segunda-feira, 28 de outubro de 2013

Culture at the “Heart of Liberty” - by James V. Schall, S.J.

In TCT

To read, one after the other, the following two statements is a philosophical experience. The first passage is from Justice Anthony Kennedy in the 1992 Casey decision: “At the heart of liberty is one’s own concept of existence, of the universe, of the meaning of his life. . . .People have organized intimate relationships and choices that define their views of themselves and their places in society, in reliance on the availability of abortion in the event that their contraception should fail.” 

We once were told that contraception would eliminate the need for abortion. It usually increases it. The curious logic of this position has been frequently examined. What if, as in the case of abortion, my understanding of the meaning of life includes your destruction? How does the principle help those who are destroyed by my principle?

Next, we read the remarks of Pope Francis to Eugenio Scalfari: “Each of us has a vision of good and evil. We have to encourage people to move towards what they think is Good. Everyone has his own idea of good and evil and must choose to follow the good and fight evil as he conceives them. That would be enough to make the world a better place.” But does such a principle, when in place, make the world a better place? 

I am hard pressed to see any substantial difference between these two opinions as expressed. Both men are Catholics explaining what they hold. Both men seem to be looking at the subjective side of a person’s interior judgments. The whole objective world that is there and affected by the consequences of these positions is bypassed as irrelevant or immaterial. I cannot see why either Mao or Hitler, let alone Hobbes, would have any problem with these positions as stated. Each historical figure would maintain that he was trying to put his “understanding of existence and the good” into practice. So what’s the problem?

The problem is how the internal forum of one’s conscience is related to the objective order of the world, to what human beings actually are. Aquinas taught that an objectively erroneous conscience must also be followed. If this position were what Kennedy and Pope Francis were saying, it can be defended. The pope’s “Who am I to judge?” from the Rio return flight interview expressed our ignorance of how another person sees himself. The pope said that he was talking of someone who sincerely thought what he was doing was all right, but someone who had resolved to lead a “good” life. How many, if any, are these? We have no idea.

Whether some, say, practicing abortionist is really “unaware” of disorder in his acts, we simply speculate about. God knows as does the person involved. But if anyone “sincerely believes” that the commandments are “wrong,” so that he may practice the wrong as if it were right, this fact still does not exempt political or religious officials from challenging this understanding, its logic, and especially its harm to others. To speak of abortion without speaking of what is aborted, to look on it as a purely subjective issue, violates the standards of reason that we are to uphold.

The basic problem here is whether modern culture is itself neutral. The move to bring the Church “up-to-date” was evidently based on the notion that nothing in the existing culture militated against any fundamental teaching or practice of reason or faith. Thus, to “adapt” to modern culture did not seem to be dangerous. 

But if, within the culture, we find already an understanding of “rights, liberty, and equality” that, in their logic, undermines reason and law, then to conform to such a culture is to embrace, as good, beliefs and practices that are contradictory to reason and revelation. As a result, when we deal with modern culture in its own terms, we have to speak as if each of us has his own “understanding” of existence and good, no matter what it is. We establish governments to enable us to carry out what we want. 

When we meet someone with such “modern” cultural ideas that justify making what is evil to be good, we can only respond, on these premises, by giving everyone the “right,” “liberty,” or even “duty,” to do or choose whatever he wants. The actual public order becomes wholly subjective. It gives everyone the “right” or “liberty” to do or think what he wants. 

Once we arrive at this point, everything follows. With a subjective public order, we are unable to say anything about it because we have no tools but “modern ideas” of rights, liberty, and equality that, in their intrinsic philosophic definitions, allow no critique of them from an order said, in classical thought, to be “objective.
 



Quando resistere al Papa è un dovere. Il singolare caso del vescovo Roberto Grossatesta - di Cristiana de Magistris

In conciliovaticanosecondo.it

Il nome del vescovo inglese Roberto Grossatesta  (1175-1253) è quasi del tutto sconosciuto al mondo italiano. Ai pochi che ne hanno qualche erudizione è noto per il suo genio in campo scientifico dove le sue opere sono considerate di pregio inestimabile tanto da avergli meritato il titolo di “pioniere” di un movimento scientifico e letterario, nonché di “primo” matematico e fisico del suo tempo.

Ma Roberto Grossatesta fu anzitutto un santo Vescovo, che si distinse per il suo zelo nel promuovere la salus animarum e per il suo amore al Papato.

Mente assolutamente prodigiosa e versata non solo negli studi scientifici ma anche in quelli letterari, teologici e scritturistici, Roberto Grossatesta divenne vescovo di Lincoln nel 1235. “Da quando sono stato nominato vescovo – scrisse – mi considero il pastore e custode delle anime che mi impegno a curare con tutte le mie forze, poiché del gregge che mi è stato affidato mi sarà chiesto stretto conto nel giorno del Giudizio”[1]. Il suo scopo principale fu quello di “riformare la società attraverso le riforma del clero”[2]. L’austera disciplina che esigeva dai suoi preti era nota in tutta Inghilterra: rinuncia a ricompense pecuniarie, obbligo alla residenza, riverenza nella celebrazione della Santa Messa, fedeltà nella recita dell’Ufficio divino, istruzione del popolo, piena disponibilità per i malati e i bambini. Con queste regole il Vescovo inglese, oltre che elevare il livello di predicazione e d’insegnamento del clero, voleva migliorarne la condotta morale.

Ma una delle caratteristiche più singolari del Grossatesta fu la sua venerazione per il primato petrino che uno dei suoi biografi descrisse in questi termini: “L’aspetto più interessante della teoria del Grossatesta sulla costituzione e funzione della gerarchia ecclesiastica è la sua esaltazione del Papato. Egli è stato probabilmente il più fervente e risoluto papista tra gli scrittori medievali inglesi”[3].

Tale venerazione per la plenitudo potestatis del Romano Pontefice assume un significato del tutto speciale ed una portata quanto mai interessante in relazione alla sua  successiva resistenza a Innocenzo IV.

