sábado, 28 de janeiro de 2012

Padre Serra S. J., la difesa della verità - di Mario Palmaro

In La Bussola Quotidiana

Con la morte di Padre Angelo Serra, avvenuta a Roma nella notte del 20 gennaio, la comunità scientifica perde uno dei più importanti genetisti, e il mondo cattolico perde uno dei più seri e rigorosi bioeticisti italiani. Serra rappresenta un raro esempio di studioso nel quale si univano una grande preparazione scientifica, una modestia sincera e sorprendente, e un rigore dottrinale e morale assoluto.


Ho conosciuto Padre Serra nel 1995, da studente, quando frequentavo il corso di specializzazione in Bioetica presso l’Istituto Scientifico del San Raffaele di Milano. Si trattava di un corso organizzato con serietà, guidato da docenti intelligenti e preparati, ma all’interno di una visione morale piuttosto elastica, disposta a sconfinare dai contorni netti della dottrina cattolica sulla vita e sulla medicina. Fra i docenti si susseguivano monsignor Sgreccia e, appunto, Padre Serra; ma anche Edoardo Boncinelli (“per me – ci diceva – la ricerca scientifica è una cosa, la riflessione morale un’altra”) e Fernanda Pivano, che fu invitata a tenere una lezione sull’eutanasia parlando del suicidio dell’amico Hernest Haminguay. Il tema dell’aborto fu affidato, tanto per dare un’idea, al professor Giovanni Berlinguer, relatore della legge 194 al parlamento italiano.


In quella giornata al San Raffaele, a Serra non ci volle molto per accorgersi che, a dispetto della cornice in cui avveniva la sua lezione, non stava “giocando in casa”: che l’embrione fosse un essere umano fin dal concepimento, che la fecondazione artificiale fosse incompatibile con il rispetto di quell’uomo, che il Rapporto Warnock dicesse delle corbellerie, era tanto chiaro per Serra quanto discutibile per alcuni dei suoi allievi. Sulle prime ebbi l’impressione che quel gesuita, piccolo di statura, dal tratto delicato e gentile, incapace di alzare la voce, con lo sguardo che ti voleva bene a ogni costo; ebbi l’impressione, insomma, che quel buon prete sarebbe stato del tutto inadeguato a far fronte alle obiezioni, talvolta sarcastiche di una platea così provocatoria. Una specie di don Abbondio in mezzo ai “vasi di ferro” della bioetica cattolica-possibilista.

Si trattava, in fondo, di una platea che aveva fatto già perdere la pazienza a Sgreccia, che alla fine della sua burrascosa lezione mi aveva confidato “Io qui non ci vengo più, mi attaccano sempre”. Ma la mia valutazione di Padre Serra si rivelò presto del tutto sbagliata: Padre Angelo, con quell’aria serafica e impassibile, difese le posizioni senza mollare di un millimetro, impugnando di volta in volta le armi della biologia, della genetica, della filosofia, della logica elementare.

Non ci fu niente da fare: più lo provocavano, e più ne veniva fuori con calma e con forza. Ne rimasi molto colpito, anche perché Serra non godeva, né godette negli anni successivi, di quella fama che avrebbe meritato, anche nel mondo cattolico. Era schivo, e non cercava i riflettori; e con quelle idee ortodosse che si ritrovava, tanto meno venivano a cercarlo i responsabili di giornali e Tv, anche cattolici.


Rividi Padre Angelo molti anni dopo, per una circostanza della vita assai strana: insieme ad altri amici, avevamo fondato un’associazione pro life – il Comitato Verità e Vita – spinti dalla necessità di dire pubblicamente che la fecondazione artificiale, anche nella sua forma omologa, quella legalizzata dalla legge 40 del 2004, rimane una pratica inumana, immorale e contraria al diritto naturale. Una pratica che dovrebbe essere vietata dalle leggi di uno stato civile. Una pratica che dovrebbe essere sempre estranea a un medico e a un ospedale cattolico.

