loro giustificazione teorica («i gruppi di gay cristiani cominciano ad apparire e a comportarsi come lobby negli anni 1970», scrive Hunt), che però è a sua volta un moltiplicatore di queste subculture.
Se per molti anni il marxismo - che ispira alcune forme di "teologia della liberazione" - costituisce il punto di riferimento del dissenso cattolico, la crisi del marxismo spinge semmai alla trasformazione delle prime teologie della liberazione in una teologia omosessuale militante o "queer theology" dove i rapporti di genere sostituiscono i rapporti di classe e gli omosessuali rimpiazzano il proletariato come gruppo che, liberandosi, dovrebbe liberare la società e la Chiesa nel loro insieme. «La queer theology - scrive ancora Hunt - è da molti punti di vista una branca della teologia della liberazione: condivide in gran parte la stessa metodologia e considera la teologia uno strumento per affrontare l’oppressione che, secondo questi teologi, la società in generale e la Chiesa istituzionale in particolare infliggono al popolo gay».
Infine, il terzo stadio: la mediatizzazione del fenomeno Le subculture di sacerdoti omosessuali esistevano già nel XVIII secolo e avevano già assunto dimensioni preoccupanti, dotandosi pure di giustificazioni dottrinali, negli anni 1970. Ma nel 1975 sarebbe stato impensabile che preti omosessuali fossero filmati con microcamere da giornalisti di un popolare settimanale come Panorama, com’è avvenuto nel 2010, e le loro attività immortalate su video destinati a essere visti da milioni di persone.
Non occorre spendere troppe parole per notare che siamo di fronte qui a un terzo sviluppo, a sua volta nuovo. Partendo dalla crisi purtroppo assolutamente reale dei preti pedofili - ma al tempo stesso distorcendone i numeri attraverso statistiche false e manipolandola nella sua presentazione - una lobby internazionale, che è infastidita dalle posizioni della Chiesa in tema di vita e di famiglia, utilizza - servendosi anche delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie - le debolezze di alcuni sacerdoti per gettare un sospetto ingiusto e generalizzato sul celibato, sul sacerdozio, sulla Chiesa e sullo stesso Pontificato Romano, il cui insegnamento si cerca così di squalificare e di neutralizzare.
Questo non significa, naturalmente, che il problema dei sacerdoti "efebofobi" e omosessuali sia una pura invenzione dei media. Esiste, anche se è difficile da quantificare ed è spesso quantificato in modo esagerato e infondato. Come affrontarlo? Come la sociologia non dispone di dati precisi, così neppure può avere la presunzione d’indicare rimedi miracolosi. Il modello a tre stadi che ho proposto potrebbe però forse permettere d’indicare alcune piste per una politica di contrasto.
Con riferimento al primo stadio, gli squilibri che si sono introdotti nell’accostamento alla sessualità anche nella formazione del clero e dei religiosi e nei seminari derivano almeno dal giansenismo, e hanno avvelenato per secoli il pozzo cui si dovrebbe attingere l’acqua viva di una formazione equilibrata. Rimontare rispetto a questa situazione è certamente un’opera lunga e faticosa, che però può ora giovarsi di un Magistero recente particolarmente ampio, convincente ed esaustivo, che va dalla lunga serie di catechesi del mercoledì del beato Giovanni Paolo II (1920-2005) – senza dimenticare le opere dedicate al tema da Karol Wojtyla prima dell’elezione al soglio di Pietro, tra cui «Amore e responsabilità» (1960) - fino agli spunti dell’enciclica di Benedetto XVI Deus caritas est (2005). Questo straordinario Magistero rimane ancora troppo poco conosciuto. Si può dire che contenga gran parte delle risposte alla crisi attuale. Benedetto XVI ha raccomandato di farlo studiare sistematicamente anche nei noviziati e nei seminari, senza temere che l’analisi dell’amore tra gli sposi turbi i candidati agli ordini sacri, che nella società contemporanea sono comunque aggrediti da ogni parte - si pensi ai danni inflitti anche ai sacerdoti e ai seminaristi dalla pornografia via Internet - da tante voci distorte in tema di sessualità.
