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quarta-feira, 16 de janeiro de 2013

Donne indiane sacrificate per dare figli a coppie gay - di Diego Molinari

In NBQ 

Oggi imponente a manifestazione a Parigi delle associazioni familiari contro la decisione del governo francese di riconoscere i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Ieri la sentenza choc della Cassazione in Italia che legittima le unioni gay. C'è una spinta ideologica che attraversa tutto l'Occidente che cerca di imporre la legittimazione dei matrimoni gay. Ma una storia che arriva dall'India ci mostra uno degli effetti aberranti di questa corsa all'omosessualismo. E' un testo molto lungo, ma abbiamo preferito lasciarlo integrale perché rappresenta un eccezionale documento.

Per la visita di routine con il dottor Manish Banker, è arrivata sino al Pulse Women’s Hospital dove è stramazzata al suolo. Premila Vaghela, che era incinta all’ottavo mese, è morta poco dopo. È successo lo scorso maggio, a Ahmedabad, nella povera e turbolenta regione centro-occidentale del Gujarat, in India. Il dottor Banker è un esperto privato di IVF, la sigla che indica in quell’inglese medico ricco di latinismi la In Vitro Fertilisation, cioè la fecondazione in provetta.

Premila era una delle sue “surrogate": povere donne che offrono il loro apparato riproduttivo per danaro a ricche coppie straniere (americani, taiwanesi, arabi, europei, singaporesi, indiani stessi delle classi più affluent) che in sostanza ne affittano l’utero per impiantarci un ovulo fecondato: il loro. Questo fenomeno, chiamato dagli anglofoni semplicemente surrogacy (“surrogazione”; in Italia pare si tenda a preferire l’espressione «maternità surrogata”) è oramai una questione rilevante per la società indiana, oltre che per molta della cultura liberal americana. Come in qualsiasi altro fenomeno economico del mercato globalizzato, a una precisa domanda di “consumatori” di, per esempio,  Upper West Central Park (la zona dei ricchi di New York) o della California, corrisponde una precisa reazione di una manovalanza delocalizzata nel terzo mondo: ecco Anand, in Gujarat, capitale mondiale della surrogacy, dove le coppie di forestieri investono danaro per far produrre la propria prole. Ahmedabad, la città della storia di Premila, non è lontana.

Premila è morta, ma non prima di aver portato a termine  il suo sporco lavoro. La storia della sua breve, brevissima “degenza” è significativa, perché mette in luce (pazzo rovesciamento rispetto alla cultura dell’aborto) il valore della vita della donna rispetto a quella del bambino, che non è suo figlio ma un prodotto, lautamente pagato, destinato a altri. Premila, crollata al Pulse Women’s Hospital - la struttura privata che gestisce le madri surrogate - è stata immediatamente portata nell’unità di terapia intensiva prenatale, dove hanno estratto il bimbo con un cesareo. Successivamente, avendo constatato i medici le sue gravi condizioni, Premila è stata spedita in un altro ospedale, lo Sterling Hospital. Rapporti ufficiali di questo ultimo ospedale riportano lo stato disperato in cui è arrivata la donna, vittima di un grave collasso cardiaco. I tentativi per rianimarla sono stati vani. Premila lascia un marito e due figli. Il neonato, venuto al mondo 1.75 kg, è stato messo in incubazione. Ignoriamo se alla coppia di anonimi benestanti americani sia stato infine consegnato l’ordine che è costato la vita a Premila.

Il Dottor Banker ha dato le informazioni necessarie alla polizia, che al momento della tragedia aveva promesso un’indagine. Pare invece che nessun file sia stato aperto per questo caso.

RACCONTI DISPERATI DEL COLONIALISMO BIOLOGICO
 
Coolie è un'antica parola, invero spregiativa, con la quale i coloni inglesi descrivevano gli autoctoni delle terre colonizzate. La parola pare che derivi da cool, “fresco”: i coolie erano i servi che con grandi ventagli seguivano gli eleganti inglesi fra le canicole di Asia e Africa. La parola, considerata molto offensiva nell'India indipendente, sta brutalmente riaffacciandosi nel discorso pubblico: qualcuno descrive le madri surrogate come biological coolies, in pratica schiave biologiche. Sia l'essenza, che le modalità concrete del fenomeno fanno infatti pensare alla schiavitù, o forse perfino una schiavitù ancora più pericolosa e umiliante. Non pochi infatti parlano di un "colonialismo biologico". Torna l'imperialismo delle nazioni ricche, sotto la forma - invasiva sino al parossismo - di uno sfruttamento del ventre materno delle autoctone. Il Sydney Herald, in un denso articolo dedicatovi il 7 settembre scorso racconta dell'indifferenza di molti  "clienti" nei confronti delle madri surrogate dei loro figli, che molto spesso non vogliono nemmeno incontrare. "Volevo picchiare un gay che mi chiese, dopo che nacque suo figlio, dove poteva trovare una balia", ha raccontato al giornale la ginecologa Anita Nayar. "Lui voleva che il suo bambino avesse le difese immunitarie che dà il latte materno, come se le indiane fossero schiave delle piantagioni che vanno in giro ad accudire bambini" .