Nel 1239 il Grossatesta, in un discorso sulla gerarchia ecclesiastica rivolto al  Decano e al Capitolo di Lincoln, disse: “[…] seguendo le prefigurazioni dell’Antico Testamento, il Signor Papa ha il primato del potere sulle nazioni e sui regni, ha il potere di demolire e di sradicare, di distruggere e di disperdere, di piantare e costruire […] Samuele era tra il popolo d’Israele come un sole, proprio come lo è il Papa nella Chiesa universale e ogni vescovo nella sua diocesi”[4].

Nel 1237 aveva scritto ad un legato pontificio: “Dio non permetta che la Santa Sede e coloro che vi presiedono, ai quali normalmente occorre prestare obbedienza in tutto ciò che comandano, divengano invece la causa della perdita di fede per il popolo comandando ciò che è contrario ai precetti di Cristo e alla Sua volontà. Dio non permetta che ad alcuno che è veramente unito a  Cristo, non volendo in alcun modo andare contro la di Lui Volontà, questa Sede e coloro che vi presiedono possano essere causa di perdita di fede o di scisma apparente, comandando di fare ciò che si oppone alla volontà di Cristo”.

Il vescovo Grossatesta guardava con orrore anche alla semplice idea di disobbedire all’autorità ecclesiastica legittimamente costituita, poiché considerava l’obbedienza come la sola risposta adeguata a tale autorità che viene da Dio. Ma l’autorità esiste entro limiti ben precisi. Non v’è autorità oltre tali limiti – ultra vires – e rifiutarsi di obbedire all’autorità quando questa oltrepassa tali limiti non è una disobbedienza, ma l’affermazione che l’autorità sta abusando del suo potere. Molti teologi, come il Suarez, ritengono che sia lecito resistere anche al Papa “se questi fa qualcosa che si oppone manifestamente alla giustizia e al bene comune”[5].

Nel Medioevo forse nessuno come il Grossatesta era convinto che il Papa possedesse la plenitudo potestatis. Ma egli sosteneva, con i medievali del suo tempo, che tale potere non è un potere arbitrario, bensì è un ufficio affidato a lui “per il servizio dell’intero Corpo (di Cristo)”, che è la Chiesa. Tale potere è dato al Papa per la salvezza delle anime, per edificare il Corpo di Cristo e non per distruggerlo. Il Papa – non bisogna dimenticarlo – è il vicario di Cristo, non Cristo stesso, e deve esercitare il suo potere secondo la volontà di Cristo e non in manifesto contrasto con essa. Dio non permetta, diceva il Grossatesta, che la Santa Sede divenga la “causa” di un apparente scisma comandando ai fedeli cattolici qualcosa che si oppone alla Volontà di Cristo Signore.

L’occasione che provocò la resistenza del Grossatesta fu data dal problema dei benefici ecclesiastici, la cui prima funzione era la cura d’anime. Il complesso rapporto Chiesa-Stato di quel tempo scardinò questa funzione, e spesso i benefici venivano elargiti a chierici che non avrebbero potuto (o voluto) in alcuni modo curare il gregge loro affidato. Accadeva che il Papa stesso nominava per un beneficio, una prebenda o un canonicato ecclesiastici che molto spesso non risiedevano nei luoghi loro assegnati o, in ogni caso, erano incapaci per un motivo o per un altro di occuparsene. Per l’alta stima che nutriva per il Papato, il Grossatesta si oppose a questa pratica che era in forte odore di simonia e, talvolta, di nepotismo. Egli accettava pienamente le nomine del Papa quando i beneficiari erano in grado assolvere alle funzioni per cui ricevevano i benefici. Sia il potere papale che i benefici, infatti, avevano per il Grossatesta un unico scopo: la salvezza delle anime.

Il Vescovo inglese resistette a questo stato di decadenza con tutti i mezzi possibili, specie attraverso un intelligente e saggio uso del diritto canonico. Nel 1250, oramai ottuagenario, si recò a Lione – dove allora risiedeva Innocenzo IV – e si confrontò col Papa in persona. “Egli solo si alzò […] Papa Innocenzo sedeva con i suoi cardinali e i familiari per ascoltare l’attacco più veemente e completo che alcun papa abbia mai udito nel pieno del suo potere”[6].

L’oggetto dell’accusa era la mancanza di cura pastorale, che poneva la Chiesa in uno stato di profonda sofferenza. “L’ufficio dei pastori versa in condizioni miserevoli. E la causa del male va ricercata nella Curia papale […] essa provvede cattivi pastori per il suo gregge. Che cos’è un ufficio pastorale? I suoi doveri sono molteplici, ma in particolare esso comporta il dovere delle visite (ai fedeli)…”[7]. Ora, come poteva un pastore non residente provvedere al suo gregge? A questa domanda neppure il Papa poteva rispondere. Il Grosattesta, del resto, insegnava con l’esempio prima che con le parole. Anni addietro, nel 1232, aveva rinunciato a tutti i suoi benefici e le prebende, ad eccezione di una prebenda che deteneva a Lincoln, cosa che lo aveva coperto di ridicolo agli occhi dei contemporanei. Ma egli aveva risposto con queste superne parole che rivelano la nobiltà del suo animo: “Se sono più disprezzato agli occhi del mondo, sono però più gradito ai cittadini del Cielo”[8].

L’eroica visita del Vescovo inglese a Innocenzo IV – eroica sia per l’arditezza dell’avvenimento sia per l’età avanzata del Grossatesta – non sortì alcun effetto. Il Papa dipendeva dal sistema delle provvigioni per mantenere la Curia e per finanziare le interminabili guerre contro Federico II.