Il secondo stadio pone delicati problemi relativi a come stroncare le subculture omosessuali che, nonostante le chiarissime indicazioni del Magistero, non sono scomparse nel clero e nei seminari. Il problema si pone sia a livello teorico sia pratico. Dal punto di vista della dottrina, il lavoro di decostruzione della teologia della liberazione d’impronta marxista avviato con l’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Libertatis nuntius del 1984 ha dato frutti decisivi e copiosi. Ricordando il venticinquesimo anniversario di questo documento Benedetto XVI ha affermato in un discorso del 5 dicembre 2009, a proposito di quella teologia della liberazione, che «le sue conseguenze più o meno visibili fatte di ribellione, divisione, dissenso, offesa, anarchia si fanno sentire ancora oggi creando […] grande sofferenza». Fra le conseguenze tarde della teologia della liberazione c’è anche la "queer theology", la teologia omosessuale militante, che si avrebbe certo interesse a criticare, insieme a ogni giustificazione dei comportamenti omosessuali, nelle sue premesse antropologiche e nelle sue conseguenze sociali, con un’opera di chiarificazione dottrinale negativa parallela a quella positiva di diffusione del Magistero del beato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in tema di amore e sessualità.
Mentre forze potenti cercano di convincerci del contrario, sembra più che mai utile ribadire e spiegare che «"gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati". Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati», come insegna al n. 2357 il Catechismo della Chiesa Cattolica, la cui diffusione e studio rimangono fondamentali, secondo il richiamo che il Papa ha messo al centro dell’Anno della Fede che si apre nel 2012.
Sul piano pratico, per quanto riguarda i seminari, la Chiesa si è già espressa con grande chiarezza nell’Istruzione della Congregazione per l'Educazione Cattolica circa i criteri di discernimento vocazionale riguardo alle persone con tendenze omosessuali in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri, del 4 novembre 2005, integrata con gli Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, del 29 giugno 2008. Ci si può chiedere però se l’indicazione ribadita nel documento del 2008 secondo cui nel caso di «identità sessuale incerta [o] tendenze omosessuali fortemente radicate» «il cammino formativo dovrà essere interrotto» sia sempre e ovunque rigorosamente rispettata. Di fronte allo scandalo che taluni comportamenti danno al popolo cattolico oltre all’intervento preventivo non sembra che si possa prescindere da un momento repressivo, per quanto sofferto e doloroso. Potranno essere necessari – insieme alla puntuale riaffermazione della paternità e dell’autorità del vescovo - interventi drastici nei confronti d’interi seminari, noviziati o case religiose. Le subculture devianti tendono infatti a espandersi come metastasi se non sono fermate per tempo.
Infine, per quanto riguarda il terzo stadio, a proposito di un altro tema Benedetto XVI nella Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica riguardo alla remissione della scomunica dei 4 vescovi consacrati dall’arcivescovo Lefebvre, del 10 marzo 2009, ha rilevato che «seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie». L’uso dei blog, di Facebook, di Twitter e delle versioni dei giornali diffuse tramite iPad ha un ruolo cruciale nella creazione di scandali relativi a veri o presunti episodi di omosessualità del clero, e nel dare voce alle lobby cattolico-progressiste di attivisti omosessuali. Anche sulla Rete il Magistero richiama da anni i cattolici a maggiori sforzi per una comunicazione ponderata e meditata, che tenga conto dell’apporto di competenze diverse e anche della presenza di «figli delle tenebre» - come li chiama il Vangelo - sempre più scaltri e agguerriti. È quanto cerca modestamente di fare La Bussola Quotidiana.
sábado, 28 de janeiro de 2012
Preti pedofili? No, omosex - di Gerard van den Aardweg e R. Marchesini
Professor van den Aardweg, lo studio del John Jay College offre spunti interessanti per comprendere il problema degli abusi sui minori da parte dei preti. In particolare mostra come la maggior parte degli abusi non hanno niente a che vedere con la pedofilia.
Ci sono due rapporti distinti del John Jay College (JJR), Il primo rapporto (JJR 1), del 2004, presenta statistiche sulle accuse di molestie a minori attribuite a sacerdoti e diaconi tra il 1950 e il 2002. Il secondo rapporto (JJR 2), del 2011 era mirato ad analizzare la personalità dei presunti molestatori e le circostanze esterne che potrebbero averne favorito la condotta, prendendo in esame il periodo dagli anni ’60 fino al 1985, quando le accuse di abusi sono già in diminuzione.
Spesso però si dimentica che tutti i dati contenuti nei JJR sono relativi perché non è mai stato verificato quante di queste accuse si sono poi rivelate vere o false. Se anche un 10% delle accuse fossero state smentite, i risultati della ricerca sarebbero tutti da rivedere.