I dettagli giuridici, economici e sociali del fenomeno danno ragione a chi usa la parola "schiavismo".
Anche se sapesse di averne diritto, il marito di Premila non può denunciare il Pulse Hospital per ottenere un indennizzo. Il contratto di surrogazione da lei firmato, come quello di tutte le altre, esonera i dottori e la coppia straniera da ogni complicazione della gestante surrogata, assicurandosi che con il marito si assuma tutto il rischio medico, finanziario e psicologico. 

Sostiene sempre il Sydney Herald, che "i contratti specificano che se la madre è diagnosticata con una malattia mortale al termine della gravidanza, ella sarà mantenuta in vita per via artificiale per proteggere la qualità del feto e assicurare una nascita in salute per conto dei genitori genetici". Il baffuto dottor Banker, sostiene che la coppia americana ha pagato di sua sponte un milione di rupie alla famiglia di Premila.
 
"La somma è irrilevante" tuona Kishwar Desai, una scrittrice indiana che ha appena pubblicato un romanzo sul tema dal titolo Origins of Love. Desai rappresenta una delle prime reazioni intellettuali concrete al diffondersi di questo fenomeno, arrivando a scriverne anche sul noto quotidiano britannico The Guardian. "Di quante altre donne come Premila non abbiamo sentito parlare? Nessuno vuole scrivere della morte di una povera donna", riporta l’articolo australiano. La scrittrice è irritata dal fatto che l'India sia diventata l'Eldorado mondiale della maternità surrogata.

L'industria della surrogacy varrebbe oggi due miliardi e mezzo di dollari, producendo qualcosa come 25.000 bambini all'anno. L'indotto è molto articolato: alle cliniche, si sommano i reclutatori, gli avvocati per i contratti, gli spazi dove tendenzialmente le cliniche fanno vivere insieme le gestanti, gli hotel che ospitano i genitori stranieri che vengono a controllare lo stato dell'ordine o a "ritirare" il prodotto pronto per la consegna. La clientela è principalmente americana, ma qualcuno dice che la metà dei casi coinvolge indiani di classe agiata: il caso più noto, volutamente reclamizzato dai media, è quello delle star del cinema di Bollywood Amir Khan e sua moglie Kiran Rao, che nel dicembre 2011 hanno dichiarato di avere avuto un figlio tramite maternità surrogata. Nel portafoglio clienti delle più di mille cliniche specializzate del subcontinente, non mancano gli australiani, i taiwanesi, i singaporesi e gli Europei. Il gruppo più in crescita rimane comunque quello degli omosessuali occidentali.

Uno studio del Centre for Social Research (CSR) di Nuova Dehli uscito lo scorso aprile e intitolato Surrogacy Motherhood: ethical  or commercial,  ha cominciato a riportare dati e episodi davvero inquietanti . Ranjana Kumari, la direttrice del Centro, racconta: "Abbiamo trovato una donna alla quale erano stati dati 25 cicli di IVF. Un'altra è stata forzata ad aver impiantati quattro embrioni in una sola volta, contro la pratica internazionale di un embrione per volta, o al massimo, due". Dal documento, che si può visionare in rete in formato PDF, emerge che a molte delle madri surrogate viene fatto firmare il contratto ma non gliene viene data copia; che un gran numero di esse hanno già tre o quattro figli che cercano di mantenere con altre due o tre gravidanze surrogate; che esse sono confinate in ostelli dove in caso di malattie contratte dai figli o dal marito non possono ricevere visite; che se un bambino nasce "difettato" (abituiamoci a questo gergo commerciale, perché di commercio propriamente si tratta) la donna non viene pagata: considerando che i rischi di deformità nelle fecondazioni in vitro è doppio rispetto a quelle naturali, questo significa che tante madri surrogate non vengono pagate al termine della gestazione, e del “prodotto di scarto”, cioè dell bambino, ci piacerebbe conoscere la sorte, sulla quale al momento non abbiamo alcuna informazione. Infine c'è il quadro sociale più vasto, in cui a indurre la donna alla surrogacy è spesso il marito con problemi di alcool, il marito che sperpera, il marito che ha bisogno di un capitale di partenza con il quale iniziare un business: una volta che il capitale finirà (accade molto spesso) la donna procederà con un'altra gravidanza per conto terzi. La direttrice del CSR Ranjana Kumari non ha paura di dichiarare al giornale australiano che "il nostro studio dimostra che si sta creando una mafia di trafficanti, con le donne trovate in località remote da agenti di reclutamento che hanno il solo fine di fare soldi. La vulnerabilità dei poveri viene sfruttata".