Non immaginavamo che questa iniziativa ci avrebbe tirato addosso così tanti guai proprio da parte del mondo cattolico; ma non immaginavamo nemmeno che questa scelta ci avrebbe fatto incontrare tante persone straordinarie, spesso sconsociute ma qualche volta autorevoli e prestigiose, contagiate esse stesse da una certa “emarginazione” culturale per via dell’amicizia con “quelli di Verità e Vita”. Padre Angelo fu uno di questi: quando si trattò di mettere in luce l’altissima abortività indotta dalla fecondazione artificiale, non ebbe esitazioni, e iniziò a tenere pubbliche conferenze, organizzate anche da noi, per spiegare a tutti come stessero le cose.


Ovviamente sarebbe riduttivo limitare a questo snodo bioetico la ricchezza di vita di Padre Serra. Genovese, 93 anni dei quali 78 trascorsi nella Compagnia di Gesù, padre Serra è stata una figura di primissimo piano nel campo della genetica, interpretata sempre nel rispetto della dignità di ogni essere umano. Era uno studioso apprezzato in tutto il mondo: nel 1964 ha insegnato alla Harvard Medical School di Boston. Tornato in Italia, per 30 anni ha risieduto nella comunità della Civiltà Cattolica ed è stato docente presso la facoltà di Medicina dell’Università Cattolica di Roma dove ha fondato e diretto l’istituto di genetica umana. Presidente della Confederazione italiana dei consultori di ispirazione cristiana, negli ultimi anni padre Serra è stato membro della Pontificia Accademia per la Vita e del Pontificio Consiglio per la Salute.


Penso che la sua morte sia una grave perdita per la comunità scientifica, per la Chiesa e per la famiglia della Compagnia di Gesù. Ma è una perdita molto grave anche per l’esiguo (e talvolta tiepido) fronte pro life italiano. Padre Angelo Serra è sempre stato un fiero avversario delle tecniche antiumane applicate alla genetica, e un trasparente nemico delle leggi ingiuste che permettono l’aborto, la fecondazione artificiale, la sperimentazione sugli embrioni umani. Una posizione difficile da sostenere verso il mondo laico dei colleghi; ma per paradosso, difficile da sostenere anche rispetto a certe derive della bioetica e della sanità “cattoliche”.

Per questo mi sembra giusto ricordare di lui questo profilo che lascia a tutti noi una sorta di “testamento bioetico”: Serra sostenne sempre la illiceità di ogni tecnica di fecondazione artificiale extracorporea, e la profonda ingiustizia di una legge come quella italiana, la 40 del 2004, che – fatte salve le buone intenzioni e il contesto in cui venne votata - permette di produrre l’uomo in provetta. Più di una volta, Padre Angelo mi ha confidato la sua sofferenza profonda per la confusione diffusa anche nel mondo cattolico sui temi della bioetica; non capiva i silenzi, i compromessi, le ambiguità, i veri e propri errori, i silenzi intorno alla fecondazione artificiale, e in particolare il clima di generalizzata “difesa” della fivet omologa a norma di legge 40.

Il suo sorriso è la grande lezione che ci rimane più impressa: imparare ogni giorno a difendere la verità, senza odiare nessuno.

The Contraception Deception

sexta-feira, 27 de janeiro de 2012

Hungarian Pro-Life Constitution Comes Under Attack - By Susan Yoshihara, PhD

New York, January 27 (C-FAM) Hungarian leaders have passed a law protecting the traditional family, defying ongoing criticism that their new constitution would curtail abortion and homosexuality.

The new law says the family, based upon marriage of a man and a woman whose mission is fulfilled by raising children, is an "autonomous community...established before the emergence of law and the State" and that the State must respect it as a matter of national survival. It says "Embryonic and foetal life shall be entitled to protection and respect from the moment of conception," and the state should encourage "homely circumstances" for child care. Read More

Major victory for life in Europe: ‘Euthanasia must always be prohibited’- by John-Henry Westen

STRASBOURG, January 26, 2012 (LifeSiteNews.com) - Yesterday, the Parliamentary Assembly of the Council of Europe (PACE) adopted a non-binding resolution stating: “Euthanasia, in the sense of the intentional killing by act or omission of a dependent human being for his or her alleged benefit, must always be prohibited.”