Le statistiche sulla pedofilia erano già presenti nel primo rapporto, ma gli estensori non spesero troppe parole per dire che il principale problema non era la pedofilia. Nel secondo rapporto questa conclusione viene detta in modo molto più chiaro. Allo stesso tempo però sarebbe esagerato anche dire, al contrario, che la pedofilia non c’entra nulla con le accuse di molestie. Pedofilia significa contatti sessuali di adulti con bambini prima della pubertà, che in generale si assume arrivi attorno agli 11 anni.
Quali sono i dati principali contenuti nel JJR 1 riguardo al comportamento pedofilo dei preti?
Il 12% di tutti i casi tra il 1950 e il 2002 coinvolgeva bambini minori di 11 anni, cosa che viene quindi classificata come pedofilia omosessuale; il 6,6% dei casi riguardava invece le bambine sotto gli 11 anni, quindi pedofilia eterosessuale. Vale a dire che in meno del 20% dei casi totali si trattava di pedofilia. Certo, se consideriamo che ci sono una percentuale di ragazzi fra gli 11 e i 14 anni che non hanno ancora raggiunto la pubertà, possiamo ipotizzare che anche una parte di questi casi sia da classificare come pedofilia, in ogni caso non si supererebbe il 30% dei casi totali. Ma questo è un calcolo teorico, e comunque anche in questo caso il principale problema non è la pedofilia.
Inoltre parliamo di “casi” di pedofilia, non di percentuali di preti pedofili. Infatti nel JJR 1 troviamo che il 3% dei preti accusati erano responsabili del 26% di tutti i casi denunciati tra il 1950 e il 2002. Curiosamente il rapporto non dice l’età e il sesso dei minori molestati da questo 3%. Ma anche se una parte di questi preti fosse pedofila, la percentuale dei preti pedofili tra quelli accusati di molestie è certamente molto al di sotto del 26%.
Per questo il JJR 2 ha dovuto ribadire che è sbagliato definire pedofili tutti i preti accusati di abuso dei minori. Se poi siano il 5 o il 10% o cos’altro, nessuno può dirlo, i due rapporti non lo hanno chiarito.
Ma se il problema principale non è la pedofilia, qual è allora il problema nella sessualità della maggioranza dei preti coinvolti?
L’82% di tutte le presunte molestie consumate tra il 1950 e il 2002 aveva come vittime dei maschi: il 12% sotto gli 11 anni, come abbiamo visto, il restante 70% tra gli 11 e i 17 anni. Il che vuol dire che la grande maggioranza dei casi ha a che fare con l’«ordinaria» omosessualità. In generale i pedofili non si rivolgono a bambini dello stesso sesso, e certamente neanche gli eterosessuali. Inoltre, è innegabile che una rilevante parte di uomini con orientamento omosessuale sia attratta dagli adolescenti e preadolescenti. Secondo una ricerca, circa il 20% dei maschi omosessuali attivi preferisce adolescenti e preadolescenti, un altro 20% preferisce ragazzi nella tarda adolescenza e giovani adulti. Quindi circa il 40% di maschi omosessuali ha un’attrazione per gli adolescenti, che viene chiamata efebofilia.
Una buona notizia è che dagli anni ’80 il numero di casi denunciati di molestie ha iniziato a diminuire, il che sembra coincidere con le misure preventive prese nel 1981 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, allora guidata dal cardinale Ratzinger.
Sì, questo documento vaticano può avere aiutato, soprattutto se lo vediamo come parte di sforzi congiunti durante il pontificato di Giovanni Paolo II per mettere mano alla confusione morale e dottrinale causata dal dissenso nella Chiesa del post-Concilio, che senza dubbio è stato uno dei fattori più importanti nell’abbassare la resistenza di molti preti ai propri impulsi sessuali, omo o eterosessuali che fossero. Ma sicuramente ci sono stati altri fattori a giocare un ruolo in questa diminuzione di casi. Ad esempio, in alcuni paesi a causa dell’abbandono di tanti preti e religiosi, molte scuole e istituzioni educative hanno dovuto chiudere. La frequenza in chiesa dei ragazzi è diminuita drasticamente: in altre parole sono venuti meno quei luoghi dove alcuni preti con problemi potevano avvicinare i ragazzi.
