terça-feira, 10 de abril de 2012

Don Divo Barsotti di fronte al Concilio Vaticano II


(di Cristina Siccardi su Messa in Latino del 05-04-2012) Nel fervido e provvidenziale dibattito in corso sul Concilio Vaticano II giunge a proposito la bella e chiara biografia scritta da padre Serafino Tognetti, Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre (San Paolo, pp. 405, € 29.00), utile strumento per comprendere da vicino la figura di un monaco che ha vissuto intensamente le aspettative e le cocenti delusioni di un evento che ha rivoluzionato l’operatività della Chiesa in maniera così profonda da alterare la trasmissione della Fede.

Quando venne annunciata l’apertura del Concilio Vaticano II (25 gennaio 1959), furono in molti a riporre grandi speranze nell’evento e fra questi il monaco don Divo Barsotti (1914-2006). Prima del Concilio stesso don Divo ebbe più volte modo di manifestare una certa insofferenza nei confronti di alcuni metodi della Chiesa, che considerava chiusi e rigidi.

Scrive padre Tognetti: «Il momento dell’apertura del Concilio ci rivela un duplice atteggiamento da parte di don Barsotti. Da una parte egli presentava l’evento conciliare ormai imminente come “un’occasione, forse la più grande che Dio abbia concesso all’umanità di oggi, per essere salvata”; dall’altra parte il Concilio potrebbe però rivelarsi “un’occasione per cui questa umanità, invece di essere salvata, potrebbe precipitare nel buio, nella tenebra, non dico in un’apostasia dichiarata, ma in uno scetticismo, in una tensione, in una disperazione che non potrebbe essere più lenita da una speranza che le venga da Cristo, che le venga dalla Chiesa, che è del Cristo la continuatrice, anzi la stessa presenza”. Questo timore di don Divo era motivato dalla percezione di un pericolo che egli scorse nascosto sotto i facili entusiasmi di molti: “Il pericolo di un Concilio che lascia le cose come le trova, anzi le peggiora. Perché ogni grazia di Dio è per sé ambigua: se l’anima non la riceve e non la fa fruttificare, quella grazia si trasforma per te in un motivo maggiore di condanna, di rovina e di morte”» (1).

Barsotti seguì con attenzione, apprensione e soprattutto con la preghiera lo svolgimento dei lavori conciliari. Condusse la Comunità dei Figli di Dio, da lui fondata nel 1947, a meditare i diversi documenti prodotti durante l’Assise. Una delle tematiche che maggiormente lo interessò e lo preoccupò fu quella relativa alla riforma liturgica:
«Il primo errore che dobbiamo evitare è pensare che la riforma liturgica abbia un carattere essenzialmente e primariamente pastorale. Oltre tutto, questo non potrebbe mai essere nella Liturgia. Ha anche un carattere pastorale, indubbiamente, ma prima ancora è preghiera. La prima cosa che si impone per me, se io voglio essere ministro della preghiera liturgica, è che io preghi e faccia pregare gli altri. […]. La preghiera liturgica dunque ci forma alla preghiera e forma il popolo alla preghiera soltanto in quanto fa pregare; se non facesse pregare, non formerebbe né alla Liturgia né alla preghiera. Ed ecco una cosa importante allora che dobbiamo evitare, che cioè queste riforme siano fatte come una “prima di teatro”, come uno spettacolo» (2).

Non passò molto tempo che gli auspici di una benefica rivitalità della Chiesa, promessa dal Concilio, si trasformò, invece, in un’acuta e dolorosa amarezza. Il monaco nato a Palaia (Pisa), ordinato sacerdote nel duomo di San Miniato il 18 luglio 1937, sentì in tutte le sue fibre la drammaticità della crisi della Chiesa sorta negli anni postconciliari. Percepì da vicino e con sgomento il clima di banalizzazione in cui era stato inserito l’annuncio cristiano, un clima che perdeva sempre più la dimensione soprannaturale per acquisire una comune prassi ecclesiale dai lineamenti sempre più umani e sociali. Il mondo era entrato nella Chiesa con le sue idee fuorvianti ed era quello il tempo della rivoluzione culturale del Sessantotto con le sue stravaganze e bizzarrie “di moda”, che voleva «mandare al macero le tradizioni» (3).