Gli indiani cominciano a essere dubbiosi rispetto a questa commercializzazione della maternità. Un paese che di per sé non ha una grande percezione dell'estero, inizia a chiedersi perché l'India debba offrire un servizio che altrove costituisce un crimine. Ma ancor di più: le immagini delle donne gravide sui cartelli pubblicitari delle cliniche, ormai diffusissime, offendono sempre di più la popolazione, che è conscia del fatto che queste donne spesso vengono fatte vivere tutte insieme in dormitori che assomigliano decisamente a degli allevamenti di bestiame: baby-factories, “bambinifici”, fabbriche di bimbi. Non è raro, infatti, che il contratto preveda la temporanea separazione della fecondata dalla famiglia, onde evitare il pericolo di rapporti sessuali col marito, e quindi la trasmissione di malattie veneree che potrebbero alterare la qualità del prodotto, cioè il bambino surrogato.

IL COSTO DELLA VITA: PUBBLICITA'
 
Una delle fonti che riporta i dettagli della storia di Premila è l’articolo scritto a caldo del Times of India, reperibile dal sito della testata indiana. Scorrendo la pagina sino in fondo trovo i Google Ads, ossia spazi con annunci che Google profila considerando l’interesse dell’utente internet sulle keyword di quella specifica pagina. Ebbene, l’automatismo amorale dell’algoritmo, vuole consigliarmi siti come quello della New Dehli IVF Center (“International standards with good success rates. Donor and durrogacy). Me ne consigliano anche altri di questo tipo, alcuni hanno come estensione di dominio .ru (Russia) o .gr (Grecia). Ma è oneinsix.com ad attirare la mia attenzione. “Surrogacy Cost $26,500 Surrogate & Surrogacy in India” è il titolo dell’annuncio. Entro nel sito, che è spoglio, brutto: ben visibile però è il tasto per pagare con il sistema Paypal, e poi, nella pagina “cost” un testo, in un inglese irto di sgrammaticature tipico di certi indiani: “nel 2005 la surrogacy costava 12.000 dollari. Oggi le stesse cliniche fanno pagare 35.000 dollari. Un suicidio economico posporre o ritardare il tuo trattamento non necessariamente” scrive il sito sghembamente. “Due cliniche che conosciamo offrono la surrogacy per 26.000 dollari, al prezzo del Giugno 2012. Queste cliniche procurano una surrogata per quel prezzo che include un deposito per la consegna del bambino”. Quando si pensa agli esseri umani come merce, non si arriva a immaginare che si possa essere così espliciti. Il sito continua enumerando ciò che è compreso nel prezzo: “consulenza e reclutamento della surrogata; preparazione della surrogata; parcelle cliniche per il ciclo di IVF; droghe IVF e iniezioni, dipendentemente dal dosaggio; rimborso della surrogata; vitto e alloggio della surrogata per 9 mesi, lavoratori sociali [sic]; Antenatale [sic]; assicurazione; deposito per l’ospedale di consegna e emergenze”. La lista è sconclusionata, poco chiara e paurosa. Più sotto, in un paragrafo chiamato semplicemente “The West” (L’occidente), il sito, con le consuete sgrammaticature,  tocca inusitati vertici di ignominia: “un’altra area di inquietudine è che ci dicono che viviamo in Rip-off Britain [La Gran Bretagna che ci pela, ndr]. Le leggi del governo restringono il numero degli embrioni impiantabili in una donna a tre (...) e ora vogliono ridurre gli embrioni a uno! (...) In India, dove si può impiantare mediamente 4-6 embrioni, ma anche di più, il costo per embrione è significativamente minore”. Seguono conti aritmetici del prezzo di un embrione, e relativa sprezzante critica a chi parla di “sfruttamento”.

All’acquirente vengono date vaste opzioni per customizzare il prodotto finale: “Se la donatrice della cellula-uovo non incontra le vostre rischieste riguardo all’aspetto etc. potete pubblicizzare per una donatrice di cellule-uovo sul giornale Times of India. Nel 2005 il costo della pubblicità era $600 in una dozzina di città una volta a settimana per due mesi. Una donatrice di ovuli si aspetta un pagamento fino a 50.000 rupie”. Facciamo notare, che il Times of India è il giornale dal cui articolo sulla morte di Premila siamo partiti: pare che, anche di fronte alla tragedia patente, l’intero sistema sociale indiano (autorità, media, intellighenzia) sia connivente se non complice.

Una disanima dei possibili costi della surrogacy in America (120.000 dollari, dice il sito), condannando che “come sempre in America una grossa porzione va all’agenzia e ai medici” spinge ulteriori altri calcoli della convenienza degli uteri indiani procurati oneinsix.com. Ma non è finita: “se tu avessi l’opzione di impiantare 6, 9 o più embrioni alla volta, non salteresti su di una simile possibilità? Certo, avresti il rischio di nascite multiple, ma esse possono essere ridotte selettivamente”. Maternità surrogata, super-impianto di embrioni, uccisione degli embrioni, aborto selettivo: chiude la pagina, un convertitore di valute.