Non dobbiamo però credere che sia calato allo stesso modo il comportamento omosessuale dei preti. Una visione più liberal riguardo al comportamento omosessuale era già penetrata in profondità nella Chiesa. E contemporaneamente molti giovani con orientamento omosessuale erano entrati nei seminari e diventati sacerdoti. Inoltre l'età dei partner sessuali di seminaristi e preti omosessuali si sposta in avanti man mano che il comportamento omosessuale viene sempre più apertamente tollerato e normalizzato.
Eppure il JJR 2 non tira le conclusioni. Anzi, sposta l’attenzione su una rigida educazione moralistica ricevuta in famiglia come causa di comportamenti scorretti, e comunque non rileva alcuna differenza sostanziale tra i preti accusati di abusi e gli altri sacerdoti. Come mai queste conclusioni, peraltro non suffragate da nessun dato oggettivo?
Sicuramente questa è una parte molto debole del rapporto, io credo per due motivi essenzialmente: il primo è che i ricercatori del John Jay College sono incompetenti quanto a investigazioni “psicologiche”. Secondo motivo, sicuramente più importante, è il tentativo di coprire l’evidente “impronta” omosessuale in tutta la faccenda: questo è un tabù che deve essere protetto. Per questo si è evitato di cercare e presentare i dati come una seria ricerca, non viziata da pregiudizi, dovrebbe fare: dividendo tutti i casi in categorie molto ben individuate: quelli che hanno abusato di maschi minori di 11 anni, quelli che hanno abusato di femmine sotto gli 11 anni, quelli che hanno abusato di maschi tra gli 11 e i 13 anni, le femmine della stessa età, e così via. In questo modo la verità emergerebbe con chiarezza.
Quindi le conclusioni del JJR 2 sono fuorvianti…
Lo sono perché cercano di nascondere la realtà, accreditando una delle parole d’ordine del movimento gay: gli omosessuali non hanno una maggiore inclinazione alle molestie rispetto agli eterosessuali. Così si arriva a fare contorsioni linguistiche per non dire ciò che appare evidente. Ad esempio il JJR 2 rifiuta con sdegno “la diffusa speculazione… che l’identità omosessuale è legata agli abusi… soprattutto a causa dell’alto numero di vittime di sesso maschile”. Speculazione? Quasi l’85% delle vittime sono adolescenti maschi e loro pensano di poter liquidare tranquillamente il fattore omosessuale? Questa è cecità voluta. Nessuno che abbia familiarità con il problema delle molestie subite da parte di insegnanti, in istituti, nelle famiglie adottive e così via, può dubitare delle motivazioni omosessuali che sono all’origine della maggioranza dei casi. Piuttosto è la conclusione del JJR 2 secondo cui i preti che abusano di minori non sono distinguibili dagli altri preti a essere pura fantasia. Questo vorrebbe dire che ci sarebbe stato qualche migliaio di normali preti eterosessuali che hanno cercato gratificazione sessuale con ragazzi invece che con ragazze. E’ una cosa priva di senso, chi può darvi credito?
terça-feira, 9 de agosto de 2011
Archdiocese of Miami, the gay priests’ “love nest”
A survey carried out by a group of lay faithful, documents a network of homosexual priests in the diocese headed by Archbishop John C. Favalora
by Marco TosattiIn Vatican Insider
The news was given by and American gossip newspaper the “Gawker”. The article, entitled “Sin City”, was published along with a photoshopped image of a rosary placed on top of a Gospel next to two condoms,
Source: an investigation carried out on a network of homosexual priests in the diocese of Miami by a group of lay people from South Florida who were calling themselves “Christifidelis”. The investigation could have played a part in the premature removal of Archbishop John C. Favalora and his replacement with a serious Bishop, Thomas Wenski. The report is over 400 pages long and Gawker, in an article written by Brandon K. Thorp, former reporter for the Miami New Times called – too easily – “Miami Vice”, is about 100 pages long. Some excerpts are provided below but the report and the article raise many questions. For example, where was the U.S. Bishop’s Conference, and where was the Vatican? What is known for sure is that last year Favalora left, leaving no explanation, even though he was still in excellent health; it is also known that during Benedict XVI’s leadership, homosexual priests, and Bishops in the Curia who, outside, were suspected or more than suspected of having love affairs and relationships, were systematically expelled. This perhaps explains why Pope Ratzinger is disliked in homosexual circles, a dislike which was openly demonstrated with obscene messages printed on banners at the Gay pride event in Rome; but why did it take so long? And if Miami was an exemplary and extraordinary case, maybe there are other small Miamis elsewhere, for example in the center and south of Italy? “So much filth in the Church,” the then Cardinal Joseph Ratzinger had commented. the work he is doing, silently, appears to justify that accusation.