La presa di coscienza di ciò che era accaduto e stava accadendo, l’osservare le ferite che venivano inferte con prepotenza alla Chiesa, il verificare la secolarizzazione che, a valanga, investiva gli ambienti cattolici, il prendere atto che lo storicismo e l’antropocentrismo s’impossessavano della figura divina di Cristo e delle Sacre Scritture, travagliarono inesorabilmente i giorni di don Divo Barsotti, che si interrogò sul ruolo che lui doveva assumere… Continuò a favorire, all’interno della sua Comunità, una formazione solida e robusta per non cadere nella trappola del vago senso religioso, infatti: «Bisogna che agisca in tutta la Chiesa senza muovermi dal mio centro. Non debbono essere parole. È necessario che concretamente io partecipi a tutta la vita del mondo senza rifiutarmi, senza escludermi da alcuna attività: che io viva tutta la vita, culturale e religiosa, riformatrice e missionaria – eppure rimanga fisso in Dio» (4).

L’atteggiamento di don Divo di fronte al Concilio Vaticano II si sviluppa in tre fasi: le aspettative (prima), l’ascolto di ciò che veniva prodotto (durante), la valutazione dei frutti (dopo).  Risulta di grande importanza, dunque, conoscere il dipanarsi delle sue riflessioni maturate nel corso del tempo e che sono ben evidenziate ed esaminate nei suoi Diari e che padre Tognetti ha studiato in profondità.

Don Divo non è un “sospettabile” che odora di tradizionalismo, è un sacerdote che non può essere accusato di “pregiudizi” e preconcetti; egli è un monaco che elaborò e ruminò ipotesi, idee, applicazioni del Concilio Vaticano II, giungendo alle conclusioni che oggi in molti, ormai, vanno ragionando. Ed ecco che i teologi furono da lui considerati i grandi responsabili di ciò che era avvenuto nella Chiesa, nei Seminari, nelle facoltà universitarie:
«[…] le parole non generano più che nuove parole […]. Il Concilio di Trento ha nutrito la teologia per quattro secoli; del Vaticano II i teologi sembrano già stanchi dopo pochi anni dalla fine» (5).

Padre Tognetti, che ha vissuto a fianco di don Divo fin dalla giovinezza, potendo oggi testimoniare con vivezza un’esistenza imbevuta alla fonte del silenzio immerso nel trascendente, analizza come l’atteggiamento del fondatore della Comunità dei Figli di Dio si sia andato depurando sempre più da ogni semplicistico ottimismo  e, di contro, si sia fatto sempre più critico nei confronti dei cambiamenti introdotti nella Chiesa dal Concilio del XX secolo. Il suo fu un vero e proprio travaglio, sia intellettuale che spirituale. E proprio perché immenso fu il suo amore per la Chiesa più accesa e più detonante fu la sua angoscia.

Nelle pagine del Diario del 1967, quando erano trascorsi appena due anni dalla chiusura dell’Assise, egli esternò la sua critica sui documenti conciliari, che gli «sembrano attestare una sicurezza tutta umana più che una fermezza di fede» (6) e reagì con forza «contro la facile ubriacatura dei teologi acclamati al Concilio. Si trasferisce all’avvenimento la propria vittoria personale, un’orgogliosa soddisfazione che non ha nulla di evangelico» (7).

Molti teologi, infatti, si sentirono capicannonieri e l’eco della loro esultanza fu raccolta dall’editoria come dalla pubblicistica in genere, dalle facoltà teologiche come dai simposi. Don Divo, invece, come altri messi a tacere o isolati in un angolo, perché non portassero “scandalo” e non disturbassero la rivoluzione in corso, andava allarmandosi sempre più, non riconoscendo nella nuova impronta ecclesiale gli insegnamenti della Chiesa di sempre.

