quarta-feira, 16 de janeiro de 2013

Vaticano critica sentença de Tribunal Europeu sobre liberdade religiosa

In RR

A Santa Sé reagiu esta quarta-feira às recentes decisões do Tribunal Europeu dos Direitos do Homem, relacionadas com a liberdade de consciência e de religião.

Este Tribunal rejeitou três queixas de cidadãos britânicos que alegavam discriminação religiosa no local de trabalho. A única queixosa a quem foi dada razão foi uma ex-funcionária da British Airways.

Nadia Eweida tinha sido despedida quando se recusou a retirar o seu crucifixo, apesar de mais tarde a empresa ter alterado as suas normas, passando a permitir esse tipo de adereços religiosos.

Chaplin perdeu o seu emprego de enfermeira quando se recusou a retirar um crucifixo do pescoço. Ladele foi despedida quando disse não querer presidir a cerimónias de união entre homossexuais e McFarlane, terapeuta sexual, perdeu o emprego quando se recusou a fazer o seu trabalho com homossexuais. Todos invocaram as suas crenças religiosas para defender as suas posições, mas o tribunal europeu dos direitos do homem não lhes deu razão.

Mons. Mamberti, Secretário para as relações com os Estado no Vaticano veio hoje afirmar que o relativismo moral começa a impor-se como nova norma social e está a minar os alicerces da liberdade individual, de consciência e de religião.

O responsável pela diplomacia vaticana explica que assuntos controversos relacionados com o aborto, a homossexualidade e a liberdade de consciência devem ser respeitados pelas legislações de toda e qualquer sociedade pluralista, em nome do respeito pela liberdade de consciência, de religião e do bem comum.

Neste campo, a Igreja não pede privilégios do género “zona franca de direitos”, para as suas comunidades religiosas, o que a Igreja pede é a defesa da liberdade religiosa na dimensão social e colectiva, ou seja, que sejam reconhecidas como “espaços de liberdade”, com base no direito à liberdade religiosa e no respeito da ordem pública.

O Vaticano defende que esta doutrina deve ser de aplicação geral e não exclusiva da Igreja Católica, porque se baseia em critérios de justiça para todos.

Donne indiane sacrificate per dare figli a coppie gay - di Diego Molinari

In NBQ 

Oggi imponente a manifestazione a Parigi delle associazioni familiari contro la decisione del governo francese di riconoscere i matrimoni fra persone dello stesso sesso. Ieri la sentenza choc della Cassazione in Italia che legittima le unioni gay. C'è una spinta ideologica che attraversa tutto l'Occidente che cerca di imporre la legittimazione dei matrimoni gay. Ma una storia che arriva dall'India ci mostra uno degli effetti aberranti di questa corsa all'omosessualismo. E' un testo molto lungo, ma abbiamo preferito lasciarlo integrale perché rappresenta un eccezionale documento.

Per la visita di routine con il dottor Manish Banker, è arrivata sino al Pulse Women’s Hospital dove è stramazzata al suolo. Premila Vaghela, che era incinta all’ottavo mese, è morta poco dopo. È successo lo scorso maggio, a Ahmedabad, nella povera e turbolenta regione centro-occidentale del Gujarat, in India. Il dottor Banker è un esperto privato di IVF, la sigla che indica in quell’inglese medico ricco di latinismi la In Vitro Fertilisation, cioè la fecondazione in provetta.

Premila era una delle sue “surrogate": povere donne che offrono il loro apparato riproduttivo per danaro a ricche coppie straniere (americani, taiwanesi, arabi, europei, singaporesi, indiani stessi delle classi più affluent) che in sostanza ne affittano l’utero per impiantarci un ovulo fecondato: il loro. Questo fenomeno, chiamato dagli anglofoni semplicemente surrogacy (“surrogazione”; in Italia pare si tenda a preferire l’espressione «maternità surrogata”) è oramai una questione rilevante per la società indiana, oltre che per molta della cultura liberal americana. Come in qualsiasi altro fenomeno economico del mercato globalizzato, a una precisa domanda di “consumatori” di, per esempio,  Upper West Central Park (la zona dei ricchi di New York) o della California, corrisponde una precisa reazione di una manovalanza delocalizzata nel terzo mondo: ecco Anand, in Gujarat, capitale mondiale della surrogacy, dove le coppie di forestieri investono danaro per far produrre la propria prole. Ahmedabad, la città della storia di Premila, non è lontana.

Premila è morta, ma non prima di aver portato a termine  il suo sporco lavoro. La storia della sua breve, brevissima “degenza” è significativa, perché mette in luce (pazzo rovesciamento rispetto alla cultura dell’aborto) il valore della vita della donna rispetto a quella del bambino, che non è suo figlio ma un prodotto, lautamente pagato, destinato a altri. Premila, crollata al Pulse Women’s Hospital - la struttura privata che gestisce le madri surrogate - è stata immediatamente portata nell’unità di terapia intensiva prenatale, dove hanno estratto il bimbo con un cesareo. Successivamente, avendo constatato i medici le sue gravi condizioni, Premila è stata spedita in un altro ospedale, lo Sterling Hospital. Rapporti ufficiali di questo ultimo ospedale riportano lo stato disperato in cui è arrivata la donna, vittima di un grave collasso cardiaco. I tentativi per rianimarla sono stati vani. Premila lascia un marito e due figli. Il neonato, venuto al mondo 1.75 kg, è stato messo in incubazione. Ignoriamo se alla coppia di anonimi benestanti americani sia stato infine consegnato l’ordine che è costato la vita a Premila.

Il Dottor Banker ha dato le informazioni necessarie alla polizia, che al momento della tragedia aveva promesso un’indagine. Pare invece che nessun file sia stato aperto per questo caso.

RACCONTI DISPERATI DEL COLONIALISMO BIOLOGICO
 
Coolie è un'antica parola, invero spregiativa, con la quale i coloni inglesi descrivevano gli autoctoni delle terre colonizzate. La parola pare che derivi da cool, “fresco”: i coolie erano i servi che con grandi ventagli seguivano gli eleganti inglesi fra le canicole di Asia e Africa. La parola, considerata molto offensiva nell'India indipendente, sta brutalmente riaffacciandosi nel discorso pubblico: qualcuno descrive le madri surrogate come biological coolies, in pratica schiave biologiche. Sia l'essenza, che le modalità concrete del fenomeno fanno infatti pensare alla schiavitù, o forse perfino una schiavitù ancora più pericolosa e umiliante. Non pochi infatti parlano di un "colonialismo biologico". Torna l'imperialismo delle nazioni ricche, sotto la forma - invasiva sino al parossismo - di uno sfruttamento del ventre materno delle autoctone. Il Sydney Herald, in un denso articolo dedicatovi il 7 settembre scorso racconta dell'indifferenza di molti  "clienti" nei confronti delle madri surrogate dei loro figli, che molto spesso non vogliono nemmeno incontrare. "Volevo picchiare un gay che mi chiese, dopo che nacque suo figlio, dove poteva trovare una balia", ha raccontato al giornale la ginecologa Anita Nayar. "Lui voleva che il suo bambino avesse le difese immunitarie che dà il latte materno, come se le indiane fossero schiave delle piantagioni che vanno in giro ad accudire bambini" .

I dettagli giuridici, economici e sociali del fenomeno danno ragione a chi usa la parola "schiavismo".
Anche se sapesse di averne diritto, il marito di Premila non può denunciare il Pulse Hospital per ottenere un indennizzo. Il contratto di surrogazione da lei firmato, come quello di tutte le altre, esonera i dottori e la coppia straniera da ogni complicazione della gestante surrogata, assicurandosi che con il marito si assuma tutto il rischio medico, finanziario e psicologico. 