The purpose of the resolution, entitled “Protecting human rights and dignity by taking into account previously expressed wishes of patients”, defines the principles that should govern the practice of “living wills” or “advance directives” in the 47 States of the Council of Europe.

The European Centre for Law and Justice (ECLJ) welcomed the adoption of the PACE resolution. “This Resolution is a major victory for the protection of life and dignity,” said ECLJ Director Grégor Puppinck.

Puppinck noted that because “living wills” or “advance directives” are open to abuses, and are a “backdoor” for introducing euthanasia or assisted suicide into legislation, PACE’s resolution was necessary.

The resolution is comprised of a list of principles already elaborated in three documents previously adopted in the Council of Europe, including the Convention on Human Rights and Biomedicine (Oviedo Convention), which legally binds the majority of member States.

Another positive principle introduced by the Italian MP Mr Luca Volontè, states “in case of doubt, the decision must always be pro-life and in favour of the prolongation of life.”

Last year, on January 20th 2011, the European Court of Human Rights delivered a ruling (Haas versus Switzerland) that while there is a “human right” to suicide, the state has no obligation to provide citizens with the means to commit suicide.

Puppinck noted that although not legally binding on member states, the PACE resolution would nevertheless have a positive effect. “It should have a direct impact on the upcoming judgment of the European Court in the case Koch v. Germany concerning the ban of assisted suicide in Germany,” he said.

Archbishop Dolan says Obama administration 'treats pregnancy as disease'

.- Cardinal-designate Timothy M. Dolan, head of the U.S. bishops' conference, says the Obama administration has revoked the religious freedom of groups that do not regard women's fertility as as “disease.”

“The Catholic Church defends religious liberty, including freedom of conscience, for everyone,” the New York archbishop and conference president wrote in a Jan. 25 Wall Street Journal editorial, addressing the government's final decision to require contraception coverage in most new health plans.

With this decision, the cardinal-designate wrote, “the Obama administration has failed to show the same respect for the consciences of Catholics and others who object to treating pregnancy as a disease.”

On Jan. 20 the Department of Health and Human Services confirmed it would impose the contraception coverage mandate on most religious institutions, with a narrow exception for groups whose main purpose is the “inculcation of religious values” among people of the same faith.

“Even Jesus and his disciples would not qualify for the exemption,” Cardinal-designate Dolan noted, “because they were committed to serve those of other faiths.”

Health and Human Services finalized the contraceptive mandate just days before the annual March for Life, an event that mourns the anniversary of the Supreme Court's Roe v. Wade decision.

As the U.S. bishops' president observed in his editorial, the decision came despite a landmark Supreme Court case in which all nine justices ruled in favor of religious ministries' right of self-determination.

“Scarcely two weeks ago, in its Hosanna-Tabor decision upholding the right of churches to make ministerial hiring decisions, the Supreme Court unanimously and enthusiastically reaffirmed these longstanding and foundational principles of religious freedom,” he recalled.

The court, he said, made it clear that religious institutions had the right “to control their internal affairs.”

But the Obama administration “has veered in the opposite direction.”

“It has refused to exempt religious institutions that serve the common good – including Catholic schools, charities and hospitals – from its sweeping new health-care mandate that requires employers to purchase contraception, including abortion-producing drugs, and sterilization coverage for their employees.”

Cardinal-designate Dolan called the move “an unprecedented incursion into freedom of conscience” that forces an “unacceptable dilemma” on believers: “Stop serving people of all faiths in their ministries – so that they will fall under the narrow exemption – or stop providing health-care coverage to their own employees.”

Non-exempt religious groups have been granted an additional year to comply with the mandate, a concession the future cardinal ridiculed – “as if we might suddenly be more willing to violate our consciences 12 months from now.”

First published in August 2011 as part of federal health care reform, the contraception coverage requirement has drawn criticism from a broad spectrum of groups – including Orthodox Jews and Evangelical Christians, as well as some Catholics known for supporting the president on other issues.