IL TREND: STAR, GAY E TOO-POSH-TO-PUSH
 
Come tutti i trend, anche quello della maternità surrogata per arrivare alla gente comune è dovuto passare per le star. Le vedettes di cinema, tv e musica (e moda, sport, teatro, insomma la dimensione delle "celebrità") fungono da immenso catalizzatore funzionale di tendenze che si riversano sulla società dei consumi, dalla forma dei pantaloni che si indossano all'etica riproduttiva.

Già nel 2007, Oprah Winfrey, potentissima presentatrice del talk show più seguito d’America, portò in TV la Dottoressa Nayana Patel della Akanksha Infertility Clinic di Andand, cioè la mecca della surrogazione materna.

In principio, tra le star, fu Sarah Jessica Parker, la protagonista del noto serial "Sex and the City". Incarnazione della donna edonista ed emancipata, al punto da diventare un modello mondiale della sessualità borghese libera e elegante di New York, la magrissima Parker decise tra il 2008 e il 2009 con il marito Matthew Broderick (un altro attore famoso) di avere due gemelle per mezzo della maternità surrogata.

La Parker è la capofila di una particolare categoria della clientela degli uteri indiani: le too-posh-to-push, ovvero troppo eleganti per spingere. Donne dell'alta società che per motivi sociali, professionali o semplicemente per pigrizia rifiutano l'idea che per avere un figlio si debba deformare il proprio corpo con la gravidanza, e non tollerano neanche che alla fine del processo si debba persino soffrire i dolori del parto. Hollywood dedicò alla surrogacy una commedia, con le due più eleganti comiche del popolare programma "Saturday Night Live": le bravissime Tina Fey e Amy Poheler. Nel film, una professionista snob con problemi di sterilità si affida alla maternità surrogata di una ragazza di South Philly (la parte sud di Filadelfia, considerata dall'immaginario USA come terra di poveracci, dei "grezzoni", dei popolani poco educati; il film "Rocky" è ambientato lì).

La rossa premio Oscar Nicole Kidman (che Avvenire definì "magica" quando decise di sposare l'ultimo marito Keith Urban con rito cattolico) ha annunciato poco più di un anno fa di aver avuto una bambina com maternità surrogata. A differenza della Parker, ha tenuto segreto l'intero processo, per poi parlarne solo a cose fatte. Ha chiamato la bambina "Faith", Fede, "perché abbiamo bisogno di molta fede".

Ma il caso più eclatante, per le sue implicazioni sociali, è stato quello del sessantacinquenne cantante Elton John, che ha "surrogato" la maternità di "suo figlio" per poterlo crescere con il proprio "marito" (o “moglie”?) appena sposato, il regista David Furnish, di venti anni più giovane.

Benché vi siano realtà che praticano la surrogacy da svariati anni, il caso di Elton John ha fatto scalpore perché si tratta di un bambino nato biologicamente da una celebre coppia omosessuale. In pratica, la messa in scena su scala mondiale - su di un teatro di cui solo le celebrità possono godere - del sogno ai confini della realtà dei gruppi LGBT e della teoria del Gender tutta: anche coppie dello stesso sesso possono figliare, superando, con slancio post-umano, i limiti imposti dalla natura, che come in ogni Gnosi è vista dalla teoria del Gender come un demiurgo cattivo, che ha incastrato i gay in corpi non compatibili con la riproduzione umana e forse nemmeno con la loro stessa psiche.

Ancora, nel 2011 fu data notizia della nascita del figlio di Elton John il giorno di Natale. Il cantante avrebbe poi dichiarato di aver avuto dei ripensamenti, sostenendo che il bambino necessita di un padre e una madre, ma pare che a tali uscite non siano conseguite azioni reali. Il New York Post nei primi giorni del 2013 ha pubblicato la notizia che la coppia ha “avuto” un secondo figlio per via surrogata. Tra i media e i portavoce del cantante è tutt’ora in corso il consueto Valzer di piccole ammissioni e smentite.

LA FRAGILE POSIZIONE DEL FRONTE OMOSESSUALISTA

Dal punto di vista dei gruppi organizzati dei gay, la questione della maternità surrogata è particolarmente delicata per il futuro della bioetica e della società reale: da una parte, rappresenta il punto di svolta in cui all’omosessuale viene data la possibilità di riprodursi geneticamente; dall’altra, lo status sempre più innegabile di sfruttamento della donna può portare il fronte omosessuale a un inedito divorzio con gli alleati degli ultimi decenni. Il movimento dei diritti civili, i partiti di sinistra, i movimenti di liberazioni delle minoranze, tra cui le diminuite ma pur sempre agguerrite femministe. Un capitale immenso di potere politico potrebbe dilapidarsi in pochissimo tempo.