Sostiene sempre il Sydney Herald, che "i contratti specificano che se la madre è diagnosticata con una malattia mortale al termine della gravidanza, ella sarà mantenuta in vita per via artificiale per proteggere la qualità del feto e assicurare una nascita in salute per conto dei genitori genetici". Il baffuto dottor Banker, sostiene che la coppia americana ha pagato di sua sponte un milione di rupie alla famiglia di Premila.
 
"La somma è irrilevante" tuona Kishwar Desai, una scrittrice indiana che ha appena pubblicato un romanzo sul tema dal titolo Origins of Love. Desai rappresenta una delle prime reazioni intellettuali concrete al diffondersi di questo fenomeno, arrivando a scriverne anche sul noto quotidiano britannico The Guardian. "Di quante altre donne come Premila non abbiamo sentito parlare? Nessuno vuole scrivere della morte di una povera donna", riporta l’articolo australiano. La scrittrice è irritata dal fatto che l'India sia diventata l'Eldorado mondiale della maternità surrogata.

L'industria della surrogacy varrebbe oggi due miliardi e mezzo di dollari, producendo qualcosa come 25.000 bambini all'anno. L'indotto è molto articolato: alle cliniche, si sommano i reclutatori, gli avvocati per i contratti, gli spazi dove tendenzialmente le cliniche fanno vivere insieme le gestanti, gli hotel che ospitano i genitori stranieri che vengono a controllare lo stato dell'ordine o a "ritirare" il prodotto pronto per la consegna. La clientela è principalmente americana, ma qualcuno dice che la metà dei casi coinvolge indiani di classe agiata: il caso più noto, volutamente reclamizzato dai media, è quello delle star del cinema di Bollywood Amir Khan e sua moglie Kiran Rao, che nel dicembre 2011 hanno dichiarato di avere avuto un figlio tramite maternità surrogata. Nel portafoglio clienti delle più di mille cliniche specializzate del subcontinente, non mancano gli australiani, i taiwanesi, i singaporesi e gli Europei. Il gruppo più in crescita rimane comunque quello degli omosessuali occidentali.

Uno studio del Centre for Social Research (CSR) di Nuova Dehli uscito lo scorso aprile e intitolato Surrogacy Motherhood: ethical  or commercial,  ha cominciato a riportare dati e episodi davvero inquietanti . Ranjana Kumari, la direttrice del Centro, racconta: "Abbiamo trovato una donna alla quale erano stati dati 25 cicli di IVF. Un'altra è stata forzata ad aver impiantati quattro embrioni in una sola volta, contro la pratica internazionale di un embrione per volta, o al massimo, due". Dal documento, che si può visionare in rete in formato PDF, emerge che a molte delle madri surrogate viene fatto firmare il contratto ma non gliene viene data copia; che un gran numero di esse hanno già tre o quattro figli che cercano di mantenere con altre due o tre gravidanze surrogate; che esse sono confinate in ostelli dove in caso di malattie contratte dai figli o dal marito non possono ricevere visite; che se un bambino nasce "difettato" (abituiamoci a questo gergo commerciale, perché di commercio propriamente si tratta) la donna non viene pagata: considerando che i rischi di deformità nelle fecondazioni in vitro è doppio rispetto a quelle naturali, questo significa che tante madri surrogate non vengono pagate al termine della gestazione, e del “prodotto di scarto”, cioè dell bambino, ci piacerebbe conoscere la sorte, sulla quale al momento non abbiamo alcuna informazione. Infine c'è il quadro sociale più vasto, in cui a indurre la donna alla surrogacy è spesso il marito con problemi di alcool, il marito che sperpera, il marito che ha bisogno di un capitale di partenza con il quale iniziare un business: una volta che il capitale finirà (accade molto spesso) la donna procederà con un'altra gravidanza per conto terzi. La direttrice del CSR Ranjana Kumari non ha paura di dichiarare al giornale australiano che "il nostro studio dimostra che si sta creando una mafia di trafficanti, con le donne trovate in località remote da agenti di reclutamento che hanno il solo fine di fare soldi. La vulnerabilità dei poveri viene sfruttata".

Gli indiani cominciano a essere dubbiosi rispetto a questa commercializzazione della maternità. Un paese che di per sé non ha una grande percezione dell'estero, inizia a chiedersi perché l'India debba offrire un servizio che altrove costituisce un crimine. Ma ancor di più: le immagini delle donne gravide sui cartelli pubblicitari delle cliniche, ormai diffusissime, offendono sempre di più la popolazione, che è conscia del fatto che queste donne spesso vengono fatte vivere tutte insieme in dormitori che assomigliano decisamente a degli allevamenti di bestiame: baby-factories, “bambinifici”, fabbriche di bimbi. Non è raro, infatti, che il contratto preveda la temporanea separazione della fecondata dalla famiglia, onde evitare il pericolo di rapporti sessuali col marito, e quindi la trasmissione di malattie veneree che potrebbero alterare la qualità del prodotto, cioè il bambino surrogato.

IL COSTO DELLA VITA: PUBBLICITA'
 
Una delle fonti che riporta i dettagli della storia di Premila è l’articolo scritto a caldo del Times of India, reperibile dal sito della testata indiana. Scorrendo la pagina sino in fondo trovo i Google Ads, ossia spazi con annunci che Google profila considerando l’interesse dell’utente internet sulle keyword di quella specifica pagina. Ebbene, l’automatismo amorale dell’algoritmo, vuole consigliarmi siti come quello della New Dehli IVF Center (“International standards with good success rates. Donor and durrogacy). Me ne consigliano anche altri di questo tipo, alcuni hanno come estensione di dominio .ru (Russia) o .gr (Grecia). Ma è oneinsix.com ad attirare la mia attenzione. “Surrogacy Cost $26,500 Surrogate & Surrogacy in India” è il titolo dell’annuncio. Entro nel sito, che è spoglio, brutto: ben visibile però è il tasto per pagare con il sistema Paypal, e poi, nella pagina “cost” un testo, in un inglese irto di sgrammaticature tipico di certi indiani: “nel 2005 la surrogacy costava 12.000 dollari. Oggi le stesse cliniche fanno pagare 35.000 dollari. Un suicidio economico posporre o ritardare il tuo trattamento non necessariamente” scrive il sito sghembamente. “Due cliniche che conosciamo offrono la surrogacy per 26.000 dollari, al prezzo del Giugno 2012. Queste cliniche procurano una surrogata per quel prezzo che include un deposito per la consegna del bambino”. Quando si pensa agli esseri umani come merce, non si arriva a immaginare che si possa essere così espliciti. Il sito continua enumerando ciò che è compreso nel prezzo: “consulenza e reclutamento della surrogata; preparazione della surrogata; parcelle cliniche per il ciclo di IVF; droghe IVF e iniezioni, dipendentemente dal dosaggio; rimborso della surrogata; vitto e alloggio della surrogata per 9 mesi, lavoratori sociali [sic]; Antenatale [sic]; assicurazione; deposito per l’ospedale di consegna e emergenze”. La lista è sconclusionata, poco chiara e paurosa. Più sotto, in un paragrafo chiamato semplicemente “The West” (L’occidente), il sito, con le consuete sgrammaticature,  tocca inusitati vertici di ignominia: “un’altra area di inquietudine è che ci dicono che viviamo in Rip-off Britain [La Gran Bretagna che ci pela, ndr]. Le leggi del governo restringono il numero degli embrioni impiantabili in una donna a tre (...) e ora vogliono ridurre gli embrioni a uno! (...) In India, dove si può impiantare mediamente 4-6 embrioni, ma anche di più, il costo per embrione è significativamente minore”. Seguono conti aritmetici del prezzo di un embrione, e relativa sprezzante critica a chi parla di “sfruttamento”.