Nel 1253, il Papa assegnò a un suo nipote, Federico di Lavagna, un canonicato nella cattedrale di Lincoln. Il Grossatesta ricevette il comando di  porre in esecuzione la volontà del Romano Pontefice e si trovò in un atroce dilemma. Il comando del Papa era assolutamente legale, avendo egli tutti i diritti di assegnare canonicati, e in quanto tale occorreva obbedire. Ma, pur essendo legale, il comando era un chiaro “abuso di potere”, poiché il nipote del Papa non avrebbe mai messo piede nella terra degli Angli e dunque non avrebbe mai esercitato il suo ministero a Lincoln, per il quale però avrebbe riscosso il beneficio.

In tal caso, il Papa usava del suo ufficio di Vicario di Cristo in un senso contrario a quello per il quale gli era stato affidato. La risposta del Grossatesta fu il rifiuto di obbedire ad un comando che era un chiaro abuso di potere. Il Papa in quel frangente agiva ultra vires, ossia oltre i limiti della sua autorità. La resistenza del Grossatesta fu dovuta non al fatto che mancasse di riconoscere l’autorità del Papa, ma per l’immensa stima e rispetto che nutriva per essa.

Il vescovo Grossatesta si rifiutò di assegnare al nipote del Papa il canonicato della Cattedrale di Lincoln e scrisse una lettera di rimostranza e rifiuto, non al Papa in persona, ma ad un suo commissario, il Maestro Innocenzo, attraverso il quale aveva ricevuto il comando.

Ecco quanto vi si legge: “Nessun fedele soggetto alla Santa Sede, nessun uomo che non è escluso con lo scisma dal Corpo di Cristo e dalla stessa Sede Apostolica, può obbedire a comandi, precetti o altri ordini di questo tipo, neppure se venissero dal più alto coro degli Angeli. Egli deve ripudiarli e rigettarli con tutte le forze. Per l’obbedienza che mi lega e per l’amore che porto alla Santa Sede nel Corpo di Cristo, come figlio obbediente io disobbedisco, contraddico e mi ribello. Voi non potete far nulla contro di me poiché ogni mia parola e ogni mia azione non è una ribellione ma un atto di onore filiale dovuto al padre e alla madre attraverso il comando di Dio. Come ho detto, la Sede Apostolica nella sua santità non può distruggere ma solo costruire.  È questa la plenitudo potestatis: essa deve fare tutto per l’edificazione. Ora, queste cosiddette “provvigioni” non costruiscono ma distruggono. Esse non possono essere l’opera della Sede Apostolica, poiché sono dettate “dalla carne e dal sangue”, che non posseggono il Regno di Dio, e non dal Padre che è nei cieli”[9].

Commentando queste parole, W. A. Pantin, nel suo studio sulle relazioni tra il vescovo Grossatesta e il Papato, scrive: “Sembrano esserci qui due linee di pensiero. Una prima, secondo cui, poiché la plenitudo potestatis esiste al fine dell’edificazione e non della distruzione, ogni atto che tende alla distruzione o alla rovina delle anime non può essere considerato un vero esercizio della plenitudo potestatis… Una seconda, secondo cui, se il Papa o chiunque altro comandasse qualcosa di contrario alla legge divina, allora sarebbe sbagliato obbedire e, in ultima istanza, mentre si afferma la propria fedeltà, occorre rifiutarsi di obbedire. Il problema di fondo è che mentre l’insegnamento della Chiesa è soprannaturalmente garantito contro l’errore, i ministri della Chiesa, dal Papa in giù, non sono impeccabili e possono formulare giudizi errati e impartire comandi sbagliati”[10].

“Non potete fare niente contro di me”, aveva protestato il Grossatesta, e gli eventi gli diedero ragione. Quando Innocenzo IV lesse la lettera, sdegnato oltremisura, voleva chiederne l’incarcerazione, ma i Cardinali lo dissuasero. “La Santità Vostra – gli dissero – non deve far nulla. Noi non possiamo condannarlo. È un uomo cattolico e santo, l’uomo migliore che abbiamo, senza eguali tra gli altri prelati. Il clero francese e inglese lo sa bene e un nostro intervento non avrebbe alcun vantaggio. La verità contenuta in questa lettera, che è probabilmente nota a molti, potrebbe spingere altri ad agire contro di noi. Grossatesta è stimato come grande filosofo, conoscitore della letteratura latina e  greca, zelante per la giustizia, teologo, predicatore e nemico degli abusi”[11].

Innocenzo IV comprese che la cosa migliore da fare era di astenersi da qualunque intervento. E così fu. In quello stesso anno 1253, il Grossatesta morì. Sulla sua tomba avvennero molti miracoli e divenne subito un luogo di culto e di devozione, né sono mancati tentativi di avviare la sua causa di canonizzazione[12]. L’Inghilterra vanta solo un altro Vescovo santo, John Fisher, il cui amore e la cui fedeltà alla Santa Sede non superava quella del Grossatesta. Certamente se questi fosse vissuto al tempo di John Fisher non avrebbe esitato a dare, come lui, la vita per la Sede Apostolica. Ma è anche certo che, se John Fisher fosse vissuto nel XIII secolo, sotto il pontificato di Innocenzo IV, avrebbe resistito agli abusi del potere papale.

Il caso del vescovo Grossatesta riveste un’importanza del tutto particolare poiché la sua resistenza non è motivata dall’eresia, nel cui caso è opinione comune che non bisogna obbedire. Egli non difese l’ortodossia cattolica ma si rifiutò di porre in esecuzione una direttiva pratica del Papa che egli considerava dannosa per la salus animarum.

Il caso “Grossatesta” fece storia. Silvestro Prierias, insigne domenicano e strenuo difensore dell’autorità pontificia, nel suo Dialogus de Potestate Papæ (1517), riprendendo le parole e l’esempio del Grossatesta, asserì che il Sovrano Pontefice può abusare del suo potere: “Se il Papa volesse sperperare i beni della Chiesa o distribuirli ai suoi parenti, se volesse distruggere la Chiesa o compiere un atto di simile portata, allora sarebbe un dovere impedirglielo e un obbligo opporglisi e resistergli. La ragione è che egli non possiede il potere per distruggere. Dal che consegue che, se agisse così, sarebbe legittimo resistergli”.