Si dimostrò infastidito dalla continua esaltazione del Concilio, una manifestazione che gli pareva essere frutto di «cattiva coscienza» (8) da parte di chi lo difendeva ad oltranza, ma: «Se è opera di Dio, non ha bisogno di essere difeso» (9). Era una volontà prepotente di chi rinfacciava alla Curia romana la propria vittoria e intanto per Barsotti – che guidò, su richiesta esplicita di Paolo VI,  gli esercizi spirituali alla stessa Curia, nella settimana dopo il mercoledì delle Ceneri del 1970 – l’Assise «forse perché ha voluto dir troppo, non ha detto molto»  (10).

Denunciò la precisa volontà dei Padri conciliari e dei Vescovi del postconcilio di non condannare l’errore, con la pretesa di rinnovare la Chiesa «quasi che il “loro” Concilio potesse essere il nuovo fondamento di tutto» (11). Parole che fanno rabbrividire, ma che testimoniano inequivocabilmente che davvero successe qualcosa di grave fra il 1962 e il 1965: far finta di niente equivarrebbe a non voler risolvere l’evidente crisi della Chiesa e della Fede ad essa correlata.

Barsotti, del quale l’autore della biografia ripercorre con acume tutti i passi della sua ricca esistenza, non rimase in silenzio, osservava e parlava, giungendo ad affermare cose che la Tradizione continua a ribadire, ovvero che nel Vaticano II «non sono stati impediti gli equivoci, l’ambiguità e soprattutto non è stata impedita la presunzione, non l’ambizione e il risentimento, non la superficialità e la volontà di un rinnovamento che voleva essere uno scardinamento, sradicamento della tradizione dogmatica, una diminuzione della tradizione spirituale» (12).

Non acquisì posizioni di rottura nei confronti del Magistero, ma esplicita e manifesta era la sua criticità e la sua grande sofferenza che riusciva a sublimare nella contemplazione e nel ritiro di una vita monastica assorta in Dio, nella insistente ricerca delle virtù della perfezione cristiana. Ed ecco l’inseguimento della santità, amata e desiderata: senza la santità, per questo monaco tuffato nello Spirito, che meditava scrivendo e scrivendo meditava, la religiosità “moderna” era fatta soltanto di parole vuote e vane, come chiaramente espresse nella sua opera Battesimo di fuoco: «Sono perplesso nei riguardi del Concilio medesimo: la pletora di documenti, la loro lunghezza, spesso il loro linguaggio, mi fanno paura. […] Ma soprattutto mi indigna il comportamento dei teologi. Crederò loro quando li vedrò veramente bruciati, consumati dallo zelo per la salvezza del mondo. […] Tutto il resto è retorica. Soltanto la santità salva la Chiesa. E i santi dove sono?» (13).
 
Cristina Siccardi
 
NOTE
(1) S. Tognetti, Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre, San Paolo, Milano 2012, pp. 221-222.
(2) Ivi, p. 223.
(3) Ivi, p. 224.
(4) Ibidem.
(5) Ivi, p. 225
(6) Ivi, p. 226
(7) Ibidem.
(8) Ivi, p. 228.
(9) Ibidem.
(10) Ivi, p. 226.
(11) Ivi, p. 227.
(12) Ibidem.
(13) Ivi, p. 228.