All’acquirente vengono date vaste opzioni per customizzare il prodotto finale: “Se la donatrice della cellula-uovo non incontra le vostre rischieste riguardo all’aspetto etc. potete pubblicizzare per una donatrice di cellule-uovo sul giornale Times of India. Nel 2005 il costo della pubblicità era $600 in una dozzina di città una volta a settimana per due mesi. Una donatrice di ovuli si aspetta un pagamento fino a 50.000 rupie”. Facciamo notare, che il Times of India è il giornale dal cui articolo sulla morte di Premila siamo partiti: pare che, anche di fronte alla tragedia patente, l’intero sistema sociale indiano (autorità, media, intellighenzia) sia connivente se non complice.

Una disanima dei possibili costi della surrogacy in America (120.000 dollari, dice il sito), condannando che “come sempre in America una grossa porzione va all’agenzia e ai medici” spinge ulteriori altri calcoli della convenienza degli uteri indiani procurati oneinsix.com. Ma non è finita: “se tu avessi l’opzione di impiantare 6, 9 o più embrioni alla volta, non salteresti su di una simile possibilità? Certo, avresti il rischio di nascite multiple, ma esse possono essere ridotte selettivamente”. Maternità surrogata, super-impianto di embrioni, uccisione degli embrioni, aborto selettivo: chiude la pagina, un convertitore di valute.

IL TREND: STAR, GAY E TOO-POSH-TO-PUSH
 
Come tutti i trend, anche quello della maternità surrogata per arrivare alla gente comune è dovuto passare per le star. Le vedettes di cinema, tv e musica (e moda, sport, teatro, insomma la dimensione delle "celebrità") fungono da immenso catalizzatore funzionale di tendenze che si riversano sulla società dei consumi, dalla forma dei pantaloni che si indossano all'etica riproduttiva.

Già nel 2007, Oprah Winfrey, potentissima presentatrice del talk show più seguito d’America, portò in TV la Dottoressa Nayana Patel della Akanksha Infertility Clinic di Andand, cioè la mecca della surrogazione materna.

In principio, tra le star, fu Sarah Jessica Parker, la protagonista del noto serial "Sex and the City". Incarnazione della donna edonista ed emancipata, al punto da diventare un modello mondiale della sessualità borghese libera e elegante di New York, la magrissima Parker decise tra il 2008 e il 2009 con il marito Matthew Broderick (un altro attore famoso) di avere due gemelle per mezzo della maternità surrogata.

La Parker è la capofila di una particolare categoria della clientela degli uteri indiani: le too-posh-to-push, ovvero troppo eleganti per spingere. Donne dell'alta società che per motivi sociali, professionali o semplicemente per pigrizia rifiutano l'idea che per avere un figlio si debba deformare il proprio corpo con la gravidanza, e non tollerano neanche che alla fine del processo si debba persino soffrire i dolori del parto. Hollywood dedicò alla surrogacy una commedia, con le due più eleganti comiche del popolare programma "Saturday Night Live": le bravissime Tina Fey e Amy Poheler. Nel film, una professionista snob con problemi di sterilità si affida alla maternità surrogata di una ragazza di South Philly (la parte sud di Filadelfia, considerata dall'immaginario USA come terra di poveracci, dei "grezzoni", dei popolani poco educati; il film "Rocky" è ambientato lì).

La rossa premio Oscar Nicole Kidman (che Avvenire definì "magica" quando decise di sposare l'ultimo marito Keith Urban con rito cattolico) ha annunciato poco più di un anno fa di aver avuto una bambina com maternità surrogata. A differenza della Parker, ha tenuto segreto l'intero processo, per poi parlarne solo a cose fatte. Ha chiamato la bambina "Faith", Fede, "perché abbiamo bisogno di molta fede".

Ma il caso più eclatante, per le sue implicazioni sociali, è stato quello del sessantacinquenne cantante Elton John, che ha "surrogato" la maternità di "suo figlio" per poterlo crescere con il proprio "marito" (o “moglie”?) appena sposato, il regista David Furnish, di venti anni più giovane.

Benché vi siano realtà che praticano la surrogacy da svariati anni, il caso di Elton John ha fatto scalpore perché si tratta di un bambino nato biologicamente da una celebre coppia omosessuale. In pratica, la messa in scena su scala mondiale - su di un teatro di cui solo le celebrità possono godere - del sogno ai confini della realtà dei gruppi LGBT e della teoria del Gender tutta: anche coppie dello stesso sesso possono figliare, superando, con slancio post-umano, i limiti imposti dalla natura, che come in ogni Gnosi è vista dalla teoria del Gender come un demiurgo cattivo, che ha incastrato i gay in corpi non compatibili con la riproduzione umana e forse nemmeno con la loro stessa psiche.

Ancora, nel 2011 fu data notizia della nascita del figlio di Elton John il giorno di Natale. Il cantante avrebbe poi dichiarato di aver avuto dei ripensamenti, sostenendo che il bambino necessita di un padre e una madre, ma pare che a tali uscite non siano conseguite azioni reali. Il New York Post nei primi giorni del 2013 ha pubblicato la notizia che la coppia ha “avuto” un secondo figlio per via surrogata. Tra i media e i portavoce del cantante è tutt’ora in corso il consueto Valzer di piccole ammissioni e smentite.

LA FRAGILE POSIZIONE DEL FRONTE OMOSESSUALISTA

Dal punto di vista dei gruppi organizzati dei gay, la questione della maternità surrogata è particolarmente delicata per il futuro della bioetica e della società reale: da una parte, rappresenta il punto di svolta in cui all’omosessuale viene data la possibilità di riprodursi geneticamente; dall’altra, lo status sempre più innegabile di sfruttamento della donna può portare il fronte omosessuale a un inedito divorzio con gli alleati degli ultimi decenni. Il movimento dei diritti civili, i partiti di sinistra, i movimenti di liberazioni delle minoranze, tra cui le diminuite ma pur sempre agguerrite femministe. Un capitale immenso di potere politico potrebbe dilapidarsi in pochissimo tempo.

I gruppi organizzati dei gay toccano finalmente con mano la possibilità di uscire dalla condanna inappellabile a cui li ha relegati la natura, ossia la sterilità. La prospettiva della famiglia gay accende le speranze di giungere a una equiparazione totale dell'omosessualità con l'eterosessualità, dei “diversi” (notatelo: parola un tempo frequente ora in totale disuso) con la normalità. Si tratta di un punto di svolta decisivo per l'intero movimento omosessuale. Una società che consente di farsi fare dei figli tramite i ventri del Terzo Mondo, è una società pronta ad accogliere in toto ogni caratteristica della loro personalità (tra cui dati statisticamente provati come l’infedeltà, la promiscuità, certa voracità sessuale, che di fatto ha contagiato la società, soprattutto le donne, le quali come nota qualcuno oggi vivono l'accoppiamento in modo più promiscuo e aggressivo).

La maternità surrogata è l'orizzonte finale dell'omosessualismo, e lo è da un punto di vista biologico, morale, sociale, strategico.