“Hundreds of religious institutions, and hundreds of thousands of individual citizens, have raised their voices in principled opposition to this requirement,” Cardinal-designate Dolan wrote in his editorial.

“Many of these good people and groups were Catholic, but many were Americans of other faiths, or no faith at all, who recognize that their beliefs could be next on the block.”

In Wednesday's editorial, Cardinal-designate Dolan stressed that religious liberty is also “the lifeblood of the American people” and “the cornerstone of American government,” guaranteed in the Bill of Rights.

Now, he warned, this right is jeopardized in the interest of preventing fertility.

“This latest erosion of our first freedom should make all Americans pause. When the government tampers with a freedom so fundamental to the life of our nation, one shudders to think what lies ahead.”

Pittsburgh bishop: contraception mandate tells Catholics ‘To hell with you!’

.- The new federal contraception mandate is “like a slap in the face” that says “To Hell with you!” to Catholics and religious freedom, Bishop David A. Zubik of Pittsburgh said.

“This is government by fiat that attacks the rights of everyone – not only Catholics; not only people of all religion. At no other time in memory or history has there been such a governmental intrusion on freedom not only with regard to religion, but even across-the-board with all citizens,” Bishop Zubik wrote in the Jan. 27 edition of the Pittsburgh Catholic.

“Kathleen Sebelius (Health and Human Services Secretary) and through her, the Obama administration, have said ‘To Hell with You’ to the Catholic faithful of the United States,” he charged, adding that the administration has damned Catholics’ religious beliefs, religious liberty and freedom of conscience.

The new rules from the Department of Health and Human Services mandate insurance coverage for “preventive services,” a category which the department ruled covers sterilization and contraception, including an abortifacient drug.

Catholic teaching recognizes the use of these procedures and drugs as sinful, but the mandate’s religious exemption is narrow and will not “practically speaking” apply to many Catholic health systems, educational institutions, charities and other organization, the bishop said. It will apply in “virtually every instance where the Catholic Church serves as an employer.”

Bishop Zubik said the mandate treats pregnancy as a disease and “forces every employer to subsidize an ideology or pay a penalty while searching for alternatives to health care coverage.” It also undermines health care reform by “inextricably linking it to the zealotry of pro-abortion bureaucrats.”

He said the mandate tells Catholics “not only to violate our beliefs, but to pay directly for that violation” as well as to “subsidize the imposition of a contraceptive and abortion culture on every person in the United States.”

The bishop asked Catholics to write to President Obama, Secretary Sebelius, their senators and members of Congress.

“This mandate can be changed by Congressional pressure. The only way that action will happen is if you and I take action,” Bishop Zubik said.

“Let them know that you and I will not allow ourselves to be pushed around (or worse yet) be dismissed because of our Catholic faith.”

Unless the rules are changed, they will go into effect in one year.

quinta-feira, 26 de janeiro de 2012

Perché ogni bimbo esige un papà e una mamma - di R.Iafrate e G. Tamanza

In La Bussola Quotidiana

Per gentile concessione, dall'ultimo numero in uscita di «Vita e Pensiero», bimestrale culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pubblichiamo questa riflessione firmata dagli psicologi Raffaella Iafrate e Giancarlo Tamanza.

Perché oggi parlare di madri e padri rappresenta un argomento sfidante? L’essere genitori parrebbe di primo acchito una delle esperienze esistenziali più note e condivise, una sorta di “universale” indiscusso e indiscutibile dell’umano. Eppure, attualmente, in un clima di individualismo e di relativismo, anche tale tema è ampiamente messo in questione.

L’incremento dell’instabilità coniugale con la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono in discussione l’affermazione da sempre condivisa secondo la quale «un bambino per crescere ha bisogno di un papà e di una mamma». Potremmo riassumere la sfida a cui maternità e paternità sono attualmente sottoposti in un paio di domande che paiono serpeggiare nel dibattito culturale odierno. Perché due genitori? E perché diversi?