Cardinal Dolan decries HHS mandate, weighs JFK church-state speech

In CWN

Appearing on the television show “Face the Nation” on Easter Sunday, Cardinal Timothy Dolan decried the Obama administration’s contraceptive mandate.
“We didn't ask for the fight but we're not going to back away from it,” Cardinal Dolan said. He added:
What I'd say is this: Yeah, I don't think religion should be too involved in politics but I also don't think the government and politics should be overly involved in the Church, and that's our problem here. You've got a dramatic, radical intrusion of a government bureaucracy into the internal life of the Church that bothers me. So hear me say, hey, I'd like to back away from this, I got other things to worry about and bigger fish to fry than this. Our problem is the government is intruding into the--into the life of faith and in--in the Church that they shouldn't be doing. That's--that's our--our read on this.
The prelate also defended what he saw as the main thrust of John F. Kennedy’s famed 1960 speech to the Greater Houston Ministerial Alliance, in which the presidential candidate said, “I believe in an America where the separation of church and state is absolute; where no Catholic prelate would tell the President, should he be Catholic, how to act, and no Protestant minister would tell his parishioners for whom to vote.”
At the same time, Cardinal Dolan explained why he sympathized with Senator Rick Santorum’s criticism of the Kennedy speech. (Santorum, referring to the speech, said, “I almost threw up … In my opinion it was the beginning of the secular movement of politicians to separate their faith from the public square. And he threw faith under the bus in that speech.”)
Cardinal Dolan said:
I would cheer what John Kennedy said, he was right, and I would--I would find myself among those applauding that speech. That having been said, I would also say that Senator Santorum had a good point because, unfortunately, what John Kennedy said in September of 1960 to the Baptist Ministerial Alliance in Texas has been misinterpreted to mean that a separation of church and state also means a cleavage a wall between one's faith and one's political decisions, between one's--one's moral focus and between one-- the way one might act in the political sphere. I don't think John Kennedy meant that and as you know recent scholarship has shown that John Kennedy was very inspired by vision, by character, by virtue, let's call that faith, let's call that morals. So I don't think John Kennedy meant a cleavage between faith and politics. He did mean a wall between state and church, and I would applaud that one, but I would agree with Senator Santorum that unfortunately that has been misrepresented to mean that faith has no place in the public square. That, I would, with Senator Santorum say is a misinterpretation not only what Senator Kennedy meant but with what the American genius is all about.
Asked, “What is your greatest challenge now as a Catholic leader?” Cardinal Dolan replied:
Well, the greatest challenge is to--is to--in a way, it is the same as it was that first Easter Sunday morning, to try to show that God, religion, the Church is on the side of life and light and freedom and hope. That is what--that is the biggest challenge, that life-giving, liberating, ennobling, uplifting message of--of the Bible, of morality, of the Church, of Jesus, that's--that's our challenge, Bob, and in a world--I mean you are on the frontlines, you got to report bad news all the time, most of the time we want to cry when we see the news, because there is so much darkness and tragedy and sadness, so the greatest challenge I got is try to preach the good news and try to show that the light and life and promise of the Gospel always trumps the bad news that we hear all the time. There is a great religious challenge.

Familias apoyan a Obispo español que criticó estilo de vida gay

MADRID, 10 Abr. 12 / 12:05 am (ACI/EWTN Noticias).- El Congreso Mundial de Familias expresó su apoyo al Obispo de Alcalá de Henares (España), Mons. Juan Antonio Reig Plà, a quien han convertido en su blanco de ataques por cuestionar el estilo de vida homosexual, durante su homilía de la Misa de Viernes Santo.

En un comunicado, los organizadores del evento internacional, que se realizará a finales de mayo en Madrid (España), remarcaron que "no se puede eliminar la libertad de expresión de Mons. Reig como pretenden sectores radicales".

El Obispo de Alcalá de Henares criticó el Viernes Santo a quienes "piensan ya desde niño que tienen atracción hacia las personas de su mismo sexo y, a veces, para comprobarlo se corrompen y se prostituyen o van a clubes de hombres nocturnos. Os aseguro que encuentran el infierno".

Estas palabras motivaron la ira de los grupos contrarios a la familia, el colectivo gay y el Partido Socialista Obrero Español (PSOE), que se organizaron un evento cristianófobo de besos entre homosexuales en los exteriores de la Catedral de La Almudena en Madrid, así como ataques en diversos medios de prensa.

El Congreso Mundial de Familias remarcó que el Prelado "está en su perfecto derecho a expresar sus convicciones, por lo que los ataques llenos de insultos que ha recibido están fuera de todo sentido democrático y nada tienen que ver con un intercambio civilizado de pareceres".