Durante il Concilio Vaticano I, il caso Grossatesta fu citato varie volte non per condannarne la resistenza del Vescovo inglese ma per dimostrare che la plenitudo potestatis del Romano Pontefice – nonostante l’infallibilità pontificia che quel Concilio stava per definire – ha dei limiti ben precisi, non essendo né assoluta né arbitraria.

Riprendendo le parole del Grossatesta – “la Sede Apostolica nella sua santità non può distruggere ma solo costruire” – il vescovo D’Avanzo, in sede di Concilio, disse: “Pietro ha tanto potere quanto ha voluto dargliene Nostro Signore, non per la distruzione ma per l’edificazione del Corpo di Cristo che è la Chiesa”[13].

E così, dopo sei secoli, la resistenza al Papa del più “papista” dei Vescovi inglesi del XIII secolo contribuì alla definizione dell’infallibilità pontifica. Questa è l’ironia di Dio di cui gli Angeli e i Santi – anche il Grossatesta! – gioiscono in cielo. (di Cristiana de Magistris)



[1] D. A. Callus, Robert Grosseteste, Oxford 1955, p .150.
[2] Ivi, p. 85.
[3] Ivi, p. 183.
[4] Ivi, p. 185.
[5] “Se il papa comanda qualcosa che sia contrario alla morale non bisogna obbedirgli. Se prova a fare qualcosa che sia contrario alla giustizia e al bene comune, è lecito resistergli. Se egli attacca con la forza, può essere respinto con la forza, con la moderazione propria di una giusta difesa”: De fide, disp. X, sect. VI, n. 16.
[6] M. Powicke, “Robert Grossateste, Bishop of Lincoln”, Bullettin of the John Rylands Library, Manchester, vol. 35, n. 2, march 1953, p. 504.
[7] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , Oxford 1959, p. 284.
[8] D. A. Callus, cit., XIX.
[9] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , cit., p. 286.
[10] W. A. Pantin, “Grosseteste’s relations with the papacy and the crown”, in D. A. Callus, cit., pp. 190-191.
[11] M. Powicke, King Henry III and the Lord Edward , cit., p. 287.
[12] Cf E. W. Kemp, “The attempted canonization of Robert Grossateste”, in D. A. Callus, cit., pp. 241-246.
[13] J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissa collectio, Parigi 1857-1927, LII, p. 715

domingo, 27 de outubro de 2013

La caduta di papa Liberio e il trionfo di sant’Atanasio - di Cristiana de Magistris

In  Conciliovaticanosecondo.it

Nel 325 il Concilio di Nicea definì la consustanzialità (homooùsion) del Padre e del Figlio, ossia decretò che il Padre e il Figlio hanno la medesima natura divina. Il termine homooùsion era dottrinalmente perfetto per indicare la consustanzialità del Padre e del Figlio e confutare l’eresia ariana, secondo cui il Padre, ingenerato, non poteva condividere con altri la propria ousìa, cioè la propria sostanza divina. Il termine homooùsion era dunque l’unica parola che gli ariani non potevano pronunciare senza rinunciare alla loro eresia e perciò divenne la cartina al tornasole dell’ortodossia cattolica.

Il Concilio di Nicea fu convocato dall’imperatore Costantino, il quale incoraggiò fortemente la definizione della consustanzialità del Padre e del Figlio. Sant’Ilario afferma che, al Concilio di Nicea, “80 vescovi rigettarono il termine consustanziale, ma 318 l’approvarono”. Di questi ultimi, però un buon numero sottoscrissero il Credo solo come un atto di sottomissione all’imperatore. M. L. Cozens commenta: “Uomini di mondo, essi non amavano la precisione dogmatica e volevano una formula che poteva esser sottoscritta da uomini con idee diverse, potendola interpretare in sensi diversi. Per costoro, tanto la fede precisa ed esatta di un Atanasio quanto l’ostinata eresia di Ario e dei suoi seguaci erano ugualmente intollerabili. Rispetto, tolleranza, liberalità: questo era il loro ideale della religione. Perciò essi proposero, invece del troppo definitivo ed inestirpabile homooùsion – della stessa sostanza –, il vago termine homoioùsion, di una “sostanza simile”. Essi […] usavano un linguaggio apparentemente ortodosso, proclamando di credere nella divinità di Nostro Signore, attribuendogli ogni divina prerogativa, anatemizzando tutti coloro che dicevano che Egli era stato creato nel tempo (Ario sosteneva che Cristo era stato creato prima del tempo): in breve, dicendo quanto di più ortodosso possa immaginarsi, salvo la sostituzione del loro homoioùsion con l’ homooùsion di Nicea”[1].

Sia tra i Vescovi che tra i fedeli si diffuse la convinzione che la distinzione tra i due termini (il cattolico homooùsion e l’ariano homoioùsion) stesse sollevando un conflitto inutile. Essi consideravano oltremodo dannoso dividere la Chiesa solo per un iota! Ma intanto i veri cattolici, tra i quali, in prima fila, sant’Atanasio, “con fermezza si rifiutarono di accettare qualunque dichiarazione che non contenesse l’homooùsion o di comunicare con coloro che lo negavano”[2].

Sant’Atanasio aveva ragione. Quella sola lettera, quell’iota, rappresentava la differenza tra la Cristianità fondata su Gesù Cristo, Verbo di Dio fatto carne, e una religione fondata su un’altra creatura, perché negare la divinità di Cristo significa negare tutto il cristianesimo.