In prima battuta sarebbe già possibile rispondere a queste domande semplicemente osservando, dal punto di vista fenomenologico, come tutta la letteratura psicologica metta da sempre in evidenza il ruolo differenziale delle due figure genitoriali, mostrando come madri e padri giochino ruoli e funzioni diversi e complementari nell’educazione dei figli e nella trasmissione di competenze e valori. Se è vero – come è vero – che, per crescere, un individuo ha bisogno di fare esperienza della differenza, ossia di essere in grado di mettersi in rapporto, confrontarsi e imparare dall’altro, la non omologabilità delle funzioni del maschile e del femminile appare decisiva. Molte ricerche di psicologia dimostrano come, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un “codice affettivo materno”, improntato alla cura, alla protezione e all’accoglienza incondizionata e di un “codice etico paterno”, espresso dalla responsabilità, dalla norma, dalla spinta emancipativa, siano fondamentali per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale. In particolare, è stata da sempre ampiamente sottolineata l’importanza di instaurare un buon legame di attaccamento con la madre, così come, soprattutto negli studi più recenti, è stata enfatizzata la centralità della funzione paterna man mano che il figlio cresce, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali.

Numerosi studi, inoltre, hanno mostrato in più occasioni come, in situazioni familiari peculiari caratterizzate dall’assenza di un genitore, o dalla carenza di una delle due funzioni genitoriali (specie con l’impallidimento della figura paterna, tipico del nostro contesto fondamentalmente “matrifocale”) si possano riscontrare non poche difficoltà, anche a lungo termine, per i figli. Eppure, qualcuno potrebbe obiettare, è possibile crescere senza un genitore: l’esperienza positiva di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, testimonia che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza, i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre. La funzione “differenziante” può essere assunta anche da altre figure di riferimento, nonni, amici, reti di sostegno esterne, così come l’esercizio delle funzioni educative può essere condiviso con altri che non siano l’altro genitore. Le funzioni materna e paterna sono inoltre per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (per esempio aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove il rifiuto dei modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne (si parla a tal proposito di new nurturant fathers).


LA CENTRALITA' DELL'ORIGINE

La questione va dunque posta a un altro livello. Il tema della “necessità” per l’umano di un paterno e di un materno, o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”, implica uno spostamento di attenzione dal piano materiale-fenomenologico a un piano simbolico-antropologico e soprattutto impone un capovolgimento della prospettiva dal punto di vista dei genitori a quello del figlio.

Se c’è un dato indiscutibile, su cui non si può obiettare, è che per nascere “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”. Le differenze di genere e di generazione sono inscritte nella procreazione e sono metafora della vita psichica: è importante dunque partire non dalla coppia, ma dal figlio. Il figlio è sempre generato da due, e da due “diversi”, da un maschile e da un femminile, da due stirpi familiari, da due storie intergenerazionali e sociali. La differenza (di genere, di stirpe, di storia) non solo consente la procreazione, ma permette anche che nel tempo il figlio diventi a propria volta generativo da più punti di vista. L’incontro con l’altro da sé evidenzia il limite (tu sei quello che io non sono) e al tempo stesso la potenzialità dell’umano (solo insieme a te posso andare oltre me stesso), quindi aiuta a riconoscere ciò che si è e l’obiettivo per cui si è nati. Centrali diventano dunque i temi dell’origine, dell’identità e della generatività. Il figlio, per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato e che consentirà di inserirsi in una storia intergenerazionale e sociale, che lo renderà a propria volta generativo a livello biologico, psicologico e simbolico-culturale, ossia gli permetterà di realizzare pienamente se stesso e la sua umanità.

Senza un’origine non c’è identità. Alla domanda «chi sono io?» non riusciamo a rispondere esaurientemente senza far riferimento alla nostra origine. Solo il semplice fatto di pronunciare il nostro nome e cognome ci fa risalire a chi il nome l’ha scelto per noi e ci ha inserito in un’appartenenza familiare. Ripartendo dal tema dell’origine, si capisce così che questo processo non può che riguardare sia una madre sia un padre. Se il parto è affidato interamente alle donne (per questo mater semper certa est), la nascita è rappresentata dal riconoscimento del padre, dalla nominazione (in nomine patris), dall’ingresso del nuovo nato nella famiglia come persona unica e irripetibile proprio perche “distinta”, “separata” e per questo “nominata”. Françoise Dolto afferma che è il padre a infondere a un atto biologico come la nascita un carattere propriamente “umano”; attraverso l’adozione simbolica del nuovo nato, il padre riconosce e umanizza la nuova vita nascente.