"Para el Congreso Mundial de Familias es un orgullo contar con la presencia de monseñor Reig, pues su defensa de la familia natural siempre ha sido ejemplar", señalaron los organizadores del evento.

Sin embargo, en lo que algunos medios han visto como una forma de "desmarcarse" de lo dicho por Mons. Reig Plà, el Arzobispo de Barcelona, Cardenal Lluís Martínez Sistach, dijo que los homosexuales "son personas como las otras y merecen toda la dignidad y el respeto", evitando además emitir algún juicio de valor sobre el estilo de vida homosexual.

Por su parte, la plataforma ciudadana HazteOír ha organizado una recolección de firmas bajo el lema "Mons. Reig Plà sí me representa".

"El Obispo de Alcalá de Henares, Monseñor Reig Plà, está siendo atacado por haberse atrevido a hablar del pecado en la homilía del pasado Viernes Santo", señalan.

Los organizadores de la recolección de firmas indicaron que "Mons. Reig Plà habló de los pecados de nuestro tiempo, entre los que citó el adulterio, el aborto, los pecados de abuso que pueden cometer empresarios y trabajadores en sus relaciones laborales, el pecado de las drogas, del alcohol, los pecados de los sacerdotes que llevan una doble vida. Y mencionó también algunas conductas homosexuales pecaminosas".

Para firmar el mensaje de apoyo al Obispo de Alcalá de Henares puede ingresar aquí: http://www.hazteoir.org/node/45199 

Catholics urged to imitate St. Thomas More in contraception battle

.- Catholics should follow the example of St. Thomas More in their current conflict with the Obama administration, said Fr. Paul D. Scalia, son of Supreme Court Justice Antonin Scalia.

More's faithful witness and willingness to sacrifice his life rather than violate his conscience “are instructive for us in this present crisis,” said Fr. Scalia, who serves as pastor of St. John the Beloved Parish in McLean, Va.

In an April 4 article for the Catholic Herald, the diocesan newspaper of Arlington, Fr. Scalia reflected on the life of St. Thomas More, the well-known 16th-century lawyer, author and martyr who served as the chancellor of England under King Henry VIII.

He observed that More was faced with a moral dilemma when the Catholic Church would not allow King Henry to divorce his wife, and the king responded by simply redefining the Church.
More could not support the king’s decision in good conscience and therefore resigned from public life. He did not voice his opposition to the king, but merely attempted to live as a private citizen in silence.

“But King Henry’s rebellion against the Church inevitably trampled on the conscience of individuals as well,” said Fr. Scalia, explaining that even though he had resigned from his position, More was commanded to take an oath affirming the king’s divorce.
When he refused to violate his conscience by taking the oath, he was imprisoned and then beheaded.

The years that followed were filled with persecution of Catholics, who were fined and imprisoned for their religious beliefs.
Fr. Scalia compared More’s struggle with the king to that of Catholics against a new U.S. mandate that will require private health insurance plans to cover contraception, sterilization and abortion-inducing drugs, regardless of whether those providing the plans object to such coverage.
He said that the similarities between King Henry’s decree and the contraception mandate issued by the U.S. Department of Health and Human Services “are striking and instructive.”

Just as King Henry redefined the Church in England, the Obama administration “seeks to do likewise in the United States” with its recent mandate, he said.
The administration and some Congressmen have even “lectured the bishops about what the Church should do or think.” In doing so, he explained, they have violated the Church’s right to self-governance of internal affairs.

Fr. Scalia also noted that just as King Henry’s actions affected both the Church as an institution and private individuals such as More, the contraception mandate threatens not only the rights of Church organizations but those of individual Catholic citizens, who will also be penalized if they do not obey the mandate.

Fr. Scalia advised that if history is repeating itself in the current persecution of the Church, the faithful must “deliberately choose to imitate” St. Thomas More’s witness. 