Eppure, la surrogacy rischia di essere per i gay un rischio fatale, un boomerang che può finire per distruggere prima le alleanze, poi le vittorie accumulate, infine le basi stesse del mondo gay.
Le femministe, perennemente autoproclamantesi difesa ultima delle donne, non potevano rimanere a lungo insensibili al macroscopico caso della maternità surrogata, di fatto la forma di prostituzione e sfruttamento delle donne più oscena mai inventata dall'Occidente capitalista.
Così, per lo meno in India dove gli effetti del fenomeno surrogacy sono evidenti e devastanti, le femministe cominciano a far sentire la propria voce. I gruppi femministi indiani domandano apertamente la messa al bando della maternità surrogata: l'industria dell'affitto dell'utero, sostengono, è dannosa per la salute delle donne (non più padrone del proprio corpo come da assioma femminista) e le espone a ulteriori crimini da parte dei maschi, come i dottori che non pagano la cifra pattuita o i mariti ubriaconi che le imbottiscono di ormoni sino a far scoppiar loro le ovaia.

La dimensione dello sfruttamento non poteva non far sollevare le antenne anche ai partiti comunisti, molto fiorenti in diverse parti del subcontinente (stati del Kerala e del Bengala in testa). Pur al di fuori di questioni morali e spirituali, Brinda Karat, parlamentare comunista indiana, usa apertamente la parola "sfruttamento" per descrivere il rapporto tra i ricchi stranieri e le povere madri surrogate indiane: "La posizione economica delle indiane non è eguale a quello dei ricchi stranieri, quindi la donna indiana non sta compiendo una libera scelta, non una costrizione. Se le coppie straniere credono nella maternità surrogata commerciale, perché non convincono i loro governi a cambiare le leggi invece di venir qui e sfruttare le povere donne?" .

Così, potrebbe infine crearsi una spaccatura nel fronte unito formato negli ultimi decenni da gay (o LGBT, ora LGBTQIQ, cioè Lesbian Gay Bisexual Transgender Queer Intersexual e Questioning, quali altre categorie si aggiungeranno nel corso di questo lustro non sappiamo) e le alleate femministe, compagne naturali della causa omosessualista nella trincea del politicamente corretto. La politica del movimento gay, infatti, non è qualcosa di spontaneo od improvvisato. Vi è un libro che più di ogni altro dimostra la lucidità del fronte omosessualista. Si tratta di  After the ball. How America will conquer its fear & hatred of Gays in the 90's, (tradotto: Dopo il ballo. Come l'America vincerà la sua paura e odio verso i gay negli anni 1990), uscito nel 1989 dalle penne di Marshall Kirk, un neuropsichiatra, e di Hunter Madsen, un esperto della persuasione del marketing. Il testo, che constata che “la rivoluzione gay è fallita”, delucida le linee guida che il movimento dovrà seguire al fine di conquistare l’opinione pubblica. "Ritrai i gay come vittime, non come provocatori aggressivi", "Dà ai potenziali protettori una giusta causa", "Fa che i gay sembrino buoni", "Fa che gli aggressori sembrino cattivi". Il documento analizza il contesto mediatico, i sistemi di raccolta dei fondi, la composizione dell’opinione della popolazione e le manipolazioni su di essa praticabili. “La legittimazione dell'identità gay e lesbica attraverso una battaglia di libertà come quelle sul divorzio o sull'aborto, che dispone di argomenti semplici e convincenti: primo fra tutti la proclamazione di un modello normativo di omosessualità risolto e rassicurante. Con la torta nel forno e le tendine alle finestre, come l'ha definito una voce maligna. Il messaggio è più o meno il seguente: i gay non sono individui soli, meschini e nevrotici, ma persone splendide, affidabili e equilibrate, tanto responsabili da desiderare di mettere su famiglia”.

L'ULTRA PROSTITUZIONE E IL FAR WEST BIOLOGICO: FINO A QUANDO?
 
I dottori indiani, che si stanno arricchendo come collaborazionisti autoctoni di questa nuova colonizzazione ovarica, reagiscono con rabbia alle critiche che cominciano a sollevarsi dall’opinione pubblica e dalla politica indiana. I partiti di sinistra in India esistono e hanno gran voce, così come esiste nel subcontinente una ampia libertà di stampa. Così, l’industria surrogante comincia a difendersi con paradossi ridicoli ma perfettamente legittimi per certa mentalità da Terzo Mondo: nelle baby-factories, ci dicono,  le madri surrogate mangiano cibo sano per la prima volta nella loro vita, così come ricevono visite mediche di controllo e cure che mai prima avrebbero potuto permettersi se fossero state gravide di figli “propri”. Parimenti, è interessante notare che alcune reazioni di rabbia di dottori e madri surrogate verso le prime critiche fanno notare come le femministe siano spesso “non sposate” (qualcosa di sospetto per la cultura civile dell’India, che è ancora saldamente basata sul matrimonio, specie se combinato).

Questo Far West biologico, questa Eldorado della post-umanità potrebbe avere i giorni contati. Era impensabile che passasse inosservato un simile mostruoso fenomeno sociale, in cui il valore del corpo e perfino come nel caso di Premila della vita stessa della donna, contrariamente a ogni teoria femminista, è ridotto al punto che le nascite avvengono per lo più per cesareo in accordo con i biglietti aerei dei “committenti” stranieri che arrivano in India per la consegna del prodotto umano, il neonato.

Una bozza di legislazione da parte delle autorità indiane esiste. Si chiama Artificial Reproductive Technology Bill, ossia documento per la tecnologia di riproduzione artificiale. Il parlamento è da 3 anni che lo deve discutere: un business da due miliardi di euro, immaginiamo, avrà le sue lobby nella democratica e danarocentrica Nuova Dehli (ricordiamo che Lakshmi, il danaro, per l’induismo è una dea cui votarsi, non lo “sterco del demonio”). Forse non sono nemmeno solo le lobby economiche al lavoro: la bozza prevedrebbe che le coppie gay fossero escluse dalla possibilità della surrogacy. Cosa che avrebbe effetti devastanti sia sul business indiano, sia sull’evoluzione a lungo termine della cultura omosessuale, privata di un elemento importante nella sua rincorsa alla presentabilità sociale prima e alla sostituzione della famiglia tradizionALe poi.
Secondo il testo, inoltre, le donne straniere che volessero utilizzare uteri indiani dovrebbero provare a livello medico la loro sterilità: fine delle Sarah Jessica Parker, delle donne in carriera in vena di maternità extracorporea e delle too-posh-to-push. Il testo darebbe inoltre potere alla giustizia indiana di perseguire penalmente una coppia che rifiuti il bambino surrogato se nato “difettato”, proibirebbe le indiane sotto i 21 anni e sopra i 35 di divenire surrogate, impedendo la surrogazione oltre la quinta gravidanza includendo i figli naturali.
Come dicevamo, la legge non è ancora stata nemmeno discussa, è pending, pendente, da più di tre anni.
Ma la questione non riguarda solo l’India. È un affare (in tutti i sensi) globale.

segunda-feira, 14 de janeiro de 2013

A odiosa suprema cobardia - por Nuno Serras Pereira

Não há cobardia maior do que advogar, legalizar, organizar, subsidiar e manutenir a matança de pessoas humanas na sua fase embrionária quer através daquela pseudocontracepção, que de facto funciona como abortiva precoce, quer por meio do aborto cirúrgico, quer pelo químico, quer pela selecção de embriões humanos, quer pela investigação letal nos mesmos, quer pela fecundação extra-corpórea, quer pela congelação concentracionária das nessas fases iniciais da sua existência, quer pela clonagem humana, “terapêutica” ou reprodutiva.