La donna, dunque, mette al mondo, ma non genera da sola. Perché il processo della nascita sia compiuto occorre spostarsi da un piano puramente biologico a uno simbolico-sociale che il riconoscimento paterno e l’assegnazione del “nome del padre” consente di introdurre. È la madre che ospita la funzione paterna e ne consente l’esercizio. È fondamentale che nella relazione madre-figlio/a ci sia il riferimento a un terzo, il padre appunto. È il padre che istituisce la differenza/ differenziazione dall’originaria simbiosi con la madre (come ha sempre affermato la psicoanalisi) e, nominandolo, “taglia”, “separa” “de-finisce” il figlio sottraendolo dallo stato di onnipotenza e introducendo il senso del limite e contemporaneamente il senso e la direzione della sua crescita, favorendo così la sua piena umanizzazione.


PROVOCAZIONI DELLA CULTURA CONTEMPORANEA

In questa prospettiva concettuale e considerando le dimensioni essenziali della paternità e della maternità, la sfida e gli interrogativi che la società e la cultura contemporanea pongono alla genitorialità assumono un aspetto più radicale e complesso. A ben vedere, infatti, la messa in questione del senso della genitorialità non riguarda soltanto le nuove forme di vita familiare. Queste ultime rappresentano piuttosto la condizione empirico-fenomenologica che rende esplicito il tema, ma l’interrogativo circa la necessità per un figlio di accedere e di trattare mentalmente il rapporto con le proprie origini riguarda allo stesso modo le situazioni familiari più comuni o tradizionali. E anche all’interno di queste situazioni familiari ordinarie, dove cioè un figlio sperimenta in modo del tutto aproblematico la presenza di un padre e di una madre, diventa necessario riflettere su quanto le forme contemporanee della paternità e della maternità possano essere sfidate circa la loro funzione essenziale e messe alla prova dai modelli socioculturali emergenti.

La riflessione e le ricerche sociologiche e psicosociali hanno da tempo, a questo proposito, messo in evidenza alcuni caratteri tipici della genitorialità contemporanea. Essi si inscrivono in un più complessivo e generalizzato processo di trasformazione sociale e culturale che ha prodotto un significativo cambiamento del modo stesso con cui sembra strutturarsi la mente e l’identità personale, segnata da un’accresciuta e ormai prevalente centratura sulla ricerca dell’affermazione individualistica del Sé e sulla prevalenza di istanze narcisistiche che inducono a una ricerca immediata e superficiale della soddisfazione personale. Tale assetto ha, ovviamente, delle ripercussioni sulle forme della genitorialità, principalmente in due sensi.

In primo luogo, e questo è un cambiamento assai rilevante, l’accesso alla genitorialità risulta essere percepito come l’esito di uno specifico e deliberato atto di volontà, contrassegnato da tratti di intensa idealizzazione e da elevatissime aspettative di conferma del proprio valore personale, tanto da rendere poco tollerabile e riconoscibile l’irriducibile scarto che l’unicità della realtà personale del figlio porta con sé. Nell’esperienza genitoriale appare, in altre parole, sempre più diffuso il bisogno che il figlio sia conforme non solo all’immagine del “figlio desiderato”, ma che esso sostenga e confermi il senso che il diventare genitori assume nell’economia psichica del padre e della madre. Da qui, del resto, deriva la crescente legittimazione del “diritto alla genitorialità”, inteso non più come possibilità o disponibilità dell’adulto ad accogliere un figlio, ma come opzione del tutto incondizionata e soggetta unicamente alla libera scelta dell’adulto. Tale assetto psichico e culturale che, a prima vista, sembrerebbe produrre un rafforzamento della posizione del genitore rispetto al figlio, comporta in realtà anche un suo indebolimento, nel senso che amplifica gli aspetti di dipendenza del genitore nei confronti del figlio e riduce la sua capacità di porsi come guida autorevole, capace di tollerare le inevitabili frustrazioni e i conflitti che l’emergere dell’autentica e originaria realtà del figlio produce.