Catholic should reflect More’s “integrity and holiness of life,” he said, observing that the saint’s silence on the issue of the king’s divorce spoke volumes because he was known to be a man of integrity.

Although we currently “do not have the luxury of remaining silent,” we must still follow in More’s path of integrity, uniting our words and actions to present the truths of our faith, he said.

Fr. Scalia emphasized that Catholics should imitate More’s joy, which he maintained even in the midst of oppression. This joy may not always be externally visible, but should remain steadfast inside of us, because we know “that no suffering or persecution in this world can separate us from the love of Christ.”

Catholics should also imitate More’s patriotism, said Fr. Scalia, recalling More’s famous statement before his death, “I die the king’s good servant, but God’s first.”

In the same way, he said, we will be good Americans by defending the First Amendment’s promises and “being devout Catholics first.”

segunda-feira, 9 de abril de 2012

Pilatos, el demócrata - por Juan Manuel de Prada

In XLSemanal  

En la condena del justo hay siempre algo que nos estremece, porque todos tenemos muy arraigada, casi podríamos decir que inscrita en los genes (aunque muchos traten de oscurecerla), una noción natural de la justicia; y si la conculcación de la justicia es siempre aborrecible, cuando sirve para condenar al inocente resulta aberrante. A quienes estudian leyes se les debería proponer el análisis del proceso a Jesús, en el que la injusticia adquiere una densidad rabiosa, pululante de irregularidades que lo convierten en una monstruosidad jurídica: el Sanedrín se reunió en el tiempo pascual, cosa que le estaba vedada; los testimonios contra Jesús fueron falsos y contradictorios; no hubo testigos de descargo, ni se permitió que el reo dispusiera de defensor; la sentencia del Sanedrín no fue precedida de la preceptiva votación; se celebraron dos sesiones en el mismo día, sin la interrupción legal establecida entre la audición y la sentencia; el sentenciado fue después enviado a la autoridad romana, que el Sanedrín no reconocía como legítima y que, además (como el propio Pilatos observa), no tenía jurisdicción sobre delitos religiosos; el delito de conspiración contra el César, que los miembros del Sanedrín promovieron después, no estaba penado con la crucifixión, a menos que hubiese mediado sedición armada, cosa que manifiestamente no hizo Jesús; y, en fin, dejando aparte otras irregularidades, el procurador romano lo mandó a la muerte sin pronunciar la sentencia oficial, cosa que un juez no puede hacer, pues es tanto como abdicar de su oficio.

Son solo algunas de las irregularidades que pueblan este proceso; y cualquiera de ellas bastaría para que se considerase nulo. Pero quizá lo que más nos conturba de este proceso oprobioso no sea la actitud furibunda o fanática de los miembros del Sanedrín, sino la cobarde y frívola del procurador Poncio Pilatos, que tras reconocer públicamente la inocencia del acusado («No encuentro culpa en él») lo manda sin embargo a la muerte, entregándolo para que lo crucifiquen, por miedo a la chusma. Analizando este pasaje evangélico, Hans Kelsen, el célebre teórico del Derecho y pope del positivismo jurídico, concluye que Pilatos se comporta como un perfecto demócrata, al menos en dos ocasiones. La primera, cuando en el interrogatorio primero que hace a Jesús, este le responde: «Todo el que es de la verdad escucha mi voz»; a lo que Pilatos replica con otra pregunta: «¿Qué es la verdad?». Para Kelsen, un demócrata debe guiarse por un necesario escepticismo; las indagaciones filosóficas o morales en torno a la verdad deben resultarle, pues, por completo ajenas. La segunda ocasión en la que Pilatos, a juicio de Kelsen, se comporta como un perfecto demócrata es cuando, ante la supuesta imposibilidad de determinar cuál es la verdad, se dirige a la multitud congregada ante el pretorio y le pregunta: «¿Qué he de hacer con Jesús?». A lo que la multitud responde, sedienta de sangre: «¡Crucifícalo! ¡Crucifícalo!». Pilatos resuelve el proceso de forma plebiscitaria; y puesto que la mayoría determina que lo que debe hacerse con Jesús es crucificarlo, Pilatos acata ese parecer.