Afirmo categoricamente e sem hesitação alguma que a suprema cobardia consiste nesta dizimação, sem precedentes na história da humanidade, dessa multidão incontável de pessoas inocentíssimas, totalmente indefesas, e eminentemente frágeis e vulneráveis. Adianto com a mesma firmeza e segurança que esse acovardamento é maximamente odioso e deve ser detestado como extraordinariamente execrável e extremamente detestável.

O vício do ódio, pecado gravíssimo, consiste na rejeição do amor a Deus e ao próximo, o qual é claríssimo e manifesto no caso em apreço, pelo menos no que diz respeito ao segundo Mandamento. O ódio é o oposto do amor, sendo que este tem por objecto o bem e aquele, o mal.

S. Tomás ensina que o próximo se deve amar em Deus e consequentemente segundo a natureza e a Graça, e nunca na malícia do pecado. Adiantando que se deve odiar o pecado na pessoa mas não a própria pessoa. As suas palavras são luminosas: “ … o facto de odiarmos a culpa e a falta de bem nos irmãos deve-se ao amor que lhes temos. De facto, querer o bem de uma pessoa e odiar o seu mal é tudo o mesmo.” (I-II, q. 29, a. 3).

Mário Soares teve em 1984 a gravíssima e funestíssima responsabilidade de introduzir a legalização do aborto provocado, em Portugal, e de acentuar a sua pesadíssima culpa com o apoio à liberalização do mesmo em 2007. Passos Coelho militou igualmente em favor da liberalização e, agora, como primeiro-ministro, com um acovardamento singular, mantem, consolidando-as, todas as políticas que provocam a matança generalizada dos nossos preciosos e queridíssimos irmãos mínimos.

Realmente não sei se será fácil encontrar alguém mais caguinchas, para usar uma expressão que ouvia na minha meninice, do que estes personagens nem atitudes mais odientas. 

14. 01. 2013

domingo, 13 de janeiro de 2013

Why Darwinist Materialism is Wrong - by Alvin Plantinga

In CERC

According to a semi-established consensus among the intellectual elite in the West, there is no such person as God or any other supernatural being.



Mind and Cosmos: Why the Materialist Neo-Darwinian
Conception of Nature is Almost Certainly False
By Thomas Nagel
(Oxford University Press, 144 pp., $24.95) 




I.

According to a semi-established consensus among the intellectual elite in the West, there is no such person as God or any other supernatural being. Life on our planet arose by way of ill-understood but completely naturalistic processes involving only the working of natural law. Given life, natural selection has taken over, and produced all the enormous variety that we find in the living world. Human beings, like the rest of the world, are material objects through and through; they have no soul or ego or self of any immaterial sort. At bottom, what there is in our world are the elementary particles described in physics, together with things composed of these particles.

I say that this is a semi-established consensus, but of course there are some people, scientists and others, who disagree. There are also agnostics, who hold no opinion one way or the other on one or another of the above theses. And there are variations on the above themes, and also halfway houses of one sort or another. Still, by and large those are the views of academics and intellectuals in America now. Call this constellation of views scientific naturalism — or don't call it that, since there is nothing particularly scientific about it, except that those who champion it tend to wrap themselves in science like a politician in the flag. By any name, however, we could call it the orthodoxy of the academy — or if not the orthodoxy, certainly the majority opinion.

The eminent philosopher Thomas Nagel would call it something else: an idol of the academic tribe, perhaps, or a sacred cow: "I find this view antecedently unbelievable — a heroic triumph of ideological theory over common sense. . . .
 I would be willing to bet that the present right-thinking consensus will come to seem laughable in a generation or two." Nagel is an atheist; even so, however, he does not accept the above consensus, which he calls materialist naturalism; far from it. His important new book is a brief but powerful assault on materialist naturalism.

Nagel is not afraid to take unpopular positions, and he does not seem to mind the obloquy that goes with that territory. "In the present climate of a dominant scientific naturalism," he writes, "heavily dependent on speculative Darwinian explanations of practically everything, and armed to the teeth against attacks from religion, I have thought it useful to speculate about possible alternatives. Above all, I would like to extend the boundaries of what is not regarded as unthinkable, in light of how little we really understand about the world." Nagel has endorsed the negative conclusions of the much-maligned Intelligent Design movement, and he has defended it from the charge that it is inherently unscientific. In 2009 he even went so far as to recommend Stephen Meyer's book Signature in the Cell: DNA and the Evidence for Intelligent Design, a flagship declaration of Intelligent Design, as a book of the year. For that piece of blasphemy Nagel paid the predictable price; he was said to be arrogant, dangerous to children, a disgrace, hypocritical, ignorant, mind-polluting, reprehensible, stupid, unscientific, and in general a less than wholly upstanding citizen of the republic of letters.

His new book will probably call forth similar denunciations: except for atheism, Nagel rejects nearly every contention of materialist naturalism. Mind and Cosmos rejects, first, the claim that life has come to be just by the workings of the laws of physics and chemistry. As Nagel points out, this is extremely improbable, at least given current evidence: no one has suggested any reasonably plausible process whereby this could have happened. As Nagel remarks, "It is an assumption governing the scientific project rather than a well-confirmed scientific hypothesis."

The second plank of materialist naturalism that Nagel rejects is the idea that, once life was established on our planet, all the enormous variety of contemporary life came to be by way of the processes evolutionary science tells us about: natural selection operating on genetic mutation, but also genetic drift, and perhaps other processes as well. These processes, moreover, are unguided: neither God nor any other being has directed or orchestrated them. Nagel seems a bit less doubtful of this plank than of the first; but still he thinks it incredible that the fantastic diversity of life, including we human beings, should have come to be in this way: "the more details we learn about the chemical basis of life and the intricacy of the genetic code, the more unbelievable the standard historical account becomes." Nagel supports the commonsense view that the probability of this happening in the time available is extremely low, and he believes that nothing like sufficient evidence to overturn this verdict has been produced.

So far Nagel seems to me to be right on target. The probability, with respect to our current evidence, that life has somehow come to be from non-life just by the working of the laws of physics and chemistry is vanishingly small. And given the existence of a primitive life form, the probability that all the current variety of life should have come to be by unguided evolution, while perhaps not quite as small, is nevertheless minuscule. These two conceptions of materialist naturalism are very likely false.

But, someone will say, the improbable happens all the time. It is not at all improbable that something improbable should happen. Consider an example. You play a rubber of bridge involving, say, five deals. The probability that the cards should fall just as they do for those five deals is tiny — something like one out of ten to the 140th power. Still, they did. Right. It happened. The improbable does indeed happen. In any fair lottery, each ticket is unlikely to win; but it is certain that one of them will win, and so it is certain that something improbable will happen. But how is this relevant in the present context? In a fit of unbridled optimism, I claim that I will win the Nobel Prize in chemistry. You quite sensibly point out that this is extremely unlikely, given that I have never studied chemistry and know nothing about the subject. Could I defend my belief by pointing out that the improbable regularly happens? Of course not: you cannot sensibly hold a belief that is improbable with respect to all of your evidence.