I gruppi organizzati dei gay toccano finalmente con mano la possibilità di uscire dalla condanna inappellabile a cui li ha relegati la natura, ossia la sterilità. La prospettiva della famiglia gay accende le speranze di giungere a una equiparazione totale dell'omosessualità con l'eterosessualità, dei “diversi” (notatelo: parola un tempo frequente ora in totale disuso) con la normalità. Si tratta di un punto di svolta decisivo per l'intero movimento omosessuale. Una società che consente di farsi fare dei figli tramite i ventri del Terzo Mondo, è una società pronta ad accogliere in toto ogni caratteristica della loro personalità (tra cui dati statisticamente provati come l’infedeltà, la promiscuità, certa voracità sessuale, che di fatto ha contagiato la società, soprattutto le donne, le quali come nota qualcuno oggi vivono l'accoppiamento in modo più promiscuo e aggressivo).

La maternità surrogata è l'orizzonte finale dell'omosessualismo, e lo è da un punto di vista biologico, morale, sociale, strategico.

Eppure, la surrogacy rischia di essere per i gay un rischio fatale, un boomerang che può finire per distruggere prima le alleanze, poi le vittorie accumulate, infine le basi stesse del mondo gay.
Le femministe, perennemente autoproclamantesi difesa ultima delle donne, non potevano rimanere a lungo insensibili al macroscopico caso della maternità surrogata, di fatto la forma di prostituzione e sfruttamento delle donne più oscena mai inventata dall'Occidente capitalista.
Così, per lo meno in India dove gli effetti del fenomeno surrogacy sono evidenti e devastanti, le femministe cominciano a far sentire la propria voce. I gruppi femministi indiani domandano apertamente la messa al bando della maternità surrogata: l'industria dell'affitto dell'utero, sostengono, è dannosa per la salute delle donne (non più padrone del proprio corpo come da assioma femminista) e le espone a ulteriori crimini da parte dei maschi, come i dottori che non pagano la cifra pattuita o i mariti ubriaconi che le imbottiscono di ormoni sino a far scoppiar loro le ovaia.

La dimensione dello sfruttamento non poteva non far sollevare le antenne anche ai partiti comunisti, molto fiorenti in diverse parti del subcontinente (stati del Kerala e del Bengala in testa). Pur al di fuori di questioni morali e spirituali, Brinda Karat, parlamentare comunista indiana, usa apertamente la parola "sfruttamento" per descrivere il rapporto tra i ricchi stranieri e le povere madri surrogate indiane: "La posizione economica delle indiane non è eguale a quello dei ricchi stranieri, quindi la donna indiana non sta compiendo una libera scelta, non una costrizione. Se le coppie straniere credono nella maternità surrogata commerciale, perché non convincono i loro governi a cambiare le leggi invece di venir qui e sfruttare le povere donne?" .

Così, potrebbe infine crearsi una spaccatura nel fronte unito formato negli ultimi decenni da gay (o LGBT, ora LGBTQIQ, cioè Lesbian Gay Bisexual Transgender Queer Intersexual e Questioning, quali altre categorie si aggiungeranno nel corso di questo lustro non sappiamo) e le alleate femministe, compagne naturali della causa omosessualista nella trincea del politicamente corretto. La politica del movimento gay, infatti, non è qualcosa di spontaneo od improvvisato. Vi è un libro che più di ogni altro dimostra la lucidità del fronte omosessualista. Si tratta di  After the ball. How America will conquer its fear & hatred of Gays in the 90's, (tradotto: Dopo il ballo. Come l'America vincerà la sua paura e odio verso i gay negli anni 1990), uscito nel 1989 dalle penne di Marshall Kirk, un neuropsichiatra, e di Hunter Madsen, un esperto della persuasione del marketing. Il testo, che constata che “la rivoluzione gay è fallita”, delucida le linee guida che il movimento dovrà seguire al fine di conquistare l’opinione pubblica. "Ritrai i gay come vittime, non come provocatori aggressivi", "Dà ai potenziali protettori una giusta causa", "Fa che i gay sembrino buoni", "Fa che gli aggressori sembrino cattivi". Il documento analizza il contesto mediatico, i sistemi di raccolta dei fondi, la composizione dell’opinione della popolazione e le manipolazioni su di essa praticabili. “La legittimazione dell'identità gay e lesbica attraverso una battaglia di libertà come quelle sul divorzio o sull'aborto, che dispone di argomenti semplici e convincenti: primo fra tutti la proclamazione di un modello normativo di omosessualità risolto e rassicurante. Con la torta nel forno e le tendine alle finestre, come l'ha definito una voce maligna. Il messaggio è più o meno il seguente: i gay non sono individui soli, meschini e nevrotici, ma persone splendide, affidabili e equilibrate, tanto responsabili da desiderare di mettere su famiglia”.