La exposición de Kelsen puede parecernos brutal, pero nadie podrá negar que, en efecto, Pilatos es un modelo de político demócrata: escéptico hasta la médula, considera inútil tratar de determinar cuál es la verdad; y, en consecuencia, somete a votación popular el destino de Jesús. Y esta es la encrucijada en la que se debaten las democracias: renunciando a emitir un juicio ético objetivo (renunciando, en definitiva, a establecer la verdad de las cosas), el criterio de la mayoría se erige en norma; y, de este modo, la norma ya nunca más obedecerá a la justicia, sino a las preferencias caprichosas o interesadas de dicha mayoría. Es una solución relativista que está gangrenando las democracias; y que, de no corregirse, acabará destruyéndolas desde dentro, que por lo demás es como han sucumbido siempre todas las organizaciones humanas que no han preservado un núcleo de nociones morales netas; y en las que, inevitablemente, el justo acaba siendo perseguido y condenado, como un criminal cualquiera, para regocijo de los auténticos criminales.

Pero Kelsen tenía razón: Pilatos es un perfecto demócrata; por lo que las democracias relativistas deberían alzarle monumentos en los parques públicos e instituir fiestas –con lavatorio de manos incluido– que celebren su memoria.

domingo, 8 de abril de 2012

Gran Obispo: La valentía de Reig Pla al denunciar el engaño y la injusticia del pecado desata la ira laicista


Grupos laicistas y colectivos LGTB (Lesbianas, Gays, Transexuales y Bisexuales), como Colegas -que le ha acusado de "incitación al odio y apología de la discriminación"- han lanzado una campaña contra el obispo de Alcalá de Henares, Juan Antonio Reig Plà, por las palabras que pronunció durante los oficios del Viernes Santo.

La celebración, que tuvo lugar en la catedral de los Santos Niños Justo y Pastor, fue retransmitida por La 2 de TVE como parte de la programación de Semana Santa.

El prelado explicaba, ante la Cruz de Cristo, precio de nuestra salvación, cómo "el mal se nos presenta bajo la apariencia del bien" para tentarnos y nos lleva al pecado, que es "un engaño" y "una injusticia" y además "nos destruye".

Puso diversos ejemplos, como el adulterio, el aborto, las relaciones homosexuales, los empresarios que se aprovechan de los trabajadores, los trabajadores que sabotean a los empresarios, los jóvenes destruidos por el alcohol y las drogas y también los sacerdotes de "doble vida, corrompiendo las realidades sagradas que han recibido".

"El pecado es verdaderamente una ingratitud ante el amor más hermoso. Es una verdadera injusticia. Hemos pegado al bien que Dios nos ha hecho llevándole a la cruz": éste es el auténtico sentido de la predicación de monseñor Reig Pla, que se limitó a concretar esa ingratitud en casos muy tangibles hoy día en nuestra sociedad.

"El pecado", además -era otra idea central de su intervención- "lleva como paga la destrucción de la persona", y los ejemplos puestos se expusieron precisamente en su faceta destructiva, ante la cual el amor de Dios no es indiferente y con su gracia "todo cambio es posible".

Abajo puede escucharse la homilía completa, pero destacamos a continuación los tres párrafos que más polémica han despertado:

- Adulterio: "Es el engaño, porque no es su mujer, no es su marido. Es una injusticia, porque ha prometido fidelidad, y ha dado su persona a su mujer o a su marido. Destruye el matrimonio y destruye a su propia persona, y si se tienen hijos es un sufrimiento enorme para los hijos que se destruya un matrimonio".

- Aborto: "Cuando [una mujer] va a abortar a una clínica sale destruida, porque ha destruido una vida inocente y se ha destruido a sí misma. Años y años, mujeres que han ido a abortar llevan el sufrimiento en su corazón".