Nagel goes on: he thinks it is especially improbable that consciousness and reason should come to be if materialist naturalism is true. "Consciousness is the most conspicuous obstacle to a comprehensive naturalism that relies only on the resources of physical science." Why so? Nagel's point seems to be that the physical sciences — physics, chemistry, biology, neurology — cannot explain or account for the fact that we human beings and presumably some other animals are conscious. Physical science can explain the tides, and why birds have hollow bones, and why the sky is blue; but it cannot explain consciousness. Physical science can perhaps demonstrate correlations between physical conditions of one sort or another and conscious states of one sort or another; but of course this is not to explain consciousness. Correlation is not explanation. As Nagel puts it, "The appearance of animal consciousness is evidently the result of biological evolution, but this well-supported empirical fact is not yet an explanation — it does not provide understanding, or enable us to see why the result was to be expected or how it came about."

Nagel next turns his attention to belief and cognition: "the problem that I want to take up now concerns mental functions such as thought, reasoning, and evaluation that are limited to humans, though their beginnings may be found in a few other species." We human beings and perhaps some other animals are not merely conscious, we also hold beliefs, many of which are in fact true. It is one thing to feel pain; it is quite another to believe, say, that pain can be a useful signal of dysfunction. According to Nagel, materialist naturalism has great difficulty with consciousness, but it has even greater difficulty with cognition. He thinks it monumentally unlikely that unguided natural selection should have "generated creatures with the capacity to discover by reason the truth about a reality that extends vastly beyond the initial appearances." He is thinking in particular of science itself.

Natural selection is interested in behavior, not in the truth of belief, except as that latter is related to behavior. So concede for the moment that natural selection might perhaps be expected to produce creatures with cognitive faculties that are reliable when it comes to beliefs about the physical environment: beliefs, for example, about the presence of predators, or food, or potential mates. But what about beliefs that go far beyond anything with survival value? What about physics, or neurology, or molecular biology, or evolutionary theory? What is the probability, given materialist naturalism, that our cognitive faculties should be reliable in such areas? It is very small indeed. It follows — in a wonderful irony — that a materialistic naturalist should be skeptical about science, or at any rate about those parts of it far removed from everyday life.

This certainly seems right, and perhaps we can go even further. Perhaps it is not initially implausible to think that unguided natural selection could have produced creatures with cognitive faculties who are reliable about matters relevant to survival and reproduction. But what about metaphysical beliefs, such as theism, or determinism, or materialism, or atheism? Such beliefs have little bearing on behavior related to survival and reproduction, and unguided natural selection couldn't care less about them or their truth-value. After all, it is only the occasional member of the Young Humanist Society whose reproductive prospects are enhanced by accepting atheism. Given materialist naturalism, the probability that my cognitive faculties are reliable with respect to metaphysical beliefs would be low. So take any metaphysical belief I have: the probability that it is true, given materialist naturalism, cannot be much above .5. But of course materialist naturalism is itself a metaphysical belief. So the materialistic naturalist should think the probability of materialist naturalism is about .5. But that means that she cannot sensibly believe her own doctrine. If she believes it, she shouldn't believe it. In this way materialist naturalism is self-defeating.

II.

The negative case that Nagel makes against materialist naturalism seems to me to be strong and persuasive. I do have the occasional reservation. Most materialists apparently believe that mental states are caused by physical states. According to Nagel, however, the materialistic naturalist cannot stop there. Why not? Because the idea that there is such a causal connection between the physical and the mental doesn't really explain the occurrence of the mental in a physical world. It doesn't make the mental intelligible. It doesn't show that the existence of the mental is probable, given our physical world.

Some materialists, however, seek to evade this difficulty by suggesting that there is some sort of logical connection between physical states and mental states. It is a logically necessary truth, they say, that when a given physical state occurs, a certain mental state also occurs. If this is true, then the existence of the mental is certainly probable, given our physical world; indeed, its existence is necessary. Nagel himself suggests that there are such necessary connections. So wouldn't that be enough to make intelligible the occurrence of the mental in our physical world?

I suspect that his answer would be no. Perhaps the reason would be that we cannot just see these alleged necessities, in the way we can just see that 2+1=3. These postulated necessary connections are not self-evident to us. And the existence of the mental would be intelligible only if those connections were self-evident. But isn't this a bit too strong? Why think that the mental is intelligible, understandable, only if there are self-evident necessary connections between the physical and the mental? Doesn't that require too much? And if intelligibility does require that sort of connection between the physical and the mental, why think the world is intelligible in that extremely strong sense?

Now you might think someone with Nagel's views would be sympathetic to theism, the belief that there is such a person as the God of the Abrahamic religions. Materialist naturalism, says Nagel, cannot account for the appearance of life, or the variety we find in the living world, or consciousness, or cognition, or mind — but theism has no problem accounting for any of these. As for life, God himself is living, and in one way or another has created the biological life to be found on Earth (and perhaps elsewhere as well). As for the diversity of life: God has brought that about, whether through a guided process of evolution or in some other way. As for consciousness, again theism has no problem: according to theism the fundamental and basic reality is God, who is conscious. And what about the existence of creatures with cognition and reason, creatures who, like us, are capable of scientific investigation of our world? Well, according to theism, God has created us human beings in his image; part of being in the image of God (Aquinas thought it the most important part) is being able to know something about ourselves and our world and God himself, just as God does. Hence theism implies that the world is indeed intelligible to us, even if not quite intelligible in Nagel's glorified sense. Indeed, modern empirical science was nurtured in the womb of Christian theism, which implies that there is a certain match or fit between the world and our cognitive faculties.

Given theism, there is no surprise at all that there should be creatures like us who are capable of atomic physics, relativity theory, quantum mechanics, and the like. Materialist naturalism, on the other hand, as Nagel points out, has great difficulty accounting for the existence of such creatures. For this and other reasons, theism is vastly more welcoming to science than materialist naturalism. So theism would seem to be a natural alternative to the materialist naturalism Nagel rejects: it has virtues where the latter has vices, and we might therefore expect Nagel, at least on these grounds, to be sympathetic to theism.

Sadly enough (at least for me), Nagel rejects theism. "I confess to an ungrounded assumption of my own, in not finding it possible to regard the design alternative [i.e., theism] as a real option. I lack the sensus divinitatis that enables — indeed, compels so many people to see in the world the expression of divine purpose." But it isn't just that Nagel is more or less neutral about theism but lacks that sensus divinitatis. In The Last Word, which appeared in 1997, he offered a candid account of his philosophical inclinations:

I am talking about something much deeper — namely, the fear of religion itself. I speak from experience, being strongly subject to this fear myself: I want atheism to be true and am made uneasy by the fact that some of the most intelligent and well-informed people I know are religious believers. . . . It isn't just that I don't believe in God and, naturally, hope that I'm right in my belief. It's that I hope there is no God! I don't want there to be a God; I don't want the universe to be like that.
Here we have discomfort and distress at the thought that there might be such a being as God; but this discomfort seems more emotional than philosophical or rational.

So is there a strictly philosophical problem with theism, according to Nagel? As far as I can see, the main substantive objection that he offers is an appeal to that notion of unity. A successful worldview will see the world as intelligible; and intelligibility, as Nagel conceives it, involves a high degree of unity. The world is intelligible only if there are no fundamental breaks in it, only if it contains no fundamentally different kinds of things. Descartes, that great dualist, thought that the world displays two quite different sorts of things: matter and mind, neither reducible to the other. Nagel rejects this dualism: his reason is just that such dualism fails to secure the unity necessary for the world's being intelligible.

Yet is there any reason to think that the world really is intelligible in this very strong sense — any good reason to think that there is fundamentally just one kind of thing, with everything being an example of that kind, or reducible to things that are? Here three considerations seem to be necessary. First, we need to know more about this requirement: what is it to say that fundamentally there is just one kind of thing? It is not obvious how this is to be understood. Aren't there many different sorts of things: houses, horses, hawks, and handsaws? Well, perhaps they are not fundamentally different. But what does "fundamentally" mean here? Is the idea that the world is intelligible only if there is some important property that houses, horses, hawks, and handsaws all share? What kind of property?