Atanasio fu per tutta la vita testimone e strenuo difensore dei principi stabiliti dal Concilio niceno, e per questa sua fermezza dovette subire diverse condanne all’esilio negli anni che vanno dalla sua nomina a vescovo e patriarca di Alessandria d’Egitto, nel 328, fino alla sua morte.
Dopo papa Giulio  I  (337-352), che sostenne coraggiosamente la fede di Nicea e la causa di Atanasio, l’ascesa al pontificato di papa Liberio (352) e quella quasi contemporanea (350) all’impero di Costanzo II, imperatore filo-ariano, ne segnarono la sorte.

Inizialmente Liberio appoggiò la causa di Atanasio e, a tal fine, chiese all’imperatore la convocazione di un primo Concilio ad Arles (353-354) ed un secondo – a più vasto raggio – a Milano (355). In entrambi, a causa delle pressioni dell’imperatore ariano, Atanasio fu condannato. Quando si impose per riabilitarlo, il Papa fu esiliato in Tracia (355) dove rimase 2 anni. E qui avvenne ciò che è passato alla storia come la “caduta di un Papa”.

Lo storico Filostorgio, nella sua Storia ecclesiastica, attesta che Liberio poté rinsediarsi a Roma solo dopo aver sottoscritto una formula di compromesso che rifiutava il termine homooùsion. San Girolamo, nella sua Cronaca, afferma che Liberio “vinto dalla noia dell’esilio, dopo aver sottoscritto l’eresia rientrò a Roma in trionfo”. Atanasio, verso la fine del 357, scrisse: “Liberio, dopo essere stato esiliato, tornò dopo due anni, e, per paura della morte con la quale fu minacciato, firmò” (la condanna dello stesso Atanasio) (Hist. Ar., XLI). Sant’Ilario di Poitiers nel 360 scriveva a Costanzo: “Io non so quale sia stata l’empietà più grande, se il suo esilio o la sua restaurazione” (Contra Const., II). Come osserva il Duchesne, quella di Liberio fu non solo “una debolezza”, ma piuttosto “una caduta”. Ecco la descrizione che ne dà il Butler: “[…] Liberio iniziò ad affondare sotto le sofferenze dell’esilio e la sua risoluzione (contro gli ariani e a favore di Atanasio, ndr) fu provata dalle continue sollecitazioni di Demofilo, vescovo ariano di Beroea, e di Fortunato, vescovo temporeggiatore di Aquileia. Ascoltando suggestioni e lusinghe  a cui doveva con orrore rifiutare di porger l’orecchio, egli si indebolì al punto di cedere alla tentazione con grave scandalo della Chiesa intera. Egli sottoscrisse la condanna di Atanasio e una confessione o un credo redatto dagli ariani a Sirmio, benché l’eresia non fosse espressa in esso. E scrisse ai Vescovi ariani orientali di aver ricevuto la vera fede cattolica che molti vescovi avevano approvato a Sirmio. La caduta di un tale prelato e un tale confessore è un terrificante esempio dell’umana debolezza, che nessuno può richiamare alla mente senza tremare. San Pietro cadde per una presuntuosa confidenza nella propria forza e nelle proprie risoluzioni, affinché noi imparassimo che si può stare in piedi solo con l’umiltà”[3].

Benché diversi storici abbiano tentato di scagionare e assolvere Liberio, un’autorità come il cardinal John Henry Newman non dubita di affermare che “la caduta di Liberio è un fatto storico”[4]. “Tutto fa pensare che Liberio abbia accettato la prima formula di Smirne del 351 (ossia un credo ariano, ndr)… egli peccò gravemente evitando deliberatamente l’uso del più caratteristico termine della fede di Nicea e in particolare dell’ homooùsion. Pertanto, benché non si possa dire che Liberio insegnasse una falsa dottrina, è necessario ammettere che, per timore e debolezza, non rese giustizia alla verità tutta intera”[5].

Ma la caduta di Liberio va considerata nel quadro della defezione generale della maggioranza dell’episcopato del tempo, cosa che fa risaltare ancora una volta l’eroismo di Atanasio. Nella V Appendice del suo “Ariani del IV secolo”, così riporta il cardinal Newman: A.D. 360: San Gregorio Nazianzeno afferma, più o meno in questo periodo: “I pastori hanno certamente fatto cose folli; poiché, a parte pochi, i quali o per la loro insignificanza furono ignorati, o per la loro virtù resistettero e furono lasciati come un seme e una radice per la rifioritura e rinascita di Israele sotto l’influenza dello Spirito Santo, tutti cedettero al compromesso, con la sola differenza che alcuni cedettero subito e altri dopo; alcuni furono campioni e guide nell’empietà e altri si aggregarono a battaglia già iniziata, succubi della paura, dell’interesse, delle lusinghe o – ciò che è più scusabile – dell’ignoranza (Orat. XXI.24).

Cappadocia. San Basilio afferma circa nell’anno 372: “I fedeli stanno in silenzio, ma ogni lingua blasfema è libera di parlare. Le cose sacre sono profanate. I laici davvero cattolici evitano i luoghi di preghiera come scuole di empietà e sollevano le braccia in preghiera a Dio nella solitudine, gemendo e piangendo” (Ep. 92). Quattro anni dopo aggiunge: “Le cose sono giunte a questo punto: la gente ha abbandonato i luoghi di preghiera e si è radunata nel deserto. È uno spettacolo triste. Donne e bambini, vecchi ed infermi, soffrono all’aria aperta, in inverno sotto la pioggia, la neve, il vento e le intemperie e, in estate, sotto un sole cocente: essi sopportano tutto ciò perché non vogliono aver parte al cattivo fermento ariano” (Ep. 242). E ancora: “Solo un peccato è ora gravemente punito: l’attenta osservanza delle tradizioni dei nostri Padri. Per tale ragione i buoni sono allontanati dai loro paesi e portati nel deserto” (Ep. 243).