L'ULTRA PROSTITUZIONE E IL FAR WEST BIOLOGICO: FINO A QUANDO?
 
I dottori indiani, che si stanno arricchendo come collaborazionisti autoctoni di questa nuova colonizzazione ovarica, reagiscono con rabbia alle critiche che cominciano a sollevarsi dall’opinione pubblica e dalla politica indiana. I partiti di sinistra in India esistono e hanno gran voce, così come esiste nel subcontinente una ampia libertà di stampa. Così, l’industria surrogante comincia a difendersi con paradossi ridicoli ma perfettamente legittimi per certa mentalità da Terzo Mondo: nelle baby-factories, ci dicono,  le madri surrogate mangiano cibo sano per la prima volta nella loro vita, così come ricevono visite mediche di controllo e cure che mai prima avrebbero potuto permettersi se fossero state gravide di figli “propri”. Parimenti, è interessante notare che alcune reazioni di rabbia di dottori e madri surrogate verso le prime critiche fanno notare come le femministe siano spesso “non sposate” (qualcosa di sospetto per la cultura civile dell’India, che è ancora saldamente basata sul matrimonio, specie se combinato).

Questo Far West biologico, questa Eldorado della post-umanità potrebbe avere i giorni contati. Era impensabile che passasse inosservato un simile mostruoso fenomeno sociale, in cui il valore del corpo e perfino come nel caso di Premila della vita stessa della donna, contrariamente a ogni teoria femminista, è ridotto al punto che le nascite avvengono per lo più per cesareo in accordo con i biglietti aerei dei “committenti” stranieri che arrivano in India per la consegna del prodotto umano, il neonato.

Una bozza di legislazione da parte delle autorità indiane esiste. Si chiama Artificial Reproductive Technology Bill, ossia documento per la tecnologia di riproduzione artificiale. Il parlamento è da 3 anni che lo deve discutere: un business da due miliardi di euro, immaginiamo, avrà le sue lobby nella democratica e danarocentrica Nuova Dehli (ricordiamo che Lakshmi, il danaro, per l’induismo è una dea cui votarsi, non lo “sterco del demonio”). Forse non sono nemmeno solo le lobby economiche al lavoro: la bozza prevedrebbe che le coppie gay fossero escluse dalla possibilità della surrogacy. Cosa che avrebbe effetti devastanti sia sul business indiano, sia sull’evoluzione a lungo termine della cultura omosessuale, privata di un elemento importante nella sua rincorsa alla presentabilità sociale prima e alla sostituzione della famiglia tradizionALe poi.
Secondo il testo, inoltre, le donne straniere che volessero utilizzare uteri indiani dovrebbero provare a livello medico la loro sterilità: fine delle Sarah Jessica Parker, delle donne in carriera in vena di maternità extracorporea e delle too-posh-to-push. Il testo darebbe inoltre potere alla giustizia indiana di perseguire penalmente una coppia che rifiuti il bambino surrogato se nato “difettato”, proibirebbe le indiane sotto i 21 anni e sopra i 35 di divenire surrogate, impedendo la surrogazione oltre la quinta gravidanza includendo i figli naturali.
Come dicevamo, la legge non è ancora stata nemmeno discussa, è pending, pendente, da più di tre anni.
Ma la questione non riguarda solo l’India. È un affare (in tutti i sensi) globale.

sexta-feira, 2 de setembro de 2011

End Human Trafficking: A Contemporary Slavery -


A culture of exploitation and violence, especially sexual exploitation of children, is at epidemic levels here in the United States and around the world. The current Administration’s response is anemic and more must be done.

When Congress passed the Trafficking Victims Protection Act in 2000, it found that even as the 21st century began, the degrading institution of slavery continued throughout the world. Trafficking in persons is the recruiting, transporting, harboring, obtaining, or selling of a person by force, fraud, or coercion, for purposes of commercial sexual exploitation or forced labor. Human trafficking is a multi-dimensional problem. It is a transnational crime connected to other transnational crimes, such as drug and arms trafficking; it is a human rights issue, because it deprives the people being bought and sold of their basic rights and freedoms; it is a global health problem connected to the spread of HIV/AIDS and other serious communicable diseases; finally, it is a national security issue, because it fuels organized crime, threatens the rule of law, and creates trafficking pipelines that can be utilized by terrorist and extremist organizations looking to carry out violent acts.

We do not know the full nature and scope of this modern-day slavery. However, experts estimate that as many as 27 million people are trapped in some form of slavery around the world today. According to the most recent analysis from the United Nations, many of these are women and children trafficked into the international sex trade. A report released by the United Nations Office of Drugs and Crime (UNODC) claims that human trafficking is a growing phenomenon, that 79% of the crimes are for commercial sexual exploitation (as opposed to 18% for forced labor), and that the vast majority of victims are women and children.