Second, how much plausibility is there to the claim that this sort of unity really is required for intelligibility? Clearly we cannot claim that Descartes's dualism is literally unintelligible — after all, even if you reject it, you can understand it. (How else could you reject it?) Is it really true that the world is more intelligible, in some important sense of "intelligible," if it does not contain two or more fundamentally different kinds of things? I see little reason to think so.

And third, suppose we concede that the world is genuinely intelligible only if it displays this sort of monistic unity: why should we think that the world really does display such a unity? We might hope that the world would display such unity, but is there any reason to think the world will cooperate? Suppose intelligibility requires that kind of unity: why should we think our world is intelligible in that sense? Is it reasonable to say to a theist, "Well, if theism were true, there would be two quite different sorts of things: God on the one hand, and the creatures he has created on the other. But that cannot really be true: for if it were, the world would not display the sort of unity required for intelligibility"? Won't the theist be quite properly content to forgo that sort of intelligibility?

III.
 
I come finally to Nagel's positive thesis. Materialist naturalism, he shows, is false, but what does he propose to put in its place? Here he is a little diffident. He thinks that it may take centuries to work out a satisfactory alternative to materialist naturalism (given that theism is not acceptable); he is content to propose a suggestive sketch. He does so in a spirit of modesty: "I am certain that my own attempt to explore alternatives is far too unimaginative. An understanding of the universe as basically prone to generate life and mind will probably require a much more radical departure from the familiar forms of naturalistic explanation than I am at present able to conceive."

There are two main elements to Nagel's sketch. There is panpsychism, or the idea that there is mind, or proto-mind, or something like mind, all the way down. In this view, mind never emerges in the universe: it is present from the start, in that even the most elementary particles display some kind of mindedness. The thought is not, of course, that elementary particles are able to do mathematical calculations, or that they are self-conscious; but they do enjoy some kind of mentality. In this way Nagel proposes to avoid the lack of intelligibility he finds in dualism.

Of course someone might wonder how much of a gain there is, from the point of view of unity, in rejecting two fundamentally different kinds of objects in favor of two fundamentally different kinds of properties. And as Nagel recognizes, there is still a problem for him about the existence of minds like ours, minds capable of understanding a fair amount about the universe. We can see (to some degree, anyway) how more complex material objects can be built out of simpler ones: ordinary physical objects are composed of molecules, which are composed of atoms, which are composed of electrons and quarks (at this point things get less than totally clear). But we haven't the faintest idea how a being with a mind like ours can be composed of or constructed out of smaller entities that have some kind of mindedness. How do those elementary minds get combined into a less than elementary mind?

The second element of Nagel's sketch is what we can call natural teleology.His idea seems to be something like this. At each stage in the development of our universe (perhaps we can think of that development as starting with the big bang), there are several different possibilities as to what will happen next. Some of these possibilities are steps on the way toward the existence of creatures with minds like ours; others are not. According to Nagel's natural teleology, there is a sort of intrinsic bias in the universe toward those possibilities that lead to minds. Or perhaps there was an intrinsic bias in the universe toward the sorts of initial conditions that would lead to the existence of minds like ours. Nagel does not elaborate or develop these suggestions. Still, he is not to be criticized for this: he is probably right in believing that it will take a lot of thought and a long time to develop these suggestions into a truly viable alternative to both materialist naturalism and theism.

I said above that Nagel applauds the negative side of Intelligent Design but is doubtful about the positive part; and I find myself in much the same position with respect to Mind and Cosmos. I applaud his formidable attack on materialist naturalism; I am dubious about panpsychism and natural teleology. As Nagel sees, mind could not arise in our world if materialist naturalism were true — but how does it help to suppose that elementary particles in some sense have minds? How does that make it intelligible that there should be creatures capable of physics and philosophy? And of poetry, art, and music?

As for natural teleology: does it really make sense to suppose that the world in itself, without the presence of God, should be doing something we could sensibly call "aiming at" some states of affairs rather than others — that it has as a goal the actuality of some states of affairs as opposed to others? Here the problem isn't just that this seems fantastic; it does not even make clear sense. A teleological explanation of a state of affairs will refer to some being that aims at this state of affairs and acts in such a way as to bring it about. But a world without God does not aim at states of affairs or anything else. How, then, can we think of this alleged natural teleology?

When it comes to accommodating life and mind, theism seems to do better. According to theism, mind is fundamental in the universe: God himself is the premier person and the premier mind; and he has always existed, and indeed exists necessarily. God could have desired that there be creatures with whom he could be in fellowship. Hence he could have created finite persons in his own image: creatures capable of love, of knowing something about themselves and their world, of science, literature, poetry, music, art, and all the rest. Given theism, this makes eminently good sense. As Nagel points out, the same cannot be said about materialist naturalism. But do panpsychism and natural teleology do much better?

Nagel's rejection of theism does not seem to be fundamentally philosophical. My guess is this antipathy to theism is rather widely shared. Theism severely limits human autonomy. According to theism, we human beings are also at best very junior partners in the world of mind. We are not autonomous, not a law unto ourselves; we are completely dependent upon God for our being and even for our next breath. Still further, some will find in theism a sort of intolerable invasion of privacy: God knows my every thought, and indeed knows what I will think before I think it. Perhaps hints of this discomfort may be found even in the Bible itself:

Before a word is on my tongue, you know it completely, oh Lord....
Where can I go from your Spirit?
Where can I flee from your presence?
If I go up to the heavens, you are there;
If I make my bed in Sheol, you are there.
This discomfort with theism is to some extent understandable, even to a theist. Still, if Nagel followed his own methodological prescriptions and requirements for sound philosophy, if he followed his own arguments wherever they lead, if he ignored his emotional antipathy to belief in God, then (or so I think) he would wind up a theist. But wherever he winds up, he has already performed an important service with his withering critical examination of some of the most common and oppressive dogmas of our age.

sábado, 12 de janeiro de 2013

Católica suspende pós-graduação após críticas de activistas antiaborto

In Público

A Universidade Católica Portuguesa (UCP) suspendeu uma pós-graduação na área da saúde mental que estava prestes a lançar e que teria como docentes e conferencistas várias personalidades que defenderam publicamente a interrupção voluntária da gravidez (IVG). 

A decisão foi tomada esta semana, depois de um grupo de activistas antiaborto ter criticado a instituição de ensino superior pela escolha destas individualidades, que no seu entender viola a doutrina da Igreja Católica relativamente ao aborto.

Em comunicado divulgado esta semana, o Movimento Mulheres em Acção sustenta que a Faculdade de Ciências Humanas daquela universidade está a lançar uma pós-graduação em Serviço Social na Saúde Mental, em parceria com a Associação dos Profissionais de Serviço Social, que terá como formadores e conferencistas “destacados e públicos opositores da posição da Igreja Católica sobre a inviolabilidade do valor e da dignidade da vida humana”.

Em causa estão, segundo o movimento, personalidades que “colaboraram notoriamente pelo 'sim'" no referendo sobre o aborto, casos de António Leuschner (presidente do Conselho Nacional de Saúde Mental), Álvaro de Carvalho (coordenador do Programa Nacional de Saúde Mental), Francisco George (director-geral da Saúde) e José Miguel Caldas de Almeida (director da Faculdade de Ciências Médicas de Lisboa).