Nella medesima Appendice, il cardinal Newman non  dubita di sottolineare come, durante la crisi ariana, la sacra tradizione fu mantenuta dai fedeli più che dall’episcopato, ossia – contrariamente alla norma – dalla Chiesa docta più che dalla Chiesa docens. Scrive: “Non è di poco rilievo il fatto che, benché dal punto di vista storico il IV secolo sia stato illuminato da santi e dottori quali Atanasio, Ilario, i due Gregori, Basilio, Crisostomo, Ambrogio, Girolamo e Agostino (tutti vescovi eccetto uno), tuttavia proprio in questo periodo la divina Tradizione affidata alla Chiesa infallibile fu proclamata e mantenuta molto più dai fedeli che dall’episcopato.  Intendo dire che […] in quel tempo di immensa confusione il dogma divino della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo fu proclamato, imposto, mantenuto  e (umanamente parlando) preservato molto più dalla Ecclesia docta che dalla Ecclesia docens; che gran parte dell’episcopato fu infedele al suo mandato, mentre il popolo rimase fedele al suo battesimo; che a volte il Papa, a volte i patriarchi, metropoliti o vescovi, a volte gli stessi Concili[6] dichiararono ciò che non avrebbero dovuto o fecero cose che oscuravano o compromettevano la verità rivelata. Mentre, al contrario, il popolo cristiano, guidato dalla Provvidenza, fu la forza ecclesiale che sorresse Atanasio, Eusebio di Vercelli ed altri grandi solitari che non avrebbero resistito senza il loro sostegno. In un certo senso si può dire che vi fu una “sospensione temporanea”[7] delle funzioni della Ecclesia docens. La maggior parte dell’episcopato aveva mancato nel confessare la vera fede”.

La caduta di Liberio, la resistenza di Atanasio, la fortezza del popolo fedele al tempo dell’arianesimo costituiscono una lezione per ogni tempo. Ancora Newman, nel  luglio del 1859, scriveva sul Rambler: “Nel tempo dell’eresia ariana vedo un palmare esempio di uno stato della Chiesa nel quale, per conoscere la tradizione degli apostoli, bisognava ricorrere al popolo fedele, […] La sua voce perciò è la voce della tradizione”.

Questa voce ebbe in Atanasio una guida possente che non tollerava compromessi. Ai cristiani tiepidi non esitava a dire: “Volete essere figli della luce, ma non rinunciate ad essere figli del mondo. Dovreste credere alla penitenza, ma voi credete alla felicità dei tempi nuovi. Dovreste parlare della grazia, ma voi preferite parlare del progresso umano. Dovreste annunciare Dio, ma preferite predicare l’uomo e l’umanità. Portare il nome di Cristo, ma sarebbe più giusto se portaste il nome di Pilato. Siete la grande corruzione, perché state nel mezzo. Volete stare nel mezzo tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e marciate col mondo. Io vi dico: fareste meglio ad andarvene col mondo ed abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo”[8].

La storia della crisi ariana è di sorprendente attualità. “Ciò che avvenne allora, più di 1600 anni or sono, si ripete oggi, però con due o tre differenze. Alessandria rappresenta, oggi, l’intera Chiesa, scossa nelle sue fondamenta; ed i fatti di violenza fisica e di crudeltà interessano un’altra sfera. L’esilio si cambia in un silenzio mortale e l’assassinio è sostituito dalla calunnia, pure mortale”[9]. Con queste parole monsignor Rudolf Graber, vescovo di Regensburg, già negli anni ’70 paragonava la complessa e devastante crisi del IV secolo con la silenziosa apostasia del nostro tempo.

Scrivendo ai tempi di Atanasio, san Girolamo stigmatizzò la crisi ariana con queste celebri memorande parole: “Ingemuit totus orbis et arianum se esse miratus est”, il mondo intero gemette e si meravigliò di trovarsi ariano. Il fatto più stupefacente del nostro tempo, in cui assistiamo ad un’autentica disgregazione del cristianesimo, assai peggiore dell’arianesimo, è che – salvo poche eccezioni – nessuno geme e nessuno sembra meravigliarsi. Al contrario, davanti al generale disfacimento, che nessun fedele dotato di senso comune può negare, si continuano ad intonare vecchi e nuovi peana in onore di una Chiesa finalmente uscita dalle catacombe, immemori che la crisi ariana iniziò proprio quando terminarono le persecuzioni.

La storia ariana si ripresenta ai nostri giorni in toni molto più drammatici. Nel IV secolo, “La Provvidenza mandò al mondo un siffatto uomo (Atanasio), mentre la bufera urlava sempre più forte e le colonne della Chiesa erano scosse e s’inclinavano, ed i muri santi minacciavano di crollare e sembrava che le potenze dell’abisso e le forze dell’alto facessero sparire la Chiesa dalla faccia della terra. Ma un uomo resistette come un macigno in mezzo ai marosi che s’infrangevano; un uomo fu sempre sulla breccia: Atanasio! Egli, Atanasio, brandì la spada di Dio sull’Oriente e sull’Occidente”[10]. Forse la vera tragedia del nostro tempo è quella di non avere un altro Atanasio. (Cristiana de Magistris su onciliovaticanosecondo.it
 

[1] M. L. Cozen, A Handbook of Heresies, Londra 1960, pp. 35-36.
[2] Ibidem.
[3] A. Butler, The Lives of the Saints, Londra 1934, II, p. 10.
[4] J. H. Newman, Arians of the Fourth Century, Londra 1876, p. 464 (traduzione nostra).
[5] New Catholic Encyclopedia, New York 1967, VIII, 715, col. 2.
[6] Newman non si riferisce a Concili ecumenici, ma a quei Concili che radunavano un ingente numero di Vescovi locali.
[7] Newman spiega che con l’espressione “sopensione temporanea delle funzioni della Ecclesia docens” egli intende dire che “di fatto non vi fu alcuna autorevole pronunciamento della voce della Chiesa infallibile tra il concilio di Nicea (325) e quello di Costantinopoli (381).
[8] Cf K. Flam, Atanasio viene nella metropoli, in una fossa di belve, Breslavia 1930, p 84.
[9] R. Graber, Sant’Atanasio e la Chiesa del nostro tempo, Brescia 1974, p. 29.
[10] K. Kirch, citato da R. Graber, op. cit., p. 17.

quarta-feira, 23 de outubro de 2013

Internet Pornography & the First Amendment -by Morgan Bennett

In TPD 

Introduction

In yesterday’s article, I gave an overview of new brain research that has exposed internet pornography as a powerfully addictive narcotic. I also mentioned that, from a legal and constitutional standpoint, the First Amendment is the ultimate hurdle to clear in order to regulate or prosecute internet pornography.