Similarly, between January 1, 2008, and June 30, 2010, the U.S. Department of Justice captured information from 42 jurisdictions covering nearly 25% of the U.S. resident population. While these jurisdictions were not representative of the entire nation, they were widely dispersed geographically. This information was categorized and analyzed by the U.S. Department of Justice Bureau of Justice Statistics before being compiled into a special report. The report noted that 81% of confirmed traffickers were male, while 94% of confirmed sex trafficking victims were female. Of confirmed labor trafficking victims, 68% were female. Most of the sex trafficking victims in the U.S. were younger than 25 years old.

Many people assume that trafficked persons in America come primarily from other countries—illegally smuggled immigrants, tricked by the promise of employment. While this is the case for some victims, surprisingly, most victims are not foreigners. They are actually young women and children born here in the United States. In fact, according the Department of Justice report, more than four-fifths of victims in confirmed sex trafficking incidents were identified as U.S. citizens (83%). These statistics confirm the fact that trafficking in the U.S. is not primarily an international problem. It is a domestic problem that involves the trafficking of our own young women and children into prostitution and pornography. Some experts say that as many as a quarter-million of our children are trapped in various forms of commercial sexual exploitation.

Clearly, these grim statistics suggest that human trafficking is a problem of epidemic proportions. We urgently need to confront this crisis and undertake every possible measure to identify, rescue, and rehabilitate the victims. In addition, we need vigorous enforcement of federal, state, and local laws prohibiting trafficking. Finally, we need creative new approaches to addressing the demand side of human trafficking.

If our challenge at the end of the 20th century was to recognize that human trafficking was a growing phenomenon, the crime of choice for international criminal enterprises, our challenge in the 21st century is to link up our efforts—to make connections between the various forms of trafficking and to organize across various barriers. For too long our work has been stove-piped, with one organization focusing on sex trafficking and another on sex tourism, one on child pornography and another on child abduction. Traffickers are already organized; they are organized across language barriers, across ethnic and cultural differences, across national and geographic boundaries, and more. On the internet, they have learned how to use the new technologies to transmit sexually exploitive images. They have perfected techniques for stalking online. They have created special sex-oriented chat rooms and special global sex clubs. They have encrypted and encoded their activities to make them more difficult to find. They have formed professional associations to protect their interests and formulate new strategies for their future. On our streets, they have perfected methods for identifying and recruiting the most vulnerable of our children. They have developed domestic pimping circuits that move juveniles across state and county lines. They have located and cultivated a clientele to sell to—and in so doing, they have grown rich and powerful enough to build alliances, buy allegiances, and even set up and resource NGOs to make their points for them.

Across the globe, traffickers understood long before we did that sex tourism is just the opposite side of the sex trafficking coin. While in sex trafficking, you transport the women and children to the buyer, in sex tourism, you transport the buyer to the women and children. They have identified whole countries, usually resource poor, where the most heinous crimes can be committed with hardly anyone blinking an eye; and they’ve identified other countries, usually resource rich, where men will spend money to travel to commit unspeakable acts, if they think they can get away with it. The amount of money that passes hands in these criminal enterprises —over the internet, on our streets, and across international borders—is estimated at somewhere around 32 billion dollars, and that figure is probably conservative, according to the International Labor Organization (ILO). No wonder it is called a “sex industry.”

In the face of what some experts have called the fastest growing criminal enterprise in the world, this Administration’s response has been anemic at best. Social conservatives have carried the water on this issue for over a decade and continue to demonstrate leadership. In 2012 and beyond, these are the six pillars for success in addressing human trafficking:

  1. Public Awareness. Human trafficking, particularly sex trafficking, is a burgeoning criminal enterprise in the United States and around the world. Victims are men and women, adults and children, international and domestic. Trafficking can happen in the commercial sex industry, including street prostitution, strip clubs, massage parlors, escort services, brothels, and on the internet; in factories such as garment centers, meat-packing plants, farms, mining industries, , or construction; in private homes that employ housekeepers, nannies, or servile marriages; in restaurants, bars, and other service industries such as nail or hair salons. Recognizing that we have a problem and committing to a zero-tolerance standard is the first step to solving it. We have had some small success with general awareness campaigns. If elected president, a candidate must start educational campaigns tailored to specific businesses and work sectors where trafficking occurs.
  2. Law and Law Enforcement. The U.S. has an excellent federal law against trafficking, but at the state level, laws are inadequate to deter trafficking and to bring traffickers to justice. Without comprehensive laws, law enforcement officials don’t have the tools to arrest, charge, prosecute, and convict traffickers. Most states have prohibited trafficking, but few, if any, have a victim-centered approach with shelters and services for trafficking victims. Some state laws still fail to reflect the gravity of the offenses involved. For example, in many states, an adult who sexually assaults a child is prosecuted under statutory rape laws, while if that same adult pays for sex with a child, he is most often charged (if he is charged at all) with a misdemeanor offense of soliciting.
  3. Focus on Demand. Like drug trafficking, human trafficking is a business involving a triangle of activity: supply, demand, and distribution. Unlike drug trafficking, however, there is very little focus on the demand side of the human trafficking business. While some men who buy sex are unaware of the harm to themselves, their families, their communities, and the women trapped in prostitution, far more are crass consumers in the sex industry. A renewed and vigorous focus on the men who fuel the market for commercial sex is imperative.
  4. Health Consequences. Trafficking exposes victims to serious health risks. Victims of trafficking often endure brutal conditions that result in physical, mental, emotional, and psychological trauma. Women and children trafficked in the sex industry are exposed to deadly diseases, including HIV and AIDS, TB, hepatitis, and other serious communicable diseases. In addition, many women trafficked into prostitution are given drugs or use them to numb themselves against the acts they must perform. Substance abuse and drug addiction are serious problems in human trafficking. Trafficking victims are beaten, burned, assaulted, threatened, and intimidated by traffickers and customers. Health consequences include pregnancy, forced abortion and/or abortion-related complications. In the first big sex trafficking case uncovered in the U.S., young women and children who were trafficked from Mexico to rural Florida were forced to have multiple abortions, and then forced back into the brothel the next day. In Turkey, young women and girls trafficked into prostitution had abortifacients injected into their stomachs with needles. In U.S. emergency rooms, community health clinics, HIV/AIDS clinics, and other government-funded health centers, health providers are the first (and sometimes only) people who encounter victims of human trafficking. Teaching health providers how to identify victims and catalyze a rescue is key. In the long term, preventing human trafficking will eliminate costs to the healthcare system that are inevitable consequences of human trafficking.
  5. Shelters and Service Providers. As one victim assistance organization has noted, appropriate protective shelters and services are critical for the protection and restoration of trafficking victims. Currently, these shelters are reimbursed on a per victim basis, making it virtually impossible to establish long-term institutional stability and proper care for victims. The situation of domestic minor sex trafficking victims is worse: they are generally placed in juvenile detention or returned to the home from which they fled. The lack of adequate anti-trafficking shelters across the nation is preventing first responders from succeeding in protecting and gaining justice for the victims.
  6. Nature and Scope of the Problem. The state of knowledge regarding the extent and nature of human trafficking, and efforts to combat it and ameliorate its effects, is insufficient. Most information regarding human trafficking is still anecdotal, limited in scope, and often affected by the advocacy biases of the researchers. Over the last ten years, the United Stattes has spent upwards of $800,000,000.00 (800 million dollars) in over a dozen USG agencies. Very little of these funds have been on research. Congress has called for more information on the causes of human trafficking, the nature and scope of the problem, the methods of recruitment and transportation, the types of trafficking, global and domestic law enforcement data, and the public and private health implications of human trafficking. The William Wilberforce Act of 2008 (TVPRA 2008) called for:

An effective mechanism for quantifying the number of victims of trafficking on a national, regional, and international basis and mandated the creation of a database utilizing information from all federal agencies and, to the extent practicable, applicable data from relevant international organizations to:

(A) improve the coordination of the collection of data related to trafficking in persons by each agency of the United States Government that collects such data;
(B) promote uniformity of such data collection, standards, and systems related to such collection;
(C) undertake a meta-analysis of patterns of trafficking in persons, slavery, and slave-like conditions to develop and analyze global trends in human trafficking;
(D) identify emerging issues in human trafficking and establish integrated methods to combat them; and
(E) identify research priorities to respond to global patterns and emerging issues.

While we clearly need research that yields rigorous quantitative and qualitative information on human trafficking, the political will to support such research is lacking. It is critical for candidates and for the future president to encourage research initiatives for generating systematic knowledge to combat global human trafficking. After all, which would we rather have: a hospital at the bottom of the cliff or a fence at the top? Good information/intel is the fence at the top.

Human trafficking is a global problem with regard to law enforcement, human rights, and health. It is a multi-billion-dollar industry, with millions of victims trapped in slavery and slavery-like conditions. Although it is a sizable and complex problem, it can be solved. Two centuries ago, British and U.S. citizens organized an abolitionist movement to eradicate African chattel slavery. They tackled first the slave trade and then slavery itself. They were successful in outlawing and eventually eradicating it. Today, we are building another critical mass of people to abolish these new forms of contemporary slavery. We must learn to coordinate and collaborate, to work together towards a common goal. A candidate for president must have a global vision and lead us toward abolition. If we have such a president, we will surely succeed.

Laura Lederer is President of Global Centurion and adjunct professor at Georgetown Law Center.