Considerando que a universidade é “uma instituição da Igreja”, integrada na missão da Igreja, “enquanto serviço específico à comunidade eclesial e humana”, o movimento defende que devem “ser escolhidos docentes e investigadores que, além da idoneidade profissional, primem pela integridade da doutrina”, citando os estatutos da UCP.

O curso acabou por ser suspenso esta semana, logo após a tomada de posição das Mulheres em Acção. Para Álvaro de Carvalho, um dos especialistas que tinham sido contratados pela Católica para leccionar o novo curso, trata-se de uma situação lamentável e comparável a “uma atitude de ayatollahs no mundo muçulmano”.

A instituição de ensino superior justificou a suspensão da pós-graduação por “um lapso de tramitação formal no processo de aprovação interna, pelos órgãos legalmente competentes da faculdade”. Sem fazer qualquer referência às acusações das Mulheres em Acção, numa resposta enviada por escrito à Rádio Renascença, os responsáveis da Católica referem apenas que “o curso já não está a ser oferecido pela faculdade, e não irá sê-lo até que a proposta científica seja aprovada nos termos correctos”. Contactada nesta sexta-feira pelo PÚBLICO, Inês Romba, a responsável pelo gabinete de comunicação da Faculdade de Ciências Humanas da Católica, adiantou que “a universidade não irá fazer mais comentários sobre este assunto”.
  
Outras universidades interessadas

Para Álvaro de Carvalho, é difícil acreditar que não exista uma relação entre as críticas do movimento de activistas e a suspensão da pós-graduação que, apesar da “justificação formal”, estará assente numa “decisão profundamente ideológica”. “Estava tudo preparado para avançar, com financiamento assegurado e os convites feitos e aceites”, confirma ao PÚBLICO, acrescentando que ainda não recebeu qualquer comunicação formal da universidade quanto à suspensão do curso, que deveria iniciar-se em Fevereiro e tinha inscrições abertas até 25 de Janeiro.

“O assunto é grave. Trata-se da expressão de uma sociedade portuguesa e de um sectarismo inaudito”, considera Álvaro de Carvalho, que é o actual coordenador do Programa Nacional para a Saúde Mental. “Lamento que uma instituição universitária que respeito confunda de forma grave posições pessoais com perspectivas ideológicas e religiosas e com a actividade científica”, diz ainda.

De resto, o especialista adianta que sempre esteve e estará disponível para colaborar com todas as iniciativas científicas relacionadas com a saúde mental e acrescenta que esta pós-graduação era um importante contributo. Aliás, segundo adianta, existem já outras universidades interessadas em avançar com esta formação, que permite uma especialização dos assistentes sociais na área da saúde mental.

A suspensão da pós-graduação também já terá levado António Leuschner, outro dos docentes escolhidos, a cancelar a sua participação numa outra pós-graduação (Psicogeriatria) na mesma universidade.

sexta-feira, 11 de janeiro de 2013

Coração de cão - Nuno Serras Pereira

Desde a mais tenra idade que fui habituado a conviver com cães nas casas das minhas avós, de um tio, de uma vizinha e de um outro propínquo, sendo que com eles sempre me dei bem e eles comigo. Nunca nutri porém um vínculo de intimidade identificando-me à sua condição canina ou imaginando-os dotados de uma dignidade transcendente igual à dos seus donos.

Quando tinha quinze anos, os meus irmãos mais velhos bem como vários amigos falavam da existência de uma temível fera, um “lobo d’ Alsácia” avantajado, de nome Apolo, que aterrorizava os transeuntes daquela zona da praia da Parede, onde estávamos de férias. Ora sucedeu que um dia indo eu sozinho pelo passeio à beira da linha do caminho-de-ferro avisto do outro lado da rua um homem passeando o que me pareceu ser um “pastor alemão”. Num repente desatou numa corrida furiosa em minha direcção. O dono bem o chamava: Apolo! Apolo! Apolo; mas ele continuou a sua investida doida, enquanto eu, literalmente gelado, paralisei. Chegado ao pé de mim afirmando-se nas patas traseiras ladrava-me à volta do pescoço e da cara, que bem senti a quentura do seu espumoso bafo feroz. O proprietário do “melhor amigo do homem”, mantendo-se no passeio contrário, bradava-me: Não se mexa! Não se mexa! Apolo! Por amor de Deus, por amor de Deus, não se mexa, mas não se mexa mesmo. Apolo! Apolo! A mim bem me apetecia responder-lhe: pode ter a certeza (absoluta) que não vasquejarei, nem mesmo tremerei. Mas se até a respiração continha, arreceado da minúscula oscilação pulmonar, como me atreveria a articular uma palavra que fosse. Não saberei dizer quanto tempo aquilo demorou, poderei, não obstante, adiantar que para mim foram séculos de pavor, milénios de terror. Alfim, a besta ferina acatou as imperiosas vozes de “sargento dos comandos” que o dono lhe vociferou. Permaneci, no entanto, por bastante tempo, numa imobilidade marmórea preventora da probabilidade de novos ataques sanhudos. O homem seguiu impávido o seu caminho, sem colocar um açaimo, uma trela que fosse, naquele embravecido animal; sem sequer um pedido de desculpas, um conforto psicológico que fosse a um adolescente amedrontado com a iminência de ser despedaçado pelo melhor “amigo” do dono, mas indubitavelmente o mais selvagem inimigo de desconhecidos.

A comunicação social informou, há pouco tempo, que um cão trucidou a dentadas cruéis uma criança de 18 meses de idade. Era de esperar que se levantasse um enorme clamor - tanto mais que todos os anos somos confrontados com matanças semelhantes de idosos e de crianças pelos “melhores amigos dos homens”, de indignação e de reivindicação de uma proibição das perigosas raças caninas em território nacional (já sei que há um coro bem orquestrado de vozes que afirmam peremptoriamente que tal coisa não existe, mas é indesmentível que os cães matadores são sempre de determinadas cepas, bem identificadas). Seria de esperar que houvesse movimentos maciços lastimando esta vítima tão inocente e indefesa. Mas, não. Em vez disso, uma petição na Inter-rede recolheu, num dia ou dois, dez mil assinaturas para que a besta-fera não fosse abatida, como manda a lei. Monstruosa afinal é a criança! A vítima é o cãozarrão! Abaixo e morte às crianças! Viva e liberdade aos brutos canídeos! De facto, numa sociedade que se acostumou, com o alto patrocínio do estado e dos políticos que nele mandam, a liquidar com fervor e alegria as crianças nascentes, a que foi abocanhada e estraçalhada só pode surgir como mais uma temerosa inimiga não só das mulheres como dos cães. 

Não cuidem precipitadamente que eu seria incapaz de firmar uma petição para salvar da morte matada um cão. Posso muito bem fazê-lo com a maior das boas-vontades, desde que não haja discriminação e se incluam por isso outras criaturas igualmente preciosas tais como porcos, javalis, cabritos, borregos, vacas, vitelas, perus, galinhas, perdizes, codornizes, formigas, vespas, melgas, moscas, mosquitos, etc., etc.

Neste país, tão humanista, seis meses não são suficientes para recolher quatro mil assinaturas para uma petição que pretende acabar com o criminoso abate, legalmente organizado e financiado, de dezenas de crianças quotidianamente, mas dois dias são-no para conseguir dez mil firmas de modo a evitar o abate duma besta furiosa. Lá diz o Evangelho: onde estiver o teu tesouro aí está o teu coração. Se o tesouro de muitos é o perro, como está à vista de todos, então será caso para concluir que essa gente tem um coração de cão.

11. 01. 2013