But why should the government get involved at all? Isn’t consuming internet pornography a private decision that doesn’t hurt anyone?

The claim that internet pornography “doesn’t hurt anyone” is patently disproved by years of multidisciplinary studies in the hard sciences and the social sciences. These studies have exposed internet pornography as a massive, paradigm-shifting social harm that undermines the family unit and causes abuse, life-long addictions, infidelity, and unhealthy perceptions and expectations among men, women, and children.

Likewise, the “no harm” argument also fails to consider the production of internet pornography, which is produced by way of real human beings who are almost always engaged in illegal and dehumanizing acts such as prostitution, rape, sex trafficking, assault, and even murder.

Though sexuality is considered “private” in our society, the social effects of collective sexual behaviors and norms, including the effects of internet pornography, cannot be kept “private.” Because pornography is sexual, it is inherently relational and thus inherently social. How people relate to each other in society is important, but how people relate sexually is crucial to the sustenance of a society because it either incentivizes or de-incentivizes the very foundation of society: the family unit.

How then, one might ask, can such a vice be “protected” under the United States Constitution?
While many assume that the First Amendment protects internet pornography as “artistic expression,” that is largely not the case under current statutory and constitutional law. Still, current First 

Amendment jurisprudence, at least as it relates to sexually explicit material, fails to properly discern and apply the First Amendment’s purposes. An examination of prior and even current precedent reveals that speech or acts of a sexual nature are a historically unique category and thus require a unique analysis. By considering the duties of good government and the intended purposes of the First Amendment, we can develop a just and principled interpretation of the First Amendment as it relates to internet pornography.

The Founders’ Views on Free Speech

The scope and contours of the First Amendment’s speech clause are difficult to decipher by way of “original intent” due to the scarcity of information in the historical records. While the freedom of the press was discussed, the free speech clause was perhaps too obvious or fundamental to require debate. Still, the general principles underpinning the First Amendment are accessible by examining the Founders’ general understanding of liberty (“rights”).

Though the Founders had a broad view of liberty, they also recognized the distinction between liberty and license. In other words, liberty does not include the abuse of rights.

What sort of speech would qualify as an abuse of the “right” to speak freely? Thomas G. West, Professor of Politics at Hillsdale College, explains that there were four commonly-recognized categories of injurious speech in the Founders’ era: personal libel, government libel, speech that injures public health or the moral foundations of society, and speech used in the course of, or that promotes, other injurious conduct.

Internet pornography, with its epidemic social harm, certainly qualifies as speech injurious to society’s health and moral foundations; it could also qualify as “speech used in the course of injurious conduct” due to its use of prostituted and even trafficked people in its production as well as its power to addict and harm those who see it.

It was uncontested in the Founders’ era and far beyond that speech or conduct tending to injure the public morals was subject to government control. Profanity, obscenity, indecency, and pornography were treated the same as public nudity or public intoxication. Consider the following quotation from an 1824 Pennsylvania Supreme Court case: “Licentiousness endangering the public peace, when tending to corrupt society, is considered as a breach of the peace, and punishable by indictment. Every immoral act is not indictable, but when it is destructive of morality generally, it is, because it weakens the bonds by which society is held together.”

Professor West aptly notes that the Founders did not distinguish between speech (obscene novels or drawings) and acts (operating a whorehouse), but rather asked if either tended to “undermine the moral basis of the community, especially of the family and the moral formation of the young.” If so, such activity—whether speech or act—was subject to legal limitation.

Obscenity

Obscenity doctrine in the United States can be traced to the common law doctrine of obscene libel in England. US courts began to cite the common law prohibition of obscenity by the 1810s, emphasizing the “opposition between liberty and license.” Government regulations of publicly-shown films were upheld by the Supreme Court until the 1950s and were considered a legitimate exercise of a state’s police power because such regulations prohibited only films determined to be injurious to public morals or order.

In 1915, the Supreme Court reasoned that film was less like speech and more akin to live theater performances, whose content was widely regulated by state and local governments. At the time, film’s powerful unconscious effect on the viewer was contrasted with the conscious analysis required when reading a book:

Unlike reading, looking at images—particularly moving images—require[s] no active cognition; the message [i]s thrust upon viewers. “When we read, there is time for thought, reasoning, and the formation of judgment; but motion pictures progress so swiftly as to permit almost no cerebral action . . . .” . . . The written word “cannot lead the [viewer] further than his limited imagination will allow, but the motion picture forces upon his view things that are new[;] [it] give[s] firsthand experience. . . .”

But in 1952, the Supreme Court struck down a film censorship statute on First Amendment grounds and announced that motion pictures were “expressions” and therefore protected as “speech.” Even so, the Court still noted that “it does not follow that the Constitution requires absolute freedom to exhibit every motion picture of every kind at all times and all places.” In fact, it is still good precedent that “prior restraints on expression” are not automatically unconstitutional in all circumstances, as the Supreme Court has rejected the notion that “constitutional protection includes complete and absolute freedom to exhibit, at least once, any and every kind of motion picture . . . even if this film contains the basest type of pornography, or incitement to riot, or forceful overthrow of orderly government.”