Un secondo carattere dei processi più complessivi di trasformazione sociale e culturale che pare essere strettamente connesso alle forme contemporanee della genitorialità riguarda la difficoltà a riconoscere e tener conto del rilievo, tutt’affatto che semplice e lineare, ma piuttosto contrastato se non addirittura contraddittorio, che gli elementi di legame (e di vincolo) assumono nel determinare l’identità personale. Essi sono assai ricercati nella loro valenza funzionale e strumentale, sia sul piano interpersonale, sia sul piano sociale, ma assai meno riconosciuti nella loro valenza di significazione e di vincolo, poiché ciò è avvertito come un ostacolo o un limite all’affermazione delle proprie istanze individuali. In tal modo, però, si rischia di misconoscere l’essenza stessa della realtà genitoriale, che al contrario non può essere che strutturalmente relazionale, cioè fatta – come allude la sua etimologia – di vincolo (re-ligo) e di senso (re-fero). A questo proposito anche il pensiero psicologico, nonostante da molto tempo siano disponibili evidenze empiriche più che ragionevoli, contribuisce in molti casi a legittimare e rafforzare una visione sostanzialmente riduzionistica della realtà genitoriale, laddove continua ad attribuire un rilievo pressoché esclusivo al determinismo intrapsichico o, al più, al “modellamento” determinatosi nell’originaria interazione diadica con le figure di attaccamento.

Al contrario, il fondamento dell’identità personale, a partire dal suo substrato genetico-biologico, non può che essere ricondotto a una struttura triadico-relazionale che, a sua volta, si inscrive in una più ampia concatenazione transgenerazionale. La genitorialità, in altre parole, non può che dispiegarsi in un “gioco a tre” e il fondamento dell’identità del figlio, in quanto figlio, non può che risolversi in un’unica e specifica collocazione spazio-temporale, cioè in un posto specifico all’interno della storia e della geografia familiare. E non si tratta, ovviamente, di una questione puramente materiale, ma prima di tutto mentale, dal momento che ogni posizione all’interno del “corpo familiare” è unica e raccoglie l’insieme dei significati, delle aspettative e dei desideri che, anche inconsapevolmente, si trasmettono e depositano attraverso le generazioni. Potersi misurare mentalmente con due genitori, nella loro essenziale unicità, e soprattutto potersi identificare e riconoscere nel legame, come elemento “terzo”, eccedente gli individui, è una condizione necessaria per parametrarsi in modo congruo e realistico con le proprie coordinate di origine o, detto diversamente, per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità.

A fronte di una cultura spesso spaventata dai limiti e dalla differenza – se non addirittura violenta – nei confronti di essi, avversa ai legami, centrata su valori individualistici e poco interessata a dare senso e a indicare obiettivi alle esperienze di vita delle persone, la famiglia, con le sue categorie di paternità, maternità, filiazione, propone dunque la sua sfida presentandosi – come affermano Eugenia Scabini e Vittorio Cigoli nei loro numerosi scritti sull’approccio relazionale simbolico – come il luogo per eccellenza dell’incontro-relazione tra le differenze fondative dell’umano (quelle tra genere, generazione e stirpi) e dunque orientato a un fine generativo, com’è propria dell’incontro tra differenze, sia sul piano biologico, sia su quello culturale.

Per questo la necessità di riconoscersi in un padre e in una madre è un’istanza originaria dell’umano e, al di là della presenza/assenza fisica delle due figure, il diritto inalienabile di chi è figlio, ciò che non può essere censurato e che pretende di essere rispettato è l’accessibilità almeno simbolica alla propria origine, il potersi riconoscere in un’appartenenza che da sempre e per sempre lo definirà come persona pienamente umana.