According to Thorp, the retired Archbishop was a shareholder in a company that produced “Yohimbe”, an aphrodisiac drink; he was accused of making trips to Key West with friends of his who shared his tastes; he appeared to be too familiar with seminarians (a former employee of the diocese recalls hearing him say to a young man, during a meeting in the seminary, “come to daddy and sit here on my lap.” Christifidelis says that Favalora’s two main subordinates, Monsignor Hennessey and Monsignor Souckar, were also involved in such acts. The Seminary of St. John Vianney, located in the south-east of Dade, according to Thorp, “was a sort of gay Hogwarts with palms,” referring to Harry Potter’s college. It appears the seminary has a long history of gay love; according to Thorp, Peter Fuchs, a former student, had had a fiery story with Bernies Kirlin, who was rector at the time and who later became a priest and went to Coral Gabels. “I probably entered the seminary partly because I was attracted to the idea of being in a gay world” said Fuchs, a scholar who lives with his partner in Washington, D.C. “But I was also interested in theology, in the great questions.” The approach used with Fuchs was, to say the least, direct: Kirlin placed his hand between his legs. “Then he apologized and we became friends,” said Fuchs.
Thorp’s story, which is all based on lay investigations, mentions many other priests in South Florida accused of homosexual activities. Priests who lived with boyfriends, priests who lived as lovers with other priests, a priest who owned a luxury villa in Coral Gables and was keen on drugs, another who went jogging naked, a priest who regularly sent photos of his bits to children, an official who was involved in children trafficking and another who enjoyed bondage; the list goes on.
Of course Thorp is aware of the legal risks, and in fact wrote: “in cases where it was not possible to confirm charges against individuals, we prepared the information in such a way that it would be impossible to identify them.” John C. Favalora was the head of the Catholic Church in South Florida from 1994 to last year. The report accuses him of permitting and promoting “a homosexual super-culture” in the 195 churches, schools, missions, seminaries and universities that make up the Archdiocese of Miami. This all carried on with no or very few problems until 2005, when a group of lays people, headed by a lawyer, Sharon Bourassa, decided to set up a wide-range investigation of the behavior of priests in the Archdiocese.
The report was sent to the Vatican; and we were discreetly informed that the issue had been brought to the attention of Benedict XVI, and that it certainly played a role in Favalora’s resignation, almost one year earlier than it was due and for no apparent reason.
Any anyone who did not bow their head, was eliminated. This was the case of Father Andrei Dowgiert, of the Church of All Saints, in Sunrise. A Polish priest who had spent time in Zimbabwe, shortly after his arrival, was sent away because he had acted violently towards a boy. Dowgiert was transferred to the parish of the Good Shepherd, where he filed a complaint in which he claimed the parish priest had tried to seduce him. He was transferred again, in spite of protests from parishioners. The subsequent transfer alas, placed him into contact with Monsignor Morales, protected by Favalora and definitely homosexual. Dowgiert’s curiosity on a wide range of issues put him in open conflict with the head of the Archdiocese which eventually led to his dismissal. This set the laymen in motion. Why, they wondered, did the diocese defend a non-celibate homosexual priest, with a behavior history that was far from priestly, against a priest who did his duty. When a lay woman, Gloria Luca, began to ask questions and was fired shortly after, other lay people began looking for answers. This gave birth to “Christifidelis” and led to the 400 page report. In 2006 Sharon Bourassa received a visit by a senior Vatican Cardinal but for a time nothing more was said. Favalora left eight months before his75th birthday, which is the age at which bishops usually express their desire to retire (an extension of one or more years is usually granted). It seems that Thomas Wenski, who had been asked to join him in leading the diocese, replied that he did not want anything to do with him. Finally, Wenski was appointed, alone, and began to clean up the mess.
But big questions still remain. The diocese of Miami was not spared from the sexual abuse problem. In fact, Neil Doherty, one of the nastiest sex criminal ever arrested in the USA, was a pupil of the St. John Vianney Seminary, and spent most of his “carrier” in Florida. He served as Director of Vocations at the Seminary and for thirty years he raped boys, drugging them with alcohol and Quaaludes and sodomizing them. He was one of Kirlin’s best friends. It makes one wonder how much Kirlin and Favalora knew about this.
http://gawker.com/5825254/the-catholic-churchs-secret-gay-cabal