Current State of the Law

Under current First Amendment jurisprudence, any sexually explicit “expression” (including images and videos) is protected under the First Amendment unless it is obscene or “real” (non-virtual) child pornography. The constitutional meaning of “obscenity” has been through a few definitional tug-of-wars since the erosion of “license versus liberty” in First Amendment jurisprudence. The current definition—the three-prong “Miller standard”—has been stable since 1973, but it has been (and still is) heavily criticized:

(1) Whether the average person, applying contemporary community standards, would find that the work, taken as a whole, appeals to the prurient interest;
(2) Whether the work depicts or describes, in a patently offensive way, sexual conduct specifically defined by the applicable state law; and
(3) Whether the work, taken as a whole, lacks serious literary, artistic, political, or scientific value.

Despite criticism, the Miller standard was extremely effective for prosecutors under the Reagan and George H.W. Bush administrations. The Clinton administration, under Janet Reno, refused to enforce federal obscenity law, and though a handful of egregious obscenity cases were prosecuted under President George W. Bush, President Obama’s Attorney General, Eric Holder, has now shut down the DOJ’s Obscenity Prosecution Task Force.

Analysis

Though most criticize Miller for its “community standards” requirement, Miller’s most glaring defect is actually the third prong of the test. Assuming that “prurient, patently offensive depictions or descriptions of sexual conduct” can ever have a “serious literary, artistic, political, or scientific value” is unprincipled and absurd. Furthermore, it is ludicrous to suggest that First Amendment protection depends upon a court’s assessment of such value.

The other problem with the Miller obscenity standard is that it requires real people, whether juries or judges, to actually view the obscene material, exposing them to the possibility of addiction or the trauma of what can effectively be the viewing of a live rape. Hardcore pornography is often “performed” as a reenactment of rape, commonly causing internal bleeding from anal or vaginal tears. Thus, the judge or jury is unjustly exposed to a profoundly traumatic and evil act on a real human being.

In light of Miller’s faulty obscenity standard, perhaps a more reasonable, precise, and workable definition for obscenity would be the following: an explicit image, including video, of a sex act, where the image/video is created (1) primarily for, or (2) with the primary effect of, sexually arousing the viewer, and where the image/video was created by actual sex acts (with “explicit” meaning clearly showing, even for a moment, the penetration of/by genital organ(s) and with “actual sex acts” meaning the actual touching of/by genital organs). (My thanks to Patrick A. Trueman and Alan Sears for being instrumental in the formation of this definition.)

Putting aside the obscenity exception for a moment, it is absolutely baffling that the underlying acts required to make internet pornography are not prosecuted by way of prostitution laws. Pornography is “prostitution with a camera” and is almost always created by an act of prostitution (paying a human being to perform a sex act). So why is pornography production not prosecuted under prostitution laws? At least in California, where the majority of the US pornography industry is located, it is precedent that the First Amendment somehow protects prostitution when “actors” are hired to perform sex acts in “the production of a non-obscene motion picture.” This California Supreme Court precedent has discouraged state and local law enforcement from prosecuting pornographers and “performers” using prostitution laws.

Next Steps

Constructing and implementing solutions to the internet pornography epidemic in America is inherently difficult due not only to current First Amendment precedent, but also to our cultural situation: current pornography use is around 87 percent for young adult males and 31 percent for young adult females, and roughly 50–60 percent of both genders find pornography use “acceptable.”
The most realistic first steps we can take in the fight against internet pornography are prosecution and cultural engagement.

First, local, state, and federal governments should enforce the current obscenity-related laws already on the books. Nearly every state has anti-obscenity laws. The enforcement of those laws would send a message that the production and distribution of obscene material is unacceptable in a civilized society. Second, local and national groups should run billboard, TV, and internet advertising campaigns to expose the harms of internet pornography to the public.

Looking beyond those “first steps,” I would argue for the eventual enactment of new laws that would censor obscene internet pornography.

A statutory system of narrowly-tailored, criteria-based censorship would use accurate and effective censorship technology similar to content-control software. According to Freedman v. Maryland, prior restraint is not necessarily unconstitutional, especially when restraining “base pornography” (i.e., hardcore pornography), as long as the statute provides sufficient procedural safeguards to ensure that protected speech will not be restrained. Creating such a system with sufficient procedural safeguards will be the ultimate riddle.

Censoring hardcore pornography on the internet would not affect the private viewing of pornographic material by way of a DVD or a downloaded file (current obscenity statutes may apply to the production of distribution of such material), but it would strip two important elements from internet pornography: its affordability and its accessibility. Censoring would also help state and federal prosecutors focus their obscenity prosecutions on the sale and distribution of obscene material by way of mail, downloads, and porn shops. Currently, it feels futile to prosecute obscenity in the face of seemingly endless amounts of free online hardcore pornography, with more added every day.

Conclusion

Internet pornography is not only a public harm but also one of the greatest evils of our time. It destroys human beings: two-year-olds raped for entertainment; women drugged and then videoed while being raped by a dog; young women, often runaways or adolescent victims of prior sexual abuse or neglect, lured into the pornography industry where they are filmed being gang-raped until their internal organs rip.

Pornography undermines civilized society: it erodes the relationship between men and women; it undermines marriage, the family unit, and the well-being and social standing of women and children; it causes sexual addictions that debilitate a person’s productivity, discernment, and ability to form healthy relationships.

And yet, a cultural and legal “knot” has been tied in this country that cleverly protects the “license” of producing and consuming internet pornography.

But the First Amendment was not ratified to protect the prostitution and exploitation of human beings for entertainment; it was not ratified to restrict government prosecution of “speech” that causes grave harm to both individuals and to society as a whole. This concept of the First Amendment would have been unthinkable to the Framers, who lauded virtue as the indispensable ingredient of sustainable freedom.

Surely our current jurisprudence, which protects depictions of prostituted—and therefore criminal—sex acts, cannot be the proper interpretation of the First Amendment. Freedom of speech is certainly a precious liberty, but that liberty does not include its abuse: the freedom of speech is not a license. Nor is it the fundamental social value that should trump all others.

Internet pornography is a “monstrous injustice,” and the time for its abolition has come.