- Relaciones homosexuales: "No se pueden corromper las personas. Ni siquiera con mensajes falsos. Quisiera decir una palabra a aquellas personas que hoy, llevadas por tantas ideologías que acaban por no orientar bien sobre la lo que es la sexualidad humana, piensan ya desde niños que tienen atracción hacia las personas de su mismo mismo sexo, y a veces para comprobarlo se corrompen y se prostituyen, o van a clubs de hombres nocturnos. Os aseguro que encuentran el infierno. ¿Vosotros pensáis que Dios es indiferente ante el sufrimiento de todos estos niños?".

Son sólo los ejemplos que se han destacado (entre otros, como los citados), allí donde monseñor Reig Pla estaba transmitiendo una idea absolutamente propia del Viernes Santo, en el que se contemplan los sufrimientos de Jesucristo para alcanzarnos la Redención: "El pecado es engañoso, nos destruye a nosotros y es una injusticia respecto de Dios y respecto de nuestros hermanos... Somos ingratos, no se merece el Señor, con todo el bien que nos ha hecho a nosotros, que le paguemos con esta injusticia".

Un mensaje que terminaba en positivo, destacando el poder compensatorio de la Cruz frente a la injusticia, y del amor de Dios para sanar de raíz la destrucción que todo pecado lleva en sí.

Pinche aquí para escuchar completa la homilía de monseñor Reig Plà, que comienza a partir del minuto 30.

El primado católico en Inglaterra (cardenal Keith O´Brien) pide a los cristianos que «lleven con orgullo la cruz»


El primado de la Iglesia católica en el Reino Unido, el cardenal Keith O’Brien, pedirá hoy a los cristianos que «lleven con orgullo un símbolo de la cruz de Cristo» durante sus actividades cotidianas, como modo de contrarrestar los esfuerzos de los grupos laicistas por «marginalizar la religión».

O’Brien hará hoy esa sugerencia en su sermón pascual del Domingo de Resurrección. La filtración de su contenido en la edición digital de la BBC produjo ayer un aluvión de comentarios y se convirtió en «trending topic» de las redes sociales.

La propuesta del prelado católico de Escocia cae en terreno abonado. Dentro de unos días comenzará en el Tribunal Europeo de Derechos Humanos, en Estrasburgo, la vista para considerar si los cristianos tienen o no derecho a portar un crucifijo en sus lugares de trabajo.

Despedidas por llevar crucifijo
Sobre la mesa estará el recurso presentado por dos británicas, la enfermera Shirley Chaplin y la azafata de British Airways Nadia Eweida, que en 2010 fueron despedidas por negarse a prescindir del pequeño crucifijo que colgaba de su cuello. Ambas perdieron a continuación los casos presentados por presunta discriminación en los tribunales británicos.

Cameron contra el derecho a llevar la cruz
Contra todo pronóstico, el gobierno del conservador David Cameron anunció hace días que pedirá a sus abogados en el Tribunal de Estrasburgo que se opongan al derecho de los cristianos a portar un crucifijo en el ámbito laboral. El gobierno británico esgrimirá el argumento de que, puesto que el crucifijo es un símbolo «opcional y no obligatorio», los empleadores pueden despedir a los trabajadores que se nieguen a ocultarlo.

Libertad religiosa
Para el cardenal O’Brien, lo que está en juego es en cambio la libertad religiosa. En su sermón de hoy citará unas palabras de Benedicto XVI, que durante su visita a Inglaterra hace 18 meses pidió «libertad para que los cristianos puedan actuar de acuerdo con sus propios principios».

El cardenal confía en que un número creciente de cristianos en el Reino Unido -católicos y no católicos- adoptarán la ancestral costumbre de llevar un crucifijo «de un modo sencillo y discreto» como símbolo de sus creencias.

«Un sencillo "pin" de solapa cuesta una libra esterlina -menos que un huevo de Pascua- y puede ser un excelente regalo», dirá en su sermón